Dal Ventre della Balena di Micheal Crummey: quando l’abbondanza non è una benedizione

“Was mich nicht umbringt macht mich stärker“ (F. Nietzsche)

Techinalities
: Narratore onnisciente, terza persona, prospettiva interna (reflector character). Il lettore non percepisce la mediazione del narratore che si colloca nella testa del personaggio attraverso cui lascia che il lettore creda di percepire la realtà. Pur nella sua onniscienza, il narratore olimpico è retratto: non ci sono anticipazioni o commenti, la sostenuta frequenza dei dialoghi mantiene un buon equilibri con i passaggi introspettivi, in cui l’autore può esprimere al  meglio il buon livello letterario della sua scrittura (uso delle immagini; metafore; aggettivazione ricercata senza perdersi in fastidiosi manierismi…).

Il riferimento più immediato che viene alla mente è quello al realismo magico di Garcia Marquez: anche a livello di materiale, non è difficile pensare ad una grande saga familiare, di carattere corale, in cui magia e realismo si condizionano a vicenda, come Cent’anni di Solitudine (con le dovute distanze). Per il suo oscillare tra mito, storia, individuo, universale, il romanzo è vicino alla produzione epica: è quasi impossibile identificarsi con i personaggi, che sono fuori dal quotidiano sentire, e anzi in essi troviamo forze e sentimenti(e storie) che prescindono dal contingente. Come per la trilogia di Jon Kalmann Stefansson (ed. Iperborea), siamo davanti ad un’opera che potrebbe essere una saga della tradizione orale, in cui spesso più che persone o cose, agiscono categorie universali. L’ironia, la distanza, che Crummey riesce a tenere per tutto il romanzo fa sì che, però, il senso della tragedia incombente, della Natura matrigna, non schiacci il lettore ma al contrario chi legge si senta catapultato in un mondo magico e tuttavia credibile ed emozionante.

“Dal ventre della balena” è un titolo strepitoso, che non tradisce, nel suo allontanarvisi completamente, la potenza dell’originale. Il romanzo è un continuo riferimento alle Sacre Scritture, e un titolo così ci costringe a pensare a Giobbe (e a Pinocchio), alla sua pazienza e a un Dio capriccioso, che si permettere di scommetter sulla pelle di Giobbe e della sua famiglia. Giobbe è la sofferenza che non cede, il pugno teso contro il Cielo… Tutta questa sofferenza è il filo rosso che attraversa il romanzo (capisco un po’ meno perché Judah diventi Giudeo…). Tuttavia, a me piace anche quello originale, che in italiano si sarebbe perso, e che mette in evidenza altri aspetti di questo romanzo così complesso che sembra una matrioska.
Galore è un titolo interessante ed estremamente ironico: significa abbondanza, ma di cosa? Certo, le reti colme di pesci e calamari che porta Judah. Ma davvero ciò di cui abbonda la vita dei protagonisti sono stenti, miseria e sfortuna.

Però c’è manche la componente “lore”: tradizione. Questo romanzo ci ricorda il terreno paludoso che esiste tra mito e storia, con quest’ultima che prende inesorabilmente il sopravvento sul primo (forse anche per questo la parte finale è meno affascinante degli inizi): se il tempo ha un andamento circolare, il futuro arriva per forza, il movimento in avanti non si ferma e lo notiamo nell’incursione progressiva del nuovo in ciò che è statico (arriva Giudeo, arriva il nuovo prete cattolico, arriva il dottore dall’America, arriva il sindacalista); avvicinandosi al presente compaiono le date, il tempo si misura in maniera più ‘razionale’ , la magia viene sostituita da soggetti un po’ più riconoscibili, come ad esempio i sindacati, e con l’irrompere della Grande Guerra la ‘realtà’ irrompe nella fiaba, anche se il soldato che ritorna dalla Guerra poi decide di rigettarsi nel mito prima di arrivare a destinazione.

Si comincia con sirene e fantasmi (bellissima ed esilarante la vicenda del fantasma di Gallery, con gli annessi e connessi di P. Phelan); ci sono le maledizioni, le preveggenze, gli incantesimi della Vedova Devine (che deve cedere a vivere come gli altri si aspettano che lei viva, sapendo bene di non possedere in realtà alcun potere sovrannaturale); c’è il miracolo del novello Giobbe che sbuca dalla balena…

In tal senso, non c’è da stupirsi di trovare elementi quasi di mystery play, di medioevo cupo, in cui Dio tace:  le maschere, cittadini sotto mentite spoglie che rivelano segreti imbarazzanti durante le maggiori feste religiose (Mary Tryphena e Absalom; Eli e Hannah e soprattutto Eli e Tryphie), assumono una dimensione soprannaturale, svolgendo persino una sorta di funzione di coro, per ricordare che la città vede e sente tutto.  Come nei mystery plays, i personaggi potrebbero anche appartenere anche ad un altro diagramma, non solo all’albero genealogico iniziale e cioè quello delle sacre scritture. La Vedova Devine non può non farci pensare al divino, lei che è una via di mezzo tra un oracolo e una strega, che pratica arti divinatorie, appunto. Absalom, Lazzaro, Tryphena, Amos, Martha, Hannah, Levi… E Judah, ovviamente!
Interessante anche la coppia Abel e Esther: Abel, che come Judah scrive solo brani dalla Bibbia, ha una predilezione per il Cantico dei Cantici, che è spesso utilizzato dagli innamorati e che infatti Abel cita come chiusa alle lettere dalla Guerra che scrive a Esther. Ora anche Esther è un libro, uno dei più amati soprattutto nella lettura ebraica, visto che per una volta finisce bene per il popolo ebreo difeso da Esther appunto contro il perfido Aman. Magari è un caso, ma il libro di Esther e il Cantico dei Cantici sono gli unici due libri delle sacre Scritture in cui non è mai nominato Dio, curioso!

Ci sono anche nomi non biblici che pure hanno un senso preciso:  Ann fa Hope, speranza, di cognome, e il modo in cui affronta la vita, la sua missione, sembra esserne la concretizzazione. Anche Bride lo è di nome e di fatto: non tanto con il vero marito, quanto nei confronti di Newman. E poi c’è Virtue che, ironicamente, viene quasi ammazzata dal marito che non la crede affatto virtuosa, mentre lo è realmente; ma poi, per liberarsi del fantasma del marito, deve anche lasciar perdere la propria virtù e sottoporsi agli appetiti sessuali anche stravaganti di p. Phelan.

Le feste religiose scandiscono anche la vita del Newfoundland: messa, battesimi, funerali, e poi la guerra tra protestanti e metodisti e cattolici, a colpe di scomuniche e invettive (anche se non pare che agli abitanti sia molto chiaro dove stia la differenza). La ripetitività delle feste e delle scadenze liturgiche di nuovo sottolinea la circolarità della struttura del romanzo, costruita su una precisa concezione del tempo.

Il libro inizia e finisce con la Festa di San Marco, come se  fosse passato un anno solo. In verità, le generazioni vanno e vengono. I personaggi travasano il loro sangue da una generazione all’altra : Mary Tryphena si confonde con sua nonna, la vedova di Devine, e ci riesce difficile distinguere Levi da King-me Sellers o Abel da Giudeo. L’albero genealogico che Crummey fornisce come necessario riferimento, in realtà nella seconda parte può essere utile solo in parte, perché l’autore costruisce così tanti parallelismi tra personaggi separati da 40 o 50 anni che il lettore arriva alla stessa conclusione di Newman e di Bride: qui non si avanza nel tempo, ma è lo stesso istante che gira continuamente su se stesso. L’arrivo inspiegabile dell’albino Giuda nel primo capitolo del romanzo riecheggia circa 100 anni più tardi, alla fine della narrazione, quando il suo discendente Abel, lasciato dalla guerra senza parola e senza memoria, avvista una balena e intuisce ciò che la sua eredità miracolosa esige da lui. E’ l’espressione locale “Fra un domani”/”Now the once”, p. 364, che, richiamando con forza la lingua di Garcia Marquez, che sintetizza la circolarità del tempo, così ben catturata dalla struttura estremamente curata e coerente del romanzo.

 

Se il tempo è una dimensione fondamentale, anche il luogo,  in particolar, Paradise Deep, è in sé un personaggio, sia dal punto di vista più ‘geografico’, che come sineddoche (la gente che sta dentro il paese).

Gli occhi del dottore americano Newman sono un p’ quelli del lettore (pp. 171 segg.): il Newfoundland (giusto lasciarlo in originale, rende il luogo ancora più remoto e misterioso) sembra troppo severa e formidabile, troppo provocante, troppo stravagante e singolare e straziante per essere vera. Ma il freddo che sferza la riva, modellata dai colpi di vento, è fin troppo reale per i suoi abitanti (p. 214). La costa del Labrador, un luogo affascinante, sconosciuto alla maggior parte dei lettori, permette di costruire emozionanti e agghiaccianti descrizioni del freddo e di sondare le profondità della desolazione del profondo nord.

In effetti, la razza di pescatori combattivi  della favola multi-generazionale di Michael Crummey (“A volte aveva la sensazione di essere finito in un mondo medievale dai tratti fiabeschi” p. 179)

è l’incarnazione dell’estremismo brutale che il medico osserva, un riflesso delle forze primordiali di una natura selvaggia, senza margini, come l’oceano: il mare travolge la riva e le navi così come le passioni, le pulsioni più incontrollate travolgono e stravolgono le vite dei personaggi del romanzo. I terranoviani del XVIII sec. si sudano le loro povere esistenze segnate da lotte fisiche, faide familiari, superstizioni e macabre fortune. Tutti gli anni gli inverni artici portano lunghi periodi di inedia e fame, in cui le navi languono, bloccate tra i ghiacci, per mesi e mesi. Con la prosperità di un sogno lontano, la vita si riduce ad una prova di resistenza, di perseveranza.

Il muto Judah (che scrive solo brani della Bibbia) è al centro del romanzo, ma emerge presto che la sua forza non è più trainante di quella di qualsiasi altro abitante eccentrico dell’abitato: il patriarca spietato King-Me Sellers e la sua nemesi, la Vedova Devine, furiosamente orgogliosa,che sono i fondatori delle due dinastie rivali, di cui i discendenti – comprendendo le loro nuove famiglie – popolano le pagine del libro. Sostituire una intera comunità che cambia con un piccolo nucleo di personaggi centrali è un’impresa rischiosa e ambiziosa ma Crummey, che ha l’occhio di un acuto osservatore e l’orecchio di un poeta lirico, vi si getta sopra con stile formidabile. Gli abitanti della costa sono dei pesci davvero strani e curiosi: furfanti, costruttori fai da te di sottomarini (uno scorfano, di nuovo un uomo nel ventre di un pesce), sindacalisti omosessuali (sodomiti), le casalinghe martiri e cantanti d’opera alcolizzate. Commettono adulteri e omicidi, sono in baia di preti affamati di sesso o di pastori metodisti severissimi. I loro corteggiamenti muti e angosciosi finiscono in proposte di matrimonio sconsiderate, pronunciate senza riflettere sconsideratamente o in matrimoni forzati che naufragano non appena è concepita la generazione successiva. Rovinati dalle verruche, con le dita palmate, mutilati dal congelamento o dalla caduta accidentale in una tinozza di liquido bollente, sono vittime della balbuzie, della narcolessia e di vergognosi impulsi sessuali, e ogni anno sopportano gli scherni di un gruppo di uomini mascherati che  rivelano i segreti dei più vulnerabili in un’orgia di insinuazioni rauche.

Umanità varia e variegata, lontana dalla normalità del continente (Esther lascia l’Europa e torna a casa quando non è più ‘normale’…), i personaggi sono dei microcosmi interessantissimi e molto ben costruiti (purtroppo a volte ci piacerebbe conoscerli meglio): la vedova Devine – Mary Tryphena – Esther sono donne streghe che a volte senza nemmeno volerlo condizionano le vite dell’intera comunità;  Selina – Ann Hope – Bride (e anche Virtue) sono donne mogli, che devono trovare un’altra strada per sopravvivere nonostante gli uomini e le streghe; King-me Sellers rimane un essere a parte, paragonabile nella sua grandezza solo alla Vedova devine, che salta un po’ di generazioni per riemergere in Levi Sellers; Callum – Absalom – Patrick – Eli – Tryphie sono uomini a cui non basta essere pescatore e nascere e vivere come il sole sorge e tramonta; e poi c’è Giudeo, il primo grande determinate fattore esterno che sconvolge la comunità.

Tanti gi spunti interessanti a livello dei personaggi: la scoperta che il bigliettino a Mary Tryphena è di Giudeo e non di Absalom; il sesso che ha la forma dolce nella scena tra Lizzie e Callum (p. 122),e  l’ironia delle scene tra p. Phelan e Virtue per punire il fantasma di Gallery; la complessità di una unione come quella tra Absalom e Ann, che alla fine lo libera (ma se ne libera anche) fingendosi Mary Tryphena sul suo letto di morte (p. 232); l’amicizia omosessuale tra Eli e Harold; Bride che è così modernamente vicino al suo ‘dottore’ e capisce così bene il luogo in cui vive;  Abel, che parte e lascia il paese per tornarci nella maniera più profonda, dopo che Esther gli ha svelato la propria storia (svelando materialmente il suo corpo), una eredità che si perde nei decenni ma da cui non può scappare(lo sappiamo dall’affermazine di Mary Tryphena appena prima di morire, p. 297; e pure Esther in fondo glielo aveva detto, p. 350); il sindacalista omosessuale Coaker, che è falegname e parla come Gesù; Patrick e la sua fame di libri…

 

Crummey è molto bravo nel formulare domande a cui poi risponde tre, cinque o dieci capitoli dopo, e la sua orchestrazione di pettegolezzi, storie di vecchie comari e pseudo-miracoli ha il ritmo delle maree, e, insieme al realismo magico da cui lo scrittore pesca a piene mani (per rimanere in tema), tutto ciò fa sì che almeno le prime 130 pagine si leggano d’un fiato. Ma più la sua popolazione cresce, col passare del tempo, più al lettore servono bussola e mappa (che con lungimiranza Crummey ha posto da subito all’inizio del romanzo). Troppe volte il lettore deve controllare chi ha sposato chi, chi generò chi, chi fu la pietra dello scandalo, chi venne assassinato o chi uccise, chi concupì chi… Il sovraffollamento del romanzo e la mancanza di una direzione precisa verso cui  si orienti la storia crea una sorta di una frustrazione che invece non si prova nel leggere romanzi  altrettanto ‘popolosi’, anche più lunghi, che però non richiedono ‘apparecchiature di navigazione’. Il ritmo della prima parte rallenta notevolmente nella seconda, nonostante la bellezza del finale che chiude il cerchio, con una potente immagine struggente.

Forse è un po’ il destino di ogni narrazione corale che comprende due famiglie allargate (anzi, qui sono quasi due paesi interi!) e che attraversa due secoli, quello di soffrire di una caratterizzazione dei personaggi sì ben congeniata ma non esplorata completamente, e l’assenza di una singola trama che racchiuda tutti gli avvenimenti in un unico grande disegno ci lascia un po’ smarriti (come vanno a finire le storie di tutti gli altri?).

Parola per parola, pagina per pagina, e il capitolo per capitolo, Galore è davvero un bel romanzo: dall’architettura quasi perfetta, con un’attenzione stupefacente ai dettagli e ai rimandi(suggestivi, ben costruiti, con tanti rimandi, struttura circolare, ricchezza simbolica, stile vicino al realismo magico, una mappa di nomi che copre la Bibbia intera…), con una giustificazione per ogni nome e quasi per ogni aggettivo. Per questo, il romanzo di Crummey mi sembra un po’ un capolavoro mancato per la questione del ‘sovraffollamento’: come se alla fine ci si perdesse nei dettagli e ci sfuggisse il senso completo, come se Crummey guardasse un grande dipinto di Brueghel troppo da vicino… Ma un appunto ci può stare in tanti complimenti, no?!

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