La porta di Natsume Soseki

Penso che non sia possibile misurare la letteratura orientale col nostro metro, se non la conosciamo bene e non siamo in grado di cogliere tutti i rimandi e le citazioni di cui è intessuta. E io non la conosco affatto. La porta è un romanzo del 1910, che colpisce per il pessimismo e la rassegnazione annichilita dei protagonisti, sentimenti peraltro comuni a molti esseri umani in epoche e aree geografiche lontanissime tra loro. Non è chiaro quale colpa i protagonisti debbano espiare con una vita al limite della sopravvivenza, pur avendo un background che avrebbe permesso ben altri scenari. Commuove il legame fra i coniugi, che sono una monade chiusa e impenetrabile dall’esterno, l’unico punto fermo della loro povera esistenza. Affascina la descrizione minuta di oggetti e paesaggi, di semplici rituali ripetuti, sempre uguali. Una vita lenta e immutabile che ricorda i grandi film giapponesi e coreani, l’unica forma artistica dell’Estremo Oriente che mi è familiare.

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