KATHLEEN GRISSOM, IL MONDO DI BELLE ovvero Wille zum Leben batte Wille zur Macht 2 a 0: quando il pragmatismo salva la vita e ti lascia anche (un po’) amare

Gli Americani si sono accorti di avere un passato razzista: certo, Harper Lee lo aveva scoperto negli Anni Sessanta, ma spesso la digestione è lunga. Così, ecco arrivare The Help di Kathryn Stockett nel 2009, che presto diviene un film. Segue Julie Kibler con Calling me home – Tra la notte e il cuore (già opzionato per il grande schermo) nel 2013. Ma ci sono anche Lincoln  e Django (se proprio dovesse sopravviverne solo uno, allora Tarantino, che offre la lettura più complessa e completa del ‘problema’), e poi le discussioni sulla riscrittura ei grandi classici togliendo la N-word… Insomma, dopo anni di rimozione, ci si sono messi di impegno.

Tuttavia, mi pare che Il mondo di Belle sia solo in parte una riflessione profonda sulla schiavitù, quanto più che altro melodramma ben riuscito in cui i climax (raggiunti con maestrale escalation: l’autrice sa preparare bene il lettore alla tragedia incombente) e le vicende sono ‘fornite’ dalla frizione tra schiavi e uomini liberi tra bianchi e neri. Non mi pare sia una storia d’amore nel senso classico: il grande amore, quello vero, è il legame che unisce Mae e George! Ma certo è un romanzo di amore materno, di amore tra gli esseri umani che soffrono e sanno che non ci sarà per loro altra realtà se non quella in cui sono nati.

Il romanzo di Kathleen Grissom pesca a piene mani dalla tradizione del romanzo classico in lingua inglese, e si salva dagli stereotipi grazie alla scelta di una struttura narrativa particolare, oltre che a una scrittura attenta e raffinata: due punti di vista per una stessa storia, quello di Lavinia e quello di Belle; uno bianco e uno (quasi) nero; uno al passato e no al presente; uno giovane, che cresce e scopre, uno maturo (dati i tempi), che vede solo la storia ripetersi sempre uguale; uno che racconta quello che vede perché non ha strumenti per decodificare e interpretare, l’altro che racconta quello che desume da ciò che vede. Nonostante il titolo citi Belle, che è anche la più grande, è il personaggio di Lavinia a scuotere quella cucina della casa padronale in cui le due donne (anche se ora sarebbero una bambina e una ragazzina, per i nostri standard) si scontrano, si conoscono, si prendono cura l’una dell’altra, si sostengono. Belle e Lavinia sono legate da un sentimento che muta e paradossalmente si consolida tanto più quanto le circostanze sembrano loro avverse. Più il Destino si ostina a creare situazioni che dovrebbero metterle una conto l’altra, più Belle e Lavinia diventano madre e figlia, sorella maggior e sorella minore, e alla fine le parti quasi si invertono: ma in guerra non lo saranno mai.

Lavinia cresce, recupera in parte il suo passato che entra nel suo presente in punta di piedi (qualche nome ricordato all’improvviso; un colore; una bambola; un sapore) e da bimba timida, afasica, insicura, denutrita, diventerà la locomotiva che trascinerà nel futuro i sopravvissuti, novella Mosé sul Monte Ararat che indica la via al suo sparuto equipaggio.

Sicuramente, il telling supera di gran lunga lo showing: sia perché si tratta appunto dei racconti in prima persona delle due figure principali; sia perché in ogni caso al dialogo è preferita la descrizione, per cui il lettore gioca un ruolo piuttosto passivo, In questo, appunto, il romanzo è senza dubbio un romanzo classico: il lettore può anche solo limitarsi a guardare, non deve sforzarsi di dedurre, non è mai chiamato in causa: solo all’inizio, quando non sa di chi sono i piedi penzolanti del cadavere appeso. Non ci sono colpi di scena, la storia è molto ben costruita ma fondamentalmente prevedibile e avanza senza scosse, cosa che potrebbe fare del romanzo un buon successo di vendite. Se non nelle scene più violente, è difficile provare trasporto, entrare in empatia con i personaggi che pure sono coerenti, ben strutturati, verosimili e, appunto, facilmente comprensibili. Si sente la mancanza di dialoghi e confronti forti e diretti.

Come vuole la tradizione, nel romanzo ci sono molti personaggi, anche perché molti sono i morti, e bisogna creare uno ‘spazio’ sufficiente per intrecci di storie amorose, vendette trasversali, c’è persino l’orfana irlandese, nonostante l’Europa sia solo marginalmente toccata nell’opera (non c’è il Beethoven di Tarantino a  ricordarci che tutti gli uomini sono fratelli, l’Illuminismo è sconosciuto).

Le descrizioni sono attente e realistiche; là dove Lavinia, soprattutto quando è ancora molto giovane, non arriva a capire bene cosa succede e si limita a descrivere e a comunicare la propria perplessità, al lettore viene in aiuto Belle che, per es. nei capitoli 12, 14, 18, 22, spiega quello che Lavinia non ha potuto capire: lo spiega con una maturità che ora fa sorridere, perché anche Belle è molto giovane, e che deriva da una vita che è lotta per la sopravvivenza da quando si nasce.

Belle e Lavinia sono entrambe un po’ fuori posto: Lavinia è bianca e non ha nessun segreto innominabile legato alla classe dirigente, come invece capita a Belle. I racconti di Lavinia mostrano la perplessità della bambina che non riesce ad appartenere pienamente a nessuno dei due gruppi. Interessante e triste è che la consapevolezza della diversità, della superiorità dei bianchi avvenga, per Lavinia, in chiesa, nella Casa del Signore, che viene adorato e pregato dai bianchi come anche dai neri e sicuramente dalla disperazione dei neri raccoglie più amore, più dedizione, e una grande fede a cui abbandonarsi data l’impossibilità di vivere una vita degna e rispettosa, figuriamoci felice, nella realtà.

Sarebbe però superficiale limitarsi al colore della pelle di Belle e Lavinia come motore del romanzo: in realtà, mi sembra molto interessante da un lato il rapporto che verrà a crearsi tra Lavinia e Miss Martha; e dall’altro quello tra Lavinia e Marshall. Ora, che Lavinia sappia farsi benvolere, è indubbio, ma certo è notevole come per Martha, Marshall e i Marden, quindi per i padroni, Lavinia diventi quasi naturalmente una cameriera, una dama  di compagnia, un’amica (per Meg), su su fino a sostituire una sorella e una figlia morte e a diventare la moglie dell’erede del capitale. Non mi pare però che si possa parlare di una storia a lieto fine alla Dickens: anzi, mi verrebbe da dire che l’ascesa di Lavinia poggi sulla perversione di rapporti che diventano innaturali. Marshall, che proprio Lavinia vede per sbaglio uscire sanguinante e pesto dalle latrine insieme al viscido istitutore, non è un bambino cattivo in sé. Le violenze subite da Mr. Waters non solo creano un disagio patologico in Marshall, ma lo isolano dalla sua famiglia, che non sa o non vuole capire cosa gli sia successo. Il trauma subito da Marshall rovinerà la sua vita e quella di chi gli è accanto: la violenza verso gli altri e l’autolesionismo diventano il tratto caratteristico del ragazzo che pare conoscere solo questa modalità nel suo interagire con la società. Nonostante gli orrori commessi da Marshall, è difficile definirlo “cattivo”, cosa che invece viene naturale per Rankins e Waters. Il male che agisce attraverso Marshall va ben oltre la volontà del ragazzo e quando Lavinia diviene dipendente dall’oppio, come già Miss Martha, viene da chiedersi se non sia una sorta di rimedio per poter sopportare la malvagità che, quasi suo malgrado, emana da Marshall.

Marshall è di nuovo un grande scoglio su cui potrebbero naufragare il rapporto tra Belle e Lavinia, ma onestamente qui c’entra anche molto la scelta del melodramma. Aver taciuto che Belle è la sorellastra di Mr Pike, marito di Martha, padre di Marshall, ingenera una serie di equivoci che in fondo una breve spiegazione nemmeno tanto sconvolgente avrebbe tranquillamente evitato. L’odio di Marshall e di Martha nei confronti di Belle dipende unicamente dall’errata convinzione che il padre/marito abbia un relazione con Belle. E forse se Lavinia avesse saputo subito che Marshall ha violentato Belle e l’ha messa incinta, anche per lei le cose sarebbero andate diversamente.

Tuttavia, il coraggio di Belle, in questo ancor più grande di Lavinia (anche Lavinia è il futuro), non si lascia piegare nemmeno dalle violenze subite, dai lutti… Il suo legame con Ben e l’accettazione della moglie di Ben fino a diventare quasi sua amica e a considerare i figli dell’una con Ben pari a quelli dei figli dell’altra con Ben, è un grande esempio di Wille zum Leben, e non zur Macht: la volontà di vivere è così forte da superare quella di dominare.

La maternità è intesa tra gli schiavi come quella di una grande famiglia allargata (Mae è la Grande Madre, George è Il Padre e sono loro che accolgono i nuovi venuti nella famiglia, loro che fanno sentire figli tutti i nuovi arrivati, come accade nella bella scena in cui Lavinia è con il pulcino). Un nido che accoglie tutti e che ha un Dio con tanti nomi, come a dire che la tolleranza inizia dalla cucina: importante l’immagine del nido e della covata, che vuol dire appartenenza, comunità, ma anche difficoltà di spiccare il volo, legami forti nel bene e nel male. Significativo che anche Meg, bianca e benestante e culturalmente molto elevata (tra l’altro una donna emancipata, una scienziata che si interessa delle ferite e non di asciugare le lacrime dell’uomo ferito). Ma l’uccellino in gabbia di Meg è così diverso dagli schiavi?! Siamo ancora in una società in cui la fortuna sta nel nascere nella famiglia giusta; e se si nasce in quella sbagliata, allora si può solo sperare nel buon cuore di chi comanda. La libertà, la dignità, sono sì valori noti anche a chi non li può esercitare: ma non ci si può aspettare che Mae e George diventino dei rivoluzionari. Anche l’atto estremo di Mae non è insubordinazione, è solo l’ultimo tentativo di ottenere il consenso del padrone, per quanto folle. In fondo, Will Stephens rappresenta questo: il padrone buono, che per amore di Lavinia (bianca), tratta bene i suoi schiavi e compra loro la libertà. Certo, il suo disagio dinnanzi agli schiavi brutalmente picchiati, fa ben sperare; e Lavinia, che si è sempre sentita tanto parte della famiglia di Mae e George come anche della propria, quella vera, biologica, persa in nave, e infine quella di Miss Martha, chiude il romanzo con una speranza nel futuro che ricorda il famoso “Domani è un altro giorno”. Ma la consapevolezza dell’uguaglianza davanti alla legge, il rispetto dei diritti dell’essere umano, è ancora lontana.

 

Tematiche:

Isolamento

La storia si ripete uguale a se stessa

Schiavitù: quella vera, terribile dei neri. Ma anche quella dal laudano; quella da un marito violento; dai ricordi, che non lasciano mai Lavinia

La cucina di Belle: la dimensione corale

Il nido e gli uccelli

Maternità (Mae; Belle; Lucy; Dory; Miss Martha, che la vive in tutti i modi compresi i più terribili; Lavinia) e paternità (sia quella bella, presente ed universale di George e quella affettuosa e responsabile di Will; sia però soprattutto quella assente di Mr. Pyke o di Marshall)

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