Sulla scrittura di Kathleen Grissom

Ovviamente uno scrittore è libero di affrontare qualsiasi argomento in un libro, ma ci sono alcune pagine buie della Storia che non possono, a mio parere, serivire da puro sfondo scenografico e basta. La schiavitù negli Stati Uniti d’America è stata una vergogna che non merita buonismi, non per moralismo, ma per non permettere che ci passi davanti senza suscitare disgusto e, allo stesso tempo, voglia di approfondire i fatti.

La scrittura di Kathleen Grissom non mi ha fatto provare orrore di fronte alla prigionia, non ho sentito angoscia né paura, le catene non stringevano e le botte parevano non lasciare lividi, nelle piantagioni di tabacco si suda, ma la sera si sta insieme.

Mi pare un po’ come se uno scrittore tedesco ambientasse un libro in un campo di concentramento e ne uscisse una storia in cui si lavorava, in effetti, molto, vitto e alloggio non erano un gran che, i guardiani erano cattivi, ma la speranza non è mai venuta meno e l’amore vince sempre.

Chi paragona la Grissom a Toni Morrison non ha mai letto la Morrison e non l’ha mai ascoltata parlare di schiavitù.

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