L’uomo che scrisse la Bibbia

l'uomo che scrisse la Bibbia 02 Questo romanzo narra la storia di William Tyndale il Traduttore, l’uomo che scrisse il libro più letto nella storia dell’Occidente: la Bibbia in inglese. È una storia popolata da sicari, vescovi oltranzisti, avidi mercanti, subdoli traditori, alchimisti e re, e ambientata in una delle epoche più turbolente, complesse e avvincenti che l’Europa abbia conosciuto: la prima metà del Cinquecento, il secolo che si apre con la scoperta dell’America, la Riforma luterana e la definitiva spaccatura fra Oriente e Occidente.
Narra di un genio che osò scrivere la Bibbia come se fosse la prima volta, nella lingua del popolo e non dei potenti, e che, così facendo, inventò l’inglese moderno, la lingua di Shakespeare. Dalla sua penna sono scaturiti neologismi come «il sale della terra», «i segni dei tempi», «capro espiatorio» e frasi piene di ritmo che Tyndale afferra «a orecchio» dalla gente comune, dal modo di esprimersi di quei commercianti, tessitori, marinai, tosatori, sarti e venditori di stoffe che ha conosciuto da ragazzo, nel Gloucestershire, la terra di confine affacciata sul mare dove è nato e cresciuto.
È, infine, il racconto di un viaggio, avventuroso e insidioso come quello dei primi esploratori, che porta da una lingua misteriosa, l’ebraico del Vecchio Testamento, a una lingua non ancora nata. Un viaggio in cui, per un libero pensatore alle prese con i demoni della propria creatività, per un rivoluzionario braccato da potenti nemici, il prezzo da pagare è sempre molto alto.

Marco Videtta ha pubblicato saggi e articoli su cinema e letteratura. È autore e produttore creativo di molte fiction televisive di successo. Per e/o ha pubblicato il romanzo Un bell’avvenire, finalista al premio Azzeccagarbugli. Con Massimo Carlotto ha scritto Nordest, premio Selezione Bancarella e i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici, editi da Einaudi Stile Libero. Per Rai Eri ha pubblicato Il jazzista imperfetto, biografia del pianista Danilo Rea. I suoi libri sono tradotti in inglese, francese, tedesco e spagnolo.

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L'uomo che scrisse la Bibbia, 6.5 out of 10 based on 2 ratings
  1. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti – Torino (n. Roma)
    Il romanzo si apre con un primo capitolo, di un narratore extradiegetico, in media res, il cui protagonista è Eleuterius, un alchimista. In una casetta di legno, in un bosco, con una croce simbolo di contagio, scorge un uomo e tramite una pozione erboristica medicamentosa, lo riporta in vita.
    Il romanzo è ambientato nel XVI sec., quello delle edizioni Aldine, ed il protagonista, William, è un colto traduttore e studioso.
    Traduttore, editore e stampatore erano figure distinte.
    Nel capitolo successivo invece è William Tyndale il narratore autodiegetico, che narra come in un romanzo di letteratura bizantina partendo dalla famiglia d’origine, poi l’infanzia e la vita. Il padre era un ricco proprietario terriero che aveva due figli. Il primogenito Edward, commerciante, il secondo William destinato alla carriera ecclesiastica. William ha idee luterane ed il progetto di tradurre le sacre scritture direttamente dal testo classico greco, in lingua inglese, per la popolazione con cultura meno erudita.
    In Inghilterra però questo era vietato. La Chiesa e la sua personale interpretazione delle Sacre Scritture lavorava per poter riscuotere indulgenze e elargizioni.
    Aiutante di William è William Roye che si rivelerà sleale e traditore e il cui giudizio divino sarà equo.
    Dall’Inghilterra parte per Colonia.
    Eleuterio sarà azzannato da un lupo ma riuscirà a guarire grazie a Tyndale. I loro aiuti reciproci li uniranno in modo quasi fraterno. L’intreccio li farà riavvicinare nonostante uno sia di mentalità scientifica e l’altro con caratteristiche di tipo mistico.
    Il tentativo di stampare il Nuovo Testamento con Quentell non va a buon fine e Tyndale è quasi contento. Avrebbe avuto più libertà rispetto alle modifiche che gli si imponevano.
    Il nuovo stampatore era ad Anversa e qui Tyndale incontra e conosce la bella e colta figlia Margarete che amerà in modo puro e sincero, da lei ricambiato.
    Eleuterius esorta spesso Tyndale al racconto e lo incalza, quasi fosse una novella delle Mille e una notte.
    Monmouth è il suo amico fraterno e come per Margarete, la nequizia degli uomini di Chiesa, decreterà la morte di entrambi.
    Nel capitolo corruzione ed estasi si entra nel racconto del narratore extradiegetico del giovane Henry che avrà, come in un giallo, una parte determinante nella storia.
    Figlio di mercanti di stoffe viene incaricato dal padre di occuparsi di un acquisto di macchinari e per questo gli viene affidata una borsa piena di quattrini, che il giovane perde al gioco. Invece di chiedere perdono, cerca di ingannarlo e per questo il padre lo fa arrestare.
    Tyndale si trova a studiare con un rabbino ebreo a Lubecca ma l’ambiente con i coetanei è ostile.
    E’ in aperta rivalità con Thomas More incaricato dal re, presidente della camera dei comuni. Il re Tudor Enrico VIII decide di divorziare da Caterina d’Aragona, sua cognata, per poter ottenere l’erede maschio da Anna Bolena. Thomas More è completamente in suo potere.
    I preti erano considerati dagli inglesi una casta privilegiata e non giudicabile.
    La posizione della chiesa rimaneva quella egemonica e di grandi ricchezze.
    Tyndale in Pointz aveva trovato un valido e fidato collaboratore e riesce a tradurre dall’ebraico all’inglese ben 73 libri delle Sacre Scritture. Instancabile e sempre alla ricerca della verità, come tutti i grandi, ha dovuto vivere in un eterno esilio.
    Altro personaggio è il vescovo di Londra Stokesley uomo perfido capace di far riesumare un cadavere per arderlo sulla pubblica piazza.
    Nella terza parte c’è la cattura e la prigionia di Tyndale ed il suo processo farsa, narrato come fosse un diario.
    Edotte ed esaustive le citazioni e le parafrasi sulla Bibbia. Troviamo anche Pietro Bembo, Lutero, Calvino, Erasmo, Pico, Hans Holbein, Michelangelo.
    Nel XVI sec. inizia il lavoro dei traduttori. Maggiormente fedeli all’autore per i classici greci e latini e con vari testimoni rispetto all’archetipo per i testi più recenti. In Spagna con il siglo de Oro con Carlo I sono tradotte le opere di Petrarca, Boiardo, Ariosto e Tasso con un’operazione umanista. L’operazione era proibita per i libri considerati protestanti e con Carlo V e Filippo le traduzioni aumentano. Prima del Concilio di Trento (1545- 1563) poteva riscontrarsi una certa permissività, ma con il papa Paolo IV si redige l’Indice dei Libri Proibiti, elenco indetto dalla Chiesa cattolica nel 1559.
    Interessante la parte di filologia e intelletto.
    William Tindale, a me sconosciuto, ha generato conseguenze sulla vita di personaggi quali David John Daniell, studioso letterario inglese e Abraham Lincoln, come riportato nell’excipit.

    In questo libro emerge in modo palese l’assenza di autorità morale della chiesa e dei padri della chiesa. Si sono serviti di Dio che hanno usato per i loro scopi: esercitare il potere, controllare le persone con la paura dell’inferno, vivere di privilegi. Certo, non tutti sono così, ma la chiesa ha costruito le sue basi sulla violenza. Se si legge Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo, di Adriano Petta e Antonino Colavito, con la prefazione di Margherita Hack, farà male sapere come persone venerate come santi, sant’Ambrogio e sant’Agostino, furono tra coloro che vollero la distruzione della biblioteca di Alessandria d’Egitto, dove l’astrofisica e scienziata Ipazia lavorava (Scuola alessandrina). Il vescovo di Alessandria fece trucidare i non cristiani, tra cui Ipazia; tutti gli studi degli scienziati dell’antichità andarono perduti per l’ignoranza e il fondamentalismo ottuso di chi vede nella cultura e nella scienza dei nemici da combattere. Si pensi a Giordano Bruno bruciato a Campo dei Fiori, a Galileo, riabilitato dopo 400 anni, e a tutte quelle donne ritenute streghe solo perché conoscevano le erbe officinali con cui curavano le persone. Il sangue di Cristo si è mescolato con quello dei martiri della sua chiesa. E’ un discorso molto complesso e non facile da affrontare, ma vero è che chi ha operato in nome della chiesa, ha fatto circolare solo quello che faceva comodo. Ignorati i vangeli apocrifi, quelli gnostici, traduzioni dall’aramaico al greco o mal fatte o aggiustate. In nome di che? Il controllo sul gregge. La chiesa è stata sempre un ostacolo al progresso dei popoli.
    Come scrive Giordano Bruno Guerri ne “Il sangue del sud” il popolo non può leggere e non sa leggere. L’antichissima strategia della chiesa di tenere il popolo lontano dalle Scritture, e dalla scrittura, dava ancora i suoi frutti.
    E ancora Silone invita a meditare su una conclusione amara: nel mondo valgono tre leggi: quella dei preti, l’altra dei potenti e la legge dell’abitudine.
    Il mio auguro è quello di imbattermi in autori autentici, che non scrivano per fama o per denaro. Che non facciano dell’ipocrisia il loro stile di vita.
    Io credo in Dio e nella perfezione della natura. Credo che Dio si manifesti agli ultimi, ai puri di cuore, perché hanno la mente libera da preconcetti e possono intuire la bellezza del Creato; tutto in poche parole et Verbum caro factum est La parola si fa carne. La parola che può offendere, consolare, ordinare di uccidere o di salvare. Il presepe per me rappresenta un mondo ideale, nel quale il Cristo ha voluto nascere tra gli ultimi, perché è dalla loro parte. Come dovrebbe essere. Come è difficile, però!

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  2. ida says:

    …che bello!

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  3. Sofia - Padova says:

    Quello che Videtta propone con questo romanzo è il ritratto di un secolo in cui si incardinano le vicende di un uomo geniale, che ha speso la sua vita per donare all\’Inghilterra (e al mondo) una nuova versione della Bibbia: in inglese. Quella di Tyndale è una lingua nuova, musicale che apre le porte alla comprensione del messaggio cristiano come non era mai stato fatto prima, rendendolo alla portata di tutti. Un racconto incalzante, con un linguaggio talvolta crudo e diretto, che trascina il lettore nel XVI secolo, tra i vicoli di Anversa e Colonia, portando a riflettere sul potere delle parole e della conoscenza. William Tyndale è stato dimenticato per secoli, ma mi piace pensare che abbia continuato a vivere attraverso quei modi di dire e quelle parole che usiamo ancora oggi.

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  4. Claudio says:

    “L’uomo che scrisse la Bibbia!” è la storia di William Tyndale, il riformatore religioso che tradusse la Bibbia in inglese dagli originali in greco ed ebraico e che ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo della lingua inglese da “lingua da bettola, povera e volgare” al linguaggio sofisticato di Shakespeare.
    Bella e coinvolgente la prima parte con l’incontro tra il personaggio illuminato, e perciò costretto ad un perpetuo esilio, Eleuterios e Tyndale: scopriamo la passione di quest’ultimo per il messaggio di Gesù e la sua semplicità, partecipazione che si trasforma in una magistrale interpretazione della Parola di Dio. Nella seconda parte si racconta la vicenda di questo dimenticato e importante interprete, la storia della traduzione, diffusione della sua opera, delle persecuzioni e l’arresto. Nella terza parte si narrano, in modo sobrio e incisivo, il processo, la condanna e l’uccisione per volere di Enrico VIII. Conclude il libro la vicenda della ricomparsa fortunosa di un testo consegnato al rogo “stupidamente per ragioni contingenti che la storia stava già spazzando via” ed invece destinato ad entrare per sempre nella cultura del mondo anglosassone.
    Videtta dimostra di conoscere bene le sacre scritture e ci illustra le innovazioni trasmesseci dal riformatore Tyndale, soprattutto nel Nuovo Testamento (alcune sue interpretazioni del testo sono di una semplicità e modernità ineguagliabili), e ci racconta con una scrittura impeccabile, in modo avvincente e niente affatto scontato un periodo ricco di fermenti e contraddizioni, di grandi dispute e di piccoli uomini, di feroci passioni e sanguinose lotte di potere e di orrori senza fine. Interessanti le descrizioni di Thomas More, ben lontano dalla visione agiografica dell’autore di “Utopia” e di Enrico VIII, l’uomo di grande complessità e contraddizioni che, nonostante tutto, ha saputo trasformare l’Inghilterra da “un’isola di pecorai in una grande nazione”.
    Le colpe della Chiesa cattolica (degli esseri umani che se ne sono serviti) sono indubbie e sono da riferirsi in gran parte alla ottusa gestione del potere temporale assoluto, con i cittadini (o meglio sudditi), in gran parte analfabeti e ignoranti, visti come persone de ammaestrare e correggere (spesso con la forza). In tal senso il movimento riformatore è stato foriero di un graduale cambiamento anche se degenerato in un potere contrario e simile (“Cambiamento? A vecchi poteri succedono nuovi poteri… Il cambiamento può avvenire solo in ognuno di noi e in individui che abbiano la capacità e la voglia di soffrire per cambiare” ), ugualmente prepotente e rancoroso.
    Grande merito del libro di Videtta è quello di far luce su fatti e circostanze che hanno portato a laceranti divisioni e soprattutto quello di dare voce a chi, come Tyndale, a costo della propria vita, ha saputo lottare per ideali più grandi di lui.

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  5. Angela says:

    Un libro riuscito: una ricostruzione storica molto accurata, un personaggio misterioso e affascinante, una trama avvincente. L\\\’autore ci immerge nell\\\’Europa dell\\\’età della Riforma e soprattutto nella Sacra Scrittura, attraverso uno dei suoi migliori traduttori, il cui nome è rimasto sconosciuto per secoli. Da leggere!

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  6. Andrea (Padova) says:

    Un romanzo storico avvincente, una scrittura morbida e musicale, equilibrata, a tratti sorprendente (efficace la testa che parla nel capitolo finale). È vero che si sente il “peso” della doppia traduzione sulla carta (dall’ebraico all’inglese e poi all’italiano, il che è una forzatura), ma Videtta ne esce con eleganza. Il testo potrebbe diventare facilmente base per una trasposizione cinematografica (si sente l’imprinting di Videtta-sceneggiatore). Apprezzabili i cambi di stile tra un capitolo e l’altro. Davvero un buon libro.

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  7. Chiara Milano lunedì says:

    Affresco interessante di un’Europa che viaggia, commercia, scambia merci e culture e religioni nel XVI secolo fra Amburgo, Anversa e Londra…William Tyndale è il personaggio principale, l’uomo che scrisse la Bibbia, quello puro che sacrifica la vita per la missione che si è dato e che persegue con determinazione totale, competenza e creatività. Intorno a lui molti altri uomini degni e indegni, personaggi storici e d’invenzione:
    Thomas More, Erasmo da Rotterdam, Enrico VIII, Cromwell, Lutero.
    Testo documentato ma curioso che coinvolge il lettore con un ritmo incalzante scoprendo sfumature che risuonano di Shakespeare e dell’Umberto Eco de Il nome della rosa. Come per Eco anche questo romanzo ha la capacità semiologica di stratificare i suoi lettori, capace com’è di parlare a tutti e ognuno in modo diverso.
    Una lettura che fa bene e concilia col piacere delle storie, anche per la strumentazione letteraria che utilizza: la segmentazione in parti che fa emergere i personaggi, il dialogo come strumento di teorizzazione, la presenza nel contesto di argomentazioni che rendono conto delle posizioni senza appesantirne la portata o resuscitando facili contraddizioni. Mi ha fatto molto piacere leggerlo.

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  8. Lucia - Padova says:

    Bello e sorprendente questo libro, Ci racconta una storia vera che avvince fino all’ultima pagina.Molto interessante la genesi della chiesa anglicana, molto toccante il ritratto di Tommaso Moro, con le sue Contraddizioni e il suo tormento interiore.Un libro ben scritto, affascinante.

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  9. Maddalena (Verona) says:

    “No Tyndale, No Shakespeare”

    L’uomo che scrisse la Bibbia, di Marco Videtta, racconta la storia di William Tyndale, il grande traduttore inglese della Bibbia anglicana, uomo di straordinario talento che ha saputo estrarre dalla lingua inglese la potenza delle immagini e della sua musicalità.
    Se in Gran Bretagna egli è figura nota, non lo è certo in Italia, paese cattolico per eccellenza. Il libro colma allora un vuoto culturale tutto italiano (ma non solo) nel restituire a Tyndale il giusto peso nella storia del cristianesimo europeo.
    Si tratta di un romanzo storico, non solo per la grande documentazione e ricerca che ne tesse la trama, ma soprattutto per lo sguardo peculiare che offre al lettore su uno dei periodi più cruciali e di svolta per la storia europea: anni caratterizzati da grandi trasformazioni portate dalla Riforma protestante di Lutero e dallo Scisma anglicano di Enrico VIII. Di fatto, la cornice storica delle vicende narrate al cui interno si muovono personaggi storici quali Erasmo da Rotterdam, Lutero, Pico della Mirandola, Thomas More, Enrico VIII, Anne Boleyn, Michelangelo… per citare solo alcuni tra i più noti.
    Un periodo che ha conosciuto due veri “best-seller” (se ci è permessa la battuta visto che parliamo di un libro): la Bibbia di Tyndale e la Bibbia di Lutero.
    Una lettura interessante, dunque, non solo dal punto di vista storico ma anche linguistico, come riporta lo stesso Videtta nella sua nota al volume: “Si può tranquillamente dire che senza l’inglese inventato da Tyndale non avremmo avuto Shakespeare”. Tyndale è infatti considerato, in patria, il padre della lingua inglese, come Lutero lo è per quella tedesca e Dante lo è per noi. “No Tyndale, No Shakespeare”, scrive David Daniell, il più grande studioso inglese di William Tyndale. A lui fa riferimento Videtta quando coinvolge il lettore nella lettura di alcuni passi della traduzione inglese: è grazie al lavoro di documentazione speso sui testi di Daniell (e non solo) che l’autore guida il lettore ad assaporare la musicalità della lingua, la bellezza di un’immagine, a scoprirne il significato profondo. Straordinario è confrontare la traduzione musicale di Tyndale con altre più legnose.
    Se Tyndale è riuscito nell’intento di offrire “al ragazzo che guida l’aratro” la lettura della Bibbia senza mediazioni, non esageriamo se affermiamo che Videtta è riuscito a trascinare il lettore nel clima dell’Europa del ‘500: dalla Turingia centrale del 1530, al Gloucestershire fino a Cambridge, e poi ancora a Londra, ad Anversa, fino a Colonia e poi in mare… Grazie allo sforzo di Videtta, il lettore italiano oggi è in grado di ascoltare il talento di Tyndale, di seguirne le tracce; di conoscere un uomo che ha saputo rendere concreta la propria utopia pagata a prezzo della vita. Egli era convinto che se fosse riuscito nell’impresa di tradurre la Bibbia in inglese, avrebbe avvicinato le persone alla Parola di Dio: una lettura diretta senza mediazioni che le avrebbe aiutate ad essere migliori e a diventare veri uomini di Dio.
    Non era facile, in relative poche pagine (236), restituire la storia di William Tyndale nella sua complessità senza dimenticare lo sfondo storico, necessario e imprescindibile, a cui Videtta si attiene in modo altamente documentale e scrupoloso.
    Egli sceglie di dividere in tre momenti salienti la storia con un prologo iniziale: la scena si apre nei dintorni di Erfurt, in Turingia centrale, nell’Anno Domini 1530. Qui un narratore presenta, attraverso il dialogo tra William Tyndale e l’alchimista Eleuterius (due uomini diversissimi ma accomunati dalla sete di verità: profondamente religioso e spirituale il primo, più pragmatico, razionale, scientifico il secondo) le ragioni che hanno spinto Tyndale a tradurre la Bibbia.
    Con la prima parte (Illuminazione e stupore), ha inizio la storia di William Tyndale: l’infanzia trascorsa nel Gloucestershire, gli studi e le conseguenze della scelta di seguire – a tutti i costi – l’utopia di tradurre la Bibbia “per il ragazzo che guida l’aratro”. La narrazione, movimentata dalla memoria del personaggio William, è scandita con il ritmo della sceneggiatura: lunghi dialoghi e tanta azione. Il lettore è sin dall’inizio catturato dalle vicende del protagonista. La scrittura, benché vivace, si fa precisa e documentale: il lettore ritrova non solo l’atmosfera del college di Cambridge, la prudenza del vescovo Tunstall (personaggio storico) che rifiuta la proposta dell’entusiasta Tyndale di una versione della Bibbia in inglese: “I tempi non sono maturi, caro figliolo…”; ma anche le scoperte linguistiche che lo hanno trasformato; come la parola “presbyteros” che non vuol dire ” prete” ma anziano; “ekklesia” che non vuol dire “chiesa” ma “congregazione”; “metanoeo” che non vuol dire “fare penitenza” ma “cambiare idea”, “ravvedersi”; e ancora, “agape” che vuol dire “amore” e non “carità”… Un vero e proprio terremoto teologico: la messa in discussione della dottrina cattolica che poggia sulla figura del sacerdote, del concetto di “Chiesa”, del pentimento e della carità. Una rivoluzione religiosa che ha avuto le conseguenze ancora vive e tangibili.
    La seconda parte del romanzo (Corruzione ed estasi), si apre e si chiude sullo stesso personaggio (storico) di Henry Philips. Un uomo cinico che non ha nulla da perdere e per tale motivo è altamente corruttibile: lo abbiamo incontrato ragazzino nella narrazione-fiume di Tyndale a Eleuterius della prima parte. Un capitolo che diviene una sorta di pausa e di preludio in quanto il lettore viene immerso in un’altra storia, dove Henri Philips prende tutta la scena e dove assistiamo a un cambio di passo nel ritmo della scrittura: seguiamo le vicende senza ascoltare dialoghi se non in chiusura di capitolo. Ma il ritmo riprende e si fa più incalzante con la ricomparsa di Tyndale a Lubecca alla scuola talmudica. Se vuole proseguire nel lavoro di traduzione dell’Antico Testamento, egli deve abbeverarsi direttamente alle fonti ebraiche: questa volta deve tradurre dalla lingua dei Profeti. E da Lubecca il lettore viene trascinato alla corte di Enrico VIII (il Defensor Fidei): qui la scena è principalmente occupata dalla figura di Thomas More, dagli intrighi di corte e dalla Grande Questione (nelle mani del cardinale cancelliere Thomas Wolsey) del divorzio del re dalla regina Caterina d’Aragona.
    Dopo questa pausa tutta a sfondo storico, seguiamo il protagonista ad Anversa, dove vive nuovi e vecchi incontri; e finalmente l’incontro inaspettato con Eleuterius, la trattativa per riportare in patria Tyndale e ancora altri episodi che si intrecciano con le vicende di Enrico VIII e Anne Boleyn che legge e apprezza la traduzione clandestina di Tyndale.
    Infine, la terza ed ultima parte (La Bibbia dimenticata) vuole restituire memoria e giustizia a quest’uomo che non ha nemmeno potuto firmare la traduzione della Bibbia.
    Videtta ce ne darà ragione in poche pennellate con storico vigore, restituendo al lettore la tragedia, l’umanità e la grande utopia di una vita spesa nel sogno di creare “una comunità resa migliore dallo strumento che [Tyndale] stava cercando di donare”. La Bibbia.

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  10. donata says:

    L’autore ci ha proposto di ripercorrere in forma narrativa una delle più significative fasi della storia europea e della costruzione della identità inglese, tematica che consente di mettere in luce, al di là del contesto storico, temi di grande interesse ancora, per certi aspetti, di attualità: dalla lotta di singoli intellettuali per veder riconosciuta la libertà di pensiero, alle trame politiche sottese alle guerre di religione, all’intreccio con l’affermarsi di scambi commerciali internazionali.
    Purtroppo però l’opera tradisce lo spessore storico-culturale di queste tematiche sia per una struttura poco lineare ed una scrittura poco omogenea, che alternano pagine puramente e piattamente descrittive (vedi la biografia di Tommaso Moro che sembra la trascrizione di una pagina di manuale scolastico di storia) a pagine quasi “giallistiche” per ipotizzare il tradimento che avrebbe fatto cadere il protagonista nelle mani delle autorità che ne decreteranno la condanna definitiva.
    Inoltre una semplicistica definizione dei dogmi propri delle diverse confessioni religiose non offre al lettore una adeguata conoscenza degli aspetti teologici delle indagini che tanto erano care al protagonista e proprie dell’epoca.
    Resta tuttavia il grande fascino che sempre ha ogni indagine sul lessico, l’etimologia, i termini polisensi, la complessità del lavoro di traduzione. Forse proprio qui sta Il significato di questo romanzo.

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  11. anna, verona says:

    Parco, troppo troppo parco di parole è stato Marco Videtta in questo suo “L’uomo che scrisse la Bibbia”, perché avremmo voluto averne almeno altrettante da leggere. Le 200 pagine volano in un soffio avvolgendoci nelle trame misteriose di una storia di altri tempi, quella di William Tyndale, riformatore religioso e traduttore della prima versione in inglese della Bibbia.
    Nella prima parte Tyndale il traduttore ed Eleuterios l’alchimista ci conducono per mano, novelli Virgili, nell’Europa del primo cinquecento prima dello scisma della chiesa anglicana spiegandone gli antefatti e le ragioni del gran distacco, il tutto farcito da semplici rimedi di erboristeria con relative raccolte di bacche intervallati da dotte citazioni dal latino/greco/ebraico. Segue poi la partenza di Tyndale per Anversa e i suoi rapporti con gli stampatori. Apro qui una parentesi: Ken Follet, per citare un best sellerista, non si sarebbe lasciato sfuggire la possibilità di introdurre quel po’ di pepe erotizzando la figura della figlia dello stampatore e il rapporto con Tyndale. Videtta se ne fa un baffo, piccoli accenni castissimi alla storia d’amore. La terza parte riguarda il ritorno di Tyndale in patria e i rapporti con il potere e la sua morte.
    Il volume appartiene senz’altro alla categoria del romanzo storico ma non è per nulla appesantito dai riferimenti storici; tutto viene descritto con tale liberissimo tratto che sembra puro parto della fantasia. Questa sua libertà è per me la sua caratteristica positiva più pregnante, quella che ne rende godibilissima la lettura.
    Forse è un nuovo “Il nome della rosa”, e come avvenne a Umberto Eco mi piacerebbe avesse un successo planetario perché il napoletano Videtta se lo merita!

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  12. Sam says:

    Letto e amato dalla prima all’ultima pagina!
    Una storia che tutti,a parer mio, dovrebbero conoscere.
    Grazie per questa meraviglia!

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