La porta

Devo fare una premessa necessaria: io detesto gli scrittori giapponesi. Quella giapponese è una cultura in cui non mi ritrovo, in cui non trovo niente di affascinante o che mi incuriosisca: nemmeno il buon Murakami, considerato un grande scrittore del nostro tempo, è riuscito a farmi cambiare idea. Per cui quando mi sono resa conto che il nuovo Neri Pozza da leggere per il Bookclub era Soseki (dopo Remarque, per giunta!!), tra me e me il primo pensiero è stato: “Noooo, che peccato!!”. E’ un libro che, visto in libreria, mai e poi mai avrei comprato.
Ho cercato anche di non partire prevenuta, di dargli una chance, davvero, ci ho provato.
Ma.
Questo romanzo è la quintessenza di tutto quello che non mi piace della letteratura giapponese.
Già da quella prima scena nell’engawa (e ci sarebbe molto, moltissimo da dire anche su tutti quei continui termini giapponesi non tradotti in quanto intraducibili, che creano già distacco ed incolmabile lontananza culturale) il tono del romanzo è segnato: la lentezza, il silenzio, la remissività, la noia mai apertamente dichiarata, la mancanza di gioia, il subire passivo della vita, degli eventi, le emozioni annacquate, o ridimensionate, o messe a tacere; l’ineluttabilità del tempo che scorre vuoto e ripetitivo, come i discorsi di questa coppia forse affiatata a suo modo, si, ma triste, spenta, senza passione, senza guizzi, di nessuna curiosità (anzi, spesso fonte di impazienza e fastidio) per il lettore. Tutti quei dettagli descritti con tale meticolosità che pensi debbano essere per forza funzionali alla storia (“questo me lo starà dicendo perché è importante più avanti”, pensi a più riprese), e invece no, sono messi li per riempire pagine, o per sottolineare una volta di più la noia, l’ordinarietà di queste vite monotone e pavide, che si lasciano scuotere da ogni minima variazione della loro routine…
Il protagonista Sosuke poi raggiunge veramente vette insuperate di inadeguatezza, inettitudine, lentezza, mancanza di spina dorsale, pigrizia, frustrazione, sporcizia (non si può non far caso a quanto poco e malvolentieri si lavi) mancanza di curiosità, di vivacità, di stimoli. E non basta come giustificazione la presunta “colpa” commessa all’inizio della storia con Oyone (ma quale colpa, poi? si sono innamorati e lui l’hai portata via a Yasui? questa, in Giappone, è una colpa per cui ripudiare e isolare completamente due persone? ) : Sosuke è l’antiuomo, l’antieroe, le sue debolezze per me non sono state fonte di empatia, ma di incredulità e fastidio. Tenta un riscatto, alla fine, mettendosi alla prova nel monastero sulle montagne, ma uscire dal suo monotono guscio iperprotetto non fa che metterlo in modo spietato di fronte alla sua inadeguatezza, alla sua completa incapacità di gestire se stesso, i rapporti con altre persone (è palese come Sosuke sia sempre invariabilmente a disagio in presenza di altri, fatta eccezione per Oyone), e la capitolazione (in cui si trova anche la spiegazione del titolo) è incredibilmente avvilente e senza speranza: “Lui sembrava destinato a restare a lungo davanti a quella porta chiusa. Non era giusto né ingiusto. Ma se non aveva modo di oltrepassarla, andare apposta fin lì era stata un’azione contraddittoria. Si voltò indietro: non aveva il coraggio di tornare da dove era venuto. Guardò avanti: i battenti inamovibili della porta gli nascondevano per sempre la vita che si apriva al di là di essa. Non era un uomo in grado di superare quella barriera, ma neanche capace di rinunciarvi serenamente. Era un infelice che poteva soltanto restare impietrito davanti ad essa, in attesa che i giorni trascorressero.”.
Bocciato!!

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  1. Kokoro says:

    Fantastica recensione, contiene tutto quello per cui questo libro mi piacerà di sicuro immensamente. La citazione finale del romanzo è davvero stupenda. Deve essere proprio un grande libro!

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  2. chiara says:

    condivido molto della recensione precedente ma, a differenza di lei, trovo interessante questo diverso mondo perchè mi incuriosisce per la sua diversità…il che non vuol dire che mi piaccia….

    si sente la polvere del tempo, la velocità, i rumori di quel tempo passato (il libro è del 1910) che viene scandito da questi personaggi nella completa monotonia, alla ricerca della staticità, del non cambiare. Due personaggi che si lasciano vivere e vivono una vita meschina e quieta, limitata ma conosciuta.
    hanno vissuto in isolamento, lontananza per una colpa mai chiarita ma ipotizzabile: un matrimonio di condizioni sociali ed economiche diverse, “un morbo pernicioso”….
    il grande cambiamento è la salita al tempio Zen per meditare, cercava risposte ma trova maggiori domande….anime tormentate?
    è una storia lenta che si muove nella malinconia, ai margini del mondo, quasi in miseria, senza piacere…senza passioni…privo di coraggio, irresoluto, sempre negativo.
    interessante la relazione di coppia, ordinaria e senza tratti distintivi, soffusa di amore e rimorso,
    “ogni tanto si rendevano conto che il tempo scorreva per loro in una totale mancanza di varietà”.

    La descrizione dettagliatissima della casa, dei movimenti interni con abbondante uso dei termini tecnici giapponesi allontana ma incrementa l’esotico…

    mi sono molto piaciuti il cap.17 effetti della colpa – la relazione di coppia – pag.182,
    cap.14 il loro passato
    pag.143 ..ma ciò di cui avevano assoluto bisogno e che bastava loro era la reciproca presenza. Abitavano nella capitale con lo spirito di chi vive isolato in mezzo ai monti.
    “in realtà la loro fede…si manifestava simbolicamente nel loro rapporto. Stretti nel reciproco abbraccio erano giunti a disegnare un cerchio perfetto.Conducevano insieme una vita solitaria ma tranquilla. E in quella tranquillità solitaria gustavano una sorte di dolce malinconia”.

    Non è quel che vorrei…ma è scritto bene, rappresenta bene una tipologia…

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  3. Silvia Costa says:

    A me questo libro è piaciuto e l’ho letto con interesse.
    Certo, non è un romanzo facile, soprattutto a causa della desolazione senza speranza che trasmette.
    Ho letto veloce, con l’illusione di arrivare a scoprire la verità, il nocciolo della questione, il motivo, il mistero, lo scandalo, un fatto, insomma, che giustificasse la piatta e rassegnata vita di questa coppia infinitamente statica, apatica e triste. Non ho trovato nulla e mi sto ancora domando il perché.
    Inoltre, tutto il romanzo l’ho sentito lontano nel tempo nello spazio. Una cultura molto differente dalla mia e non che conosco abbastanza,forse, ma con altri autori giapponesi non mi è capitata la stessa cosa.
    La prosa è scorrevole: priva di fronzoli, tranne per inaspettati passaggi particolarmente poetici che mi hanno colpito, proprio perché così diversi dalla maggior parte del testo.
    Un romanzo quindi, che ho trovato molto particolare e mi è piaciuto in un modo particolare, ho scoperto un piacere differente da quello che provo generalmente nella lettura.
    Per curiosi che amano spazi inesplorati, è un libro da leggere.

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  4. rosalba says:

    posso capire il giudizio negativo sul tipo di vita, sull’apatia dei personaggi ma per me resta un bel libro, da leggere per il costante soffuso piacere dato dalla consapevolezza di essere pigri, come vivere in disparte, mi è piaciuto questo sentimento profondo di umanità magari non vissuta ma costantemente presente

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