Sulla lingua degli schiavi neri in “Il mondo di Belle”

In numerose interviste, Kathleen Grissom ha svelato la minuziosa ricerca che c’è dietro la composizione e la scrittura di “The Kitchen House”, “Il mondo di Belle” . Sul suo sito si può, ad esempio, leggere: “I studied slave narratives from that time period and interviewed African American people whose ancestors had been slaves. I spent hours in local libraries, the Black History Museum, the Virginia Historical Society and Poplar Forest. I visited Colonial Williamsburg many times over”.
Il problema fondamentale della Grissom era rendere il modo di parlare degli afroamericani del tempo, un “dialect” complicato e difficile da trasportare nella pagina di un romanzo moderno.
“At the very beginning – dice la Grissom – of my research I read two books of slave narratives: Bullwhip Days: The Slaves Remember and Weevils in the Wheat: Interviews with Virginia Ex-Slaves. Soon after, the voices from The Kitchen House began to come to me. My original draft included such heavy dialect that it made the story very difficult to read. In time I modified the style so the story could be more easily read”.
La scelta definitiva è stata sì un inglese in qualche modo accessibile per il lettore, tuttavia  un inglese fortemente  sgrammaticato e altro dalla lingua parlata dagli schiavisti bianchi.
Come rendere in italiano questa lingua altra dall’inglese, altra anche dall’inglese parlato dalla working class bianca del tempo? Una possibile soluzione era renderlo con un italiano, per così dire, “popolare”. Tuttavia, come sanno tutti i traduttori più avveduti, questa scelta può risultare in molti casi grottesca, se non ridicola. Non esiste infatti un italiano popolare medio che non sia contaminato dai nostri diversi dialetti. Il rischio era rendere il modo di parlare degli schiavi neri con inflessioni dialettali nostrane a dir poco incongrue.
Si è scelta perciò la strada di farli parlare come stranieri, come soggetti parlanti una lingua non propria. Il che corrisponde esattamente al testo originario di “The Kitchen House”. Uniformare il loro modo di parlare a Lavinia e ai protagonisti bianchi del romanzo avrebbe significato tradire completamente il testo originario, rendere incomprensibili brani del romanzo in cui si accenna palesemente al “bizzarro modo di parlare” dei neri (“Faticavo a comprendere quello che mi diceva a causa del suo bizzarro modo di parlare”, “Non cominciare a parlare in quel modo. Tu non sei una di loro”).
Naturalmente, eravamo certi che si sarebbe levata qualche voce contro questa scelta, qualche velata o palese accusa in nome del politically correct o di altro.
redazione Neri Pozza

 

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  1. maggie says:

    Personalmente il politically correct non rientra mai fra i parametri per giudicare un libro.
    La traduzione dei dialoghi in una lingua distorta non è il punto debole di quest’opera, anche se di primo impatto stride, perché è chiaramente frutto di una decisione imposta dalla fedeltà all’originale.

    Il fatto, invece, che “The Kitchen House” rientri in un’autorevole lista di 100 libri da leggere spiega una delle ragioni che possono aver portato alla sua pubblicazione in Italia, ma non dovrebbe influenzare il giudizio dei lettori.

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  2. marilena vendramini says:

    Avendo fatto molti lavori come traduttrice e avendo seguito un paio di anni fa un corso di approfondimento di traduzione letteraria con Chiara Spallino, capisco molto bene le difficoltà di traduzione della lingua parlata degli afro-americani. In quel corso ci era stato, però, insegnato, che tradurre il loro linguaggio come fossero stranieri è quasi sempre una scorciatoia o, comunque, una scelta un po’ “vecchia” e che meglio sarebbe lavorare sulla deformazione della parola, che rimandi, in qualche modo, alla loro diversa pronuncia, e sull’uso spesso improprio dei pronomi.
    Non so, invece, se dipenda dalla traduzione o dal testo originale, ma trovo ci siano molte incongruenze di linguaggio in questo libro; Lavinia parla spesso, in virgolettato, essendo una bambina analfabeta e, di fatto, allevata da una “famiglia” di colore, usando termini forbiti, con descrizioni ricercate e un uso disinvolto di condzionali e congiuntivi. La scrittrice dichiara di aver fatto molti studi sulla lingua dei neri, non sembra aver fatto altrettanto sul linguaggio dei vari personaggi. Ma, ripeto, anche questo potrebbe essere un problema di traduzione.

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