La traccia dei mutamenti

La traccia dei mutamenti 02 «Sono all’ospedale». È sufficiente questo breve messaggio, inviato da un padre via Skype, per far salire suo figlio sul primo volo che dall’Illinois lo riporta in Israele, dopo quattordici anni di assenza. Nel breve viaggio in taxi che dall’aeroporto lo conduce a Tira, il luogo dove è nato e dove tutt’ora vivono i suoi genitori e i suoi fratelli, l’uomo ritrova l’antica paura che un tempo lo attanagliava: quella di sapersi arabo in territorio israeliano, esule nella sua stessa terra. Espatriato negli Stati Uniti con la moglie Palestine e i tre figli, il protagonista di queste pagine ha invano tentato di tagliare i ponti con il passato attraverso il silenzio. Ma è sufficiente che metta piede nella stanza dove suo padre giace, piccolo, pallido, con gli occhi sprofondati nelle orbite e il petto che si alza e si abbassa sotto il lenzuolo leggero dell’ospedale con il disegno delle stelle di David, perché il passato torni a galla con prepotenza e presenti il suo conto. L’uomo ha con sé il vecchio registratore «Executive» della Sony, un apparecchio massiccio, con un microfono esterno, tre pulsanti neri e uno rosso per la registrazione: è lo strumento con cui si guadagna da vivere come ghost writer, mettendo nero su bianco le storie altrui. Ma l’unica testimonianza di cui desidera lasciare traccia in quel momento è quella di suo padre. Sarà l’occasione per rielaborare i propri ricordi e riflettere sulla sua stessa vita. Perché anni prima è stato scacciato dalla sua famiglia? Perché negli Stati Uniti è costretto a dormire nel campus universitario, bandito da sua moglie dalla loro casa? E perché tutto sembra collegarsi al fatto che, quando era ragazzo, ha scritto uno strano racconto su una ragazza di nome Palestine? Attraverso pagine di inconsueta ironia, La traccia dei mutamenti è una storia sull’odierna Palestina raccontata dal punto di vista di un esiliato che torna a casa per dire addio a suo padre e, al contempo, una profonda e struggente riflessione sui legami familiari.

«Nel tratteggiare le sottili sfumature delle società araba e di quella ebraica, Sayed Kashua è un vero maestro».
New York Times
«In quanto palestinese nato e cresciuto in Israele, Kashua rappresenta la personificazione stessa del conflitto arabo-israeliano».
Etkar Keret

Sayed Kashua, scrittore arabo-israeliano, è nato nel 1975 a Tira, in Israele. Ha studiato sociologia e filosofia alla Hebrew University di Gerusalemme. Autore di altri due romanzi scritti in ebraico, Arabi danzanti (2003), E fu mattina (2005), collabora con il quotidiano Haaretz e il settimanale Kol Ha’Ir, dove dipinge con umorismo i problemi incontrati dagli arabi in Israele e la difficoltà di conciliare le due realtà. Con Neri Pozza ha pubblicato Due in uno (2013, BEAT 2018) e Ultimi dispacci di vita palestinese in Israele (2017). Dal 2014 vive negli Stati Uniti con la moglie e i due figli.

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  1. monica Milano says:

    Sono stata letteralmente rapita da questo romanzo. Il traino principale era sicuramente cercare di capire il motivo dell’infelicità latente del matrimonio descritto e quindi scoprire lentamente la ragione… che per noi occidentali può risultare assolutamente incredibile…

    In secondo luogo ma non in secondo piano ho sentito come lettrice la grande nostalgia del protagonista per la sua terra, per la sua famiglia, per le sue origini. L’autore inoltre è stato molto bravo a far ‘sentire’ la paura e la sensazione di inferiorità dell’arabo-palestinese a casa sua….e che dire di questi libri di memorie ‘farciti’ di suoi ricordi…

    Bello anche lo scarto temporale fra le varie parti e la scrittura asciutta ma molto vivida….a volte mi sembrava di essere anche io in quella terra arida e calda che desidererei da molto tempo visitare.

    In sostanza APPROVATO a pieni voti!

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  2. Isabella says:

    Molte le tracce dei mutamenti che il protagonista avverte e di cui soffre, quasi sempre senza commentarle, salvo le involontarie lacrime improvvise. Si limita a descriverle. Un padre ammirato e coraggioso ora in terapia intensiva all’ospedale Meir di Kfar Saba, un po’ più a sud di Tira, il villaggio originario. Dall’Illinois a Gerusalemme, all’ospedale. Alle spalle un matrimonio non voluto, ma imposto da circostanze fortuite e sventurate, dapprima odiate poi accettate per via della bellezza di una donna il cui nome è unico nel villaggio di Tira, Palestine! Quel matrimonio ha dato anche tre figli amatissimi e sempre presenti nella mente inquieta, ma rassegnata alle circostanze del narratore. Quei figli a cui ricordare le origini magari con le musiche arabe per bambini che un tempo suo padre gli faceva ascoltare. Ora quei bambini sono quasi del tutto integrati nella società statunitense, immemori della terra da cui provengono. E quella moglie laconica e lontana, a sua volta rassegnata al destino che la lega a un uomo sovvertitore incolpevole della sua vita.
    Nella storia nessuno è davvero colpevole, circostanze casuali, il destino, le regole sociali che incombono e tracciano nuove strade e nuove direzioni: i mutamenti, per l’appunto! Quelli delle nuove abitudini americane, quelli della terra natìa. Mutamenti registrati nei ricordi del protagonista che intreccia la vita in Illinois con quella di Tira, di Kfar Saba e di Gerusalemme. Lo fa anche e soprattutto con il suo registratore “Executive”, aggeggio démodé, ma ancora in uso per catturare i ricordi delle persone, arabi o ebrei, che vogliono lasciare un’autobiografia ai propri cari: le tragedie vissute dagli uni e dagli altri, ma anche garrule vicende familiari e di vicinato.
    Il narratore sembra volerci dire che in fondo i ricordi suoi sono anche quelli degli altri: siamo sempre e comunque un’unica umanità. Il suo mestiere è scrivere le storie degli altri. E’ un ghostwriter capace di evocare ricordi lontani e vicini, ma anche favole e storie dell’nfanzia. Ed è talmente partecipe delle storie altrui da prestare ad esse pure i suoi ricordi, pure le sue storie. Insomma regala agli altri frammenti e tracce della sua memoria. Ecco allora i mutamenti nel paesaggio, sulle strade, nelle abitudini delle persone, nelle composizioni familiari…Gli affetti però e i legami sembrano invece addirittura approfondirsi, come se una rinnovata consapevolezza li radichi sempre di più.
    Una storia che vuole ridare vita al passato, gratificando il narratore stesso come i suoi clienti. Pur trapelando qui e là la tragedia vissuta dalla sua gente il tono è sempre pacato e quasi distaccato, anche se non mancano le lacrime e un pathos crescente nel racconto del suo strano matrimonio.

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  3. Daniela S. says:

    In questo ultimo libro di Sayed Kashua io ho percepito soprattutto un sentimento di sconfitta: la sconfitta di un uomo che si è piegato di fronte al volere della sua comunità e della sua famiglia, che ha accettato di vivere una vita che gli è stata imposta dalle convenzioni sociali, e che ora si arrende al volere della moglie di tenerlo – anche fisicamente- a distanza .
    Ma non c’è rabbia né risentimento in questo uomo: piuttosto una sorta di pacata, disorientata rassegnazione, un’accettazione incomprensibile dell’esilio a cui è sottoposto, dell’astio che gli dimostrano i familiari, della penitenza che vive quotidianamente. Gli unici “lussi” che sembra concedersi il protagonista sono la nostalgia – nostalgia per la sua terra, nostalgia per quello che era ed ormai non è più, ma anche nostalgia per quello che avrebbe potuto essere e invece non è-, e i ricordi : ma questi scopriamo che li “regala” alle persone per cui scrive la biografia.
    Una vita in attesa di essere prima o poi compreso e chissà amato da questa moglie distante.
    Una storia intima, malinconica, ma narrata con delicatezza e autenticità.
    Daniela S. _ Torino Gruppo lettura Civica.

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  4. letizia barato padova says:

    E’ un racconto costruito con frammenti di ricordi e di una amara realtà che il protagonista si ritrova a vivere. La sua nostalgia e i suoi ricordi dell’infanzia, della famiglia, del padre affiorano qua e là . Si ricostruisce così la sua vita e il suo mondo in eterno conflitto , un conflitto tra arabi, palestinesi ed ebrei che lo ha logorato. C’è anche la storia del suo matrimonio mai risolta e che non si risolverà, C’è il grande amore per i suoi figli, ma c’è anche un grande desiderio d’amore che sembra non trovare.
    E’ difficile inquadrare il protagonista! E’ un eroe? E’ una vittima di terribili circostanze aggravate da una cultura intransigente e intrisa di una forte religiosità conservatrice? Oppure è una persona incapace di prendere in mano il suo destino e ricondurlo su binari meno disastrosi?
    Forte è il sentimento di nostalgia che pervade tutta la narrazione.
    E’ un racconto che tocca l’anima e la sensibilità di chi lo legge.

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  5. ida says:

    ho amato questo romanzo solo alla fine…altrimenti la sua scrittura e la storia che racconta mi erano insopportabili per questa atmosfera di incomprensibile pena, sconfitta, inanità, incompiutezza eppure non ci sono colpevoli…forse il destino il caso l’intransigenza religiosa o il pettegolezzo/pregiudizio piuttosto che l’indifferenza creano questo appiccicoso senso di abbandono e ineluttabilità in cui si scambiano finzione letteraria e verità , ricordi e memorie, in un baratto continuo tra l’io personale e intimo del protagonista e l’altrui … registra e sbobina con l’ executive questo ghostwriter di sè stesso confondendo la dimensione conflittuale arabo-israeliano e la sua sottomissione con la dimensione di inadeguatezza nei rapporti personali e sentimentali…in quest’ansia di non detto di sè e degli altri tra la neve e la pioggia tra israele e gli stati uniti. forse un romanzo da rileggere per cogliere la sensibilità esasperata di una scrittura drammatica e senza catarsi

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  6. ida says:

    ho amato questo romanzo solo alla fine…altrimenti la sua scrittura e la storia che racconta mi erano insopportabili per questa atmosfera di incomprensibile pena, sconfitta, inanità, incompiutezza eppure non ci sono colpevoli…forse il destino il caso l’intransigenza religiosa o il pettegolezzo/pregiudizio piuttosto che l’indifferenza creano questo appiccicoso senso di abbandono e ineluttabilità in cui si scambiano finzione letteraria e verità , ricordi e memorie, in un baratto continuo tra l’io personale e intimo del protagonista e l’altrui … registra e sbobina con l’ executive questo ghostwriter di sè stesso confondendo la dimensione conflittuale arabo-israeliano e la sua sottomissione con la dimensione di inadeguatezza nei rapporti personali e sentimentali…in quest’ansia di non detto di sè e degli altri tra la neve e la pioggia tra israele e gli stati uniti. forse un romanzo da rileggere per cogliere la sensibilità esasperata di una scrittura drammatica e senza catarsi…nelle pieghe della sua scrittura kashua appare completamente diverso da oz e yehoshua, occore credo scoprirlo leggendo lo

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  7. Marilena says:

    Un libro struggente, sulla nostalgia, il rimpianto per quello che è stato ma soprattutto per quello che non sarà. Un libro sullo spaesamento e la non appartenenza. Sulla precarietà di chi è estraneo in patria e sulla estraneità del vivere altrove. Molti i temi trattati, umani e storici e molti i temi di scrittura e lettura. Di grande rilievo la trattazione dei ricordi, quelli veri e quelli “prestati” e della verità (ciò che si scrive diventa vero a scapito della realtà? E ciò che è vero non si dice per paura che prenda consistenza?). Interessante anche il fatto che il protagonista sia un ghost writer e usi l’editing come un ulteriore piano di svelamento di sentimenti e desideri. Molto bello.

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  8. Alberta says:

    Non conoscevo Sayed Kashua. Una scrittura essenziale, diretta, concisa, efficace. Grande profondità nel trattare temi quali il conflitto arabo-israeliano e i legami familiari. Davvero molto interessante.

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  9. Elena says:

    La lettura è indubbiamente interessante e toccante. Purtroppo però non sono riuscita ad entrare in totale empatia con il personaggio, che si lascia trascinare dagli eventi senza prendere davvero delle decisioni che potrebbero finalmente dare una direzione alla sua vita. Molto bella la figura paterna magistralmente descritta.
    Emergono chiaramente le dinamiche tra arabi ed ebrei e tra gli stessi arabi tra i quali aumenta la conflittualità, anche all’interno delle stesse famiglie, a seguito della difficile situazione dell’esproprio delle terre e dei soprusi subiti. La comunità, così come la famiglia, si sfalda senza riuscire a trovare un collante al di là dell’odio per il diverso e per chi trasgredisce le regole. Poco importa se si sia commesso davvero un misfatto, nel momento in cui entra in circolo quella che potremmo definire “la macchina del fango” è molto difficile se non impossibile difendersi. L’unica soluzione sembra essere la fuga: ma è davvero così?

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  10. Barbara Rosai (Torino) says:

    Senza dubbio nella “La traccia dei mutamenti “ di Sayed Kashua il tema della nostalgia per la patria lontana, descritta in modo efficace e struggente, è molto importante.
    Tuttavia, a mio parere, il tema pregnante del romanzo è il disincanto del protagonista, che dopo aver vissuto nello sforzo e con l’illusione di poter arrivare a far parte, a pieno titolo, della classe intellettuale di Israele, perde tutto e si trova costretto a emigrare.
    Nella terra in cui è nato non c’è più posto per lui.
    Se il romanzo è incentrato sulla perdita delle illusioni giovanili e la successiva disperazione del protagonista, è chiara l’intenzione dell’autore di andare oltre la vicenda del singolo che si trasforma in metafora di una disperazione collettiva, risultato della condizione di umiliazione, frustrazione e vergogna di tutto un popolo.
    Non è servito a niente accettare che la storia venisse riscritta per ottenere il diritto di dare un futuro ai propri figli.
    “La traccia dei mutamenti “ è un romanzo costruito in modo avvincente, che stupisce per la densità e la profondità delle tematiche trattate, emozionante nelle descrizioni dei rapporti famigliari, coinvolgente nei ricordi d’infanzia.
    Da leggere assolutamente per vedere, da un’altra angolazione, una terra ed un conflitto molto difficili da comprendere.

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  11. Chiara (bookclub Milano) says:

    Un libro profondo e struggente che tratta numerosi temi, con una scrittura intensa ma allo stesso tempo scorrevole, ricca di particolari minuti, colori, suoni, profumi mediorientali. In primis, la questione palestinese, dal punto di vista arabo, per cui della minoranza, che non ha solitamente molta voce in capitolo (almeno non rispetto alle letture più facilmente diffuse e conosciute). La patria e il suo attaccamento ad essa emergono in modo prepotente, sia nelle parole, che in alcune immagini (la stessa Palestine, la donna protagonista del suo racconto e della sua vita è un chiaro riferimento alla terra). L’autore, nativo di Tira, ha ricevuto un’educazione ebraica. E’ diventato famoso per i suoi articoli umoristici pubblicati su Haaretz, testata giornalistica israeliana, nei quali prendeva in giro luoghi comuni e stereotipi arabo israeliani. Ha sempre scritto in ebraico. E’ emigrato a Chicago nel 2014 in seguito agli scontri contro gli arabi israeliani, dichiarando fallito il tentativo di coesistenza fra arabi ed ebrei. Il libro è in gran parte autobiografico. La vicenda scorre sul sottile filo di divisione fra realtà e finzione, fra ciò che è possibile e ciò che è realmente accaduto. La copertina (una porta spalancata su una camera da letto) invita il lettore all’incontro con gli aspetti più personali e intimi della vita del protagonista, l’Io Narrante, che, sotto le spoglie di un ghost writer, inserisce i suoi ricordi all’interno delle storie di altre persone, che lo ingaggiano per lasciare tracce di sè ai posteri. Un libro sul valore della memoria e del ricordo e su come ci si possa facilmente identificare tanto in alcuni ricordi (da lui soltanto prestati) a punto di crederli propri. Una riflessione sui legami familiari, sulla ricostruzione di un rapporto bruscamente interrotto da parte di un uomo che, nel romanzo esce quasi come un inetto e un perdente, ma che si riscatta mettendo a posto le cose, a partire dalle proprie radici. Bello, davvero molto bello, con un finale che si presta a diverse interpretazioni, così come tante parti al suo interno.

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  12. Rita Centaro (Musicale Torino) says:

    Può l’attribuzione del nome della protagonista nella creazione di una fantastica opera letteraria studentesca segnare la vita del suo autore?
    Per l’io narrante di questo libro è proprio così, e quella scelta casuale lo segnerà in modo incisivo per sempre.

    “Qual’è il tuo primo ricordo?” il ghostwriter protagonista pone questa domanda agli intervistati e dopo aver registrato su una “cassetta” le loro voci, al loro racconto aggiunge i suoi ricordi, fino al punto da raggiungere quasi un suo totale svuotamento.

    Quando la vita sta per abbandonare suo padre, non può rimanere indifferente e corre al suo capezzale e con tenerezza gli formula lo stesso interrogativo, ricercando nelle di lui risposte quel sottile fil rouge che lega il suo presente al passato.

    E allora, nella sua mente, riaffiora anche quello più remoto e con esso le domande che vorrebbe illuminassero le zone che sono rimaste in ombra.

    Sente, così, le sue radici che si ancorano sempre più a quel terreno che sta per essere scosso da quell’evento.

    E allora cerca di arricchire i suoi ricordi, magari mischiandoli con quelli di qualcun altro, a ritroso riscopre nella mente gli odori, le tradizioni, i gusti, i rumori, la patria, gli episodi che aveva solo temporaneamente dimenticato e tutto riaffiora per ritrovare un senso di appartenenza.

    Ma, una volta ritornato alla sua realtà, sembra continuare ad accettare passivamente le scelte degli altri, in attesa di trovare il coraggio per realizzare la sua vita in base alle proprie esigenze, fino al punto da non sapere più capire con nitidezza se ai suoi figli deve dire che la loro lingua sia l’arabo, l’ebraico o l’inglese.

    La solitudine, il dolore, lo scoramento, possono essere delle ottime compagne che prendono per mano e conducono nelle braccia della nostalgia.

    Una nostalgia che, seguendo la “traccia dei mutamenti”, porta ad incontrare il futuro.

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  13. Stefania (bookclub Milano) says:

    Un romanzo introspettivo, dove il peso della storia e il peso dei rapporti familiari si intrecciano lasciando un senso di non appartenenza. Una lettura non cede mai all’autocommiserazione e fa riflettere in merito alle dinamiche familiari e sulla realtà del conflitto israelo-palestinese da chi l’ha vissuta in prima persona.

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  14. Virginia (venerdì Milano) says:

    Un libro pieno di tristezza e di incomprensibili comportamenti, nel quale la lingua svolge un ruolo fondamentale, usata in modo soddisfacente per raccontare gli altri, quasi totalmente deficitaria quando si tratta di usarla per sé. Il protagonista (va detto, non il più simpatico dei protagonisti, un uomo inetto per il quale è davvero difficile provare empatia) vive lontano da casa ed è costretto ad esprimersi in una lingua non sua, una volta rientrato a casa si sente ugualmente inadeguato. Non un libro immediato, ma certamente piacevole.

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