Tre camerati

“Il cognac fluiva dorato, il gin brillava come acquamarina e il rum era pura vita. Rimanemmo immobili sulle sedie del bar mentre la musica gorgogliava e la vita, chiara e forte, scorreva possente nel nostro petto. Il bancone del bar era il ponte di comando della vita e noi filavamo rombando verso l’avvenire.”

“Solo gli stupidi vincono nella vita; gli altri vedono troppi ostacoli e si fanno prendere dall’insicurezza ancora prima di cominciare. In epoche difficili la semplicità è il bene più prezioso, un mantello magico che nasconde i pericoli nel quale l’intelligentone si butta come se fosse ipnotizzato. Mai voler sapere troppo, Robby! Quanto meno si sa, tanto più è facile vivere. La conoscenza rende liberi, ma infelici. Vieni, brindiamo alla semplicità, alla stupidità e a tutto ciò che vi è connesso: all’amore, alla fiducia nel futuro, ai sogni di felicità, alla magnifica stoltezza, al paradiso perduto…”

“La disprezzava perché la invidiava. Non si faceva illusioni sulla vita e sapeva che bisogna tener duro per arraffare un po’ di quello che la gente chiama felicità. Sapeva anche che la si deve pagare a prezzo doppio e triplo. La felicità è la cosa più incerta del mondo e quella con il prezzo più alto.”

“Sorrise e si chinò su di me.
- Devi amarmi molto, Robby. Molto. Ho bisogno di molto amore. Non saprei cosa fare senza amore.
I suoi occhi mi tenevano avvinto, mentre il suo viso era sopra il mio, vicinissimo, ed era cangiante, aperto, animato da una forte passionalità.
- Devi tenermi stretta. Ho bisogno di qualcuno che mi tenga stretta. Altrimenti cado. E ho paura, sussurrò.
- Non si direbbe che tu abbia paura, replicai.
- Eppure sì. Fingo soltanto di non averla, ma sono spesso spaventata.
- Stai tranquilla, ti terrò stretta, assicurai sempre in quel dormiveglia irreale. – Saprò tenerti come si deve, Pat. Te ne meraviglierai.”

“Malinconici si diventa quando si riflette sulla vita; cinici quando si vede come la maggior parte delle persone la spreca.”

“Balzai in piedi, tanto mi parve irreale quella visione, come fosse di un altro mondo: il vasto cielo azzurro, le creste bianche delle onde e, davanti, la graziosa figura snella. Sentii l’immenso potere della bellezza e notai come esso sia più forte di qualunque passato sanguinoso e come debba essere più forte, perché altrimenti il mondo crollerebbe soffocato dalla sua tremenda confusione.”

“Avete notato che viviamo in un’epoca di autolesionismo? Che molte cose che si potrebbero fare non si fanno senza sapere esattamente perché? Oggi il lavoro, dal momento che tanta gente non ce l’ha, è diventato una cosa così enorme che schiaccia tutto il resto. Che bello qui! Erano anni che non vedevo questo spettacolo. Possiedo due macchine, un appartamento di dieci locali e i soldi non mi mancano, ma cosa ne ricavo? cos’è in confronto a questa mattinata estiva all’aria aperta? Il lavoro è una cupa ossessione accompagnata dall’illusione che un giorno cambierà. Invece non cambia mai. A che cosa riduciamo la nostra vita!”

“Nelle sale regnava un grande silenzio e nonostante i numerosi visitatori non si sentiva quasi una parola. Tuttavia mi pareva di assistere ad una grande battaglia, alla battaglia silenziosa di uomini schiantati che non volessero ancora arrendersi. Erano espulsi dai settori del loro lavoro, delle aspirazioni, delle professioni e ora entravano nel silenzioso mondo dell’arte per non abbandonarsi alla disperazione e all’immobilità. Il loro pensiero era sempre rivolto al pane, al pane e all’occupazione, ma venivano qua per sfuggire qualche ora ai loro pensieri e camminavano col loro passo strascicato , con le spalle curve di chi non ha meta: contrasto commovente, immagine desolata di quello che l’umanità può e non può raggiungere in migliaia di anni: le vette di opere d’arte immortali, ma non il pane sufficiente per ognuno dei propri fratelli.”

“Sul palco stava parlando un uomo tarchiato e robusto. Aveva una voce sonora, che penetrava senza sforzo fin negli angoli più lontani. Era una voce che persuadeva senza che si tenesse conto delle parole. E le sue parole erano facili da capire. L’uomo passeggiava libero per il palco con brevi gesti delle braccia, beveva ogni tanto un sorso d’acqua e faceva una battuta di spirito. Poi si fermava improvvisamente verso il pubblico e, con una voce squillante, lanciava come frustate una frase dopo l’altra, enunciando verità note a tutti, sulla miseria, la fame e la disoccupazione, trascinando l’uditorio con foga impetuosa e concludendo col grido furioso “Così non si può andare avanti!”
Il pubblico approvò fragorosamente con grida e applausi, come se si fosse già posto rimedio alla situazione. L’oratore, con la faccia lustra, attese. Poi con eloquenza ampia, convincente, irresistibile, incominciò a fare promesse su promesse, una vera pioggia di promesse, e davanti a tutta quella gente sorse un paradiso col suo fascino cangiante, una lotteria nella quale tutti i biglietti vincevano il primo premio e ciascuno trovava la sua felicità personale, il suo diritto e la sua vendetta.
Osservai gli spettatori. (…) Strano, per quanto fossero diversi, tutti i visi avevano la stessa espressione assente, lo sguardo assonnato e avido verso una lontana e nebulosa chimera. Quegli occhi erano vuoti e allo stesso tempo animati da una grande aspettativa, che spegneva critiche e dubbi, contraddizioni e problemi, la vita della giornata, il presente, la realtà. Quell’uomo lassù sapeva tutto, aveva la risposta pronta a ogni domanda, un aiuto per ogni bisogno. Era bello potersi affidare a lui, avere qualcuno che toglieva le preoccupazioni, era bello aver fede.”

“Alla vostra salute, ragazzi, perché siamo vivi, perché respiriamo, perché sentiamo la vita così profondamente che non sappiamo più cosa farcene”

“E’ più facile essere soli quando si è senza amore”

Imperdibile per gli appassionati di Hemingway, questo romanzo di Remarque, più conosciuto per Niente di nuovo sul fronte occidentale, è una piccola perla perfettamente costruita. Non manca niente: una bellissima, profonda, commovente e cameratesca (in senso proprio e figurato) amicizia tra uomini, fatta di bevute, di un comune passato di guerra, di un’attività portata avanti insieme, di una macchina – Karl – che sembra quasi un D’Artagnan per i suoi tre moschettieri, di riflessioni sulla vita, di sostegno e aiuto reciproco imprescindibile; una storia d’amore che cresce pian piano durante il dipanarsi del romanzo (quella che all’inizio è chiamata “la ragazza”, poi “la signorina Hollmann”, poi Patrice, poi solo Pat) in cui il protagonista trova una redenzione temporanea dal suo nichilismo; lo scorcio vivido della Berlino tra le due guerre, con la miseria e la disoccupazione e i disordini sociali che crescono – parallelamente alla storia d’amore – per tutta la storia fino a culmimare con l’assassinio di Gottfried e la vendita dell’officina (in certi passaggi colpisce come un pugno l’estrema attualità di un libro scritto nel 1936…); la miriade di piccoli personaggi secondari (dei quali però non si fa nessuna fatica a seguire le vicende) che rappresentano un’umanità variegata e dalle nature più disparate: il tirchio fornaio vedovo vessato dalla nuova compagna; l’oste Alfons che sembra quasi di vederlo, un omone tutto d’un pezzo ma dal cuore tenero; mamma Zalewsky e i vari abitanti della pensione (“i meschini”, nell’economia della storia); Antonio e i disperati del sanatorio; Rosa e le altre ragazze dell’International (il malfamato locale di ritrovo che, mutate mutandis, mi ha fatto venire in mente a più riprese il Leopold di Shantaram); e poi ancora il giovane Jupp, il dottor Jaffé, il pittore di morti Ferdinand Grau…
Tutto contribuisce a creare un puzzle che è anche una spirale in ascesa: la storia inizia in una situazione tutto sommato di serenità tranquilla e scanzonata (per quel che consente la guerra finita da poco) e man mano che il disagio sociale, le difficoltà economiche, l’amore tra Robby e Pat, la malattia di Pat stessa aumentano, il clima si fa via via più cupo, più pesante e angoscioso, improvvisamente il futuro – o la mancanza di prospettive per esso – fa paura e gli eventi sembrano stringersi intorno al protagonista (perfino i luoghi seguono una parabola simile: dalle strade battute in libertà da Karl, l’ampia officina, il mare per poi passare alle stanze chiuse ed infine al soffocante sanatorio isolato in montagna) fino al tragico epilogo che sembra spegnere definitivamente qualsiasi prospettiva.

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