La porta di Natsume Sōseki

Tutto quanto sto per dire è al netto di ogni benché minima conoscenza della letteratura giapponese. In un certo senso questa può rappresentare una condizione ideale, quando non si verifichi troppo di frequente: essere una tabula rasa consente di dare spazio all’intuizione non viziata da conoscenze precostituite o peggio pregiudizi. Dunque è un buon esercizio alternativo, anche per un lettore solitamente avvertito. Certo rimane il rischio di proiettare sull’opera il proprio bagaglio culturale, di commettere anacronismi, di distorcerne il senso, quindi di prendere come si dice qualche abbaglio…. ma non dobbiamo, fortunatamente, sostenere esami, nessuno ci boccerà anche se la nostra personale interpretazione fosse sbagliata. Dunque mi sento di scriverere le mie personali impressioni, maturate anche dopo l’incontro di ieri.
La porta ha le dimensioni di un breve romanzo avendo il passo e la cadenza di un racconto, quindi forse deluderà quei lettori che amano gli intrecci complicati, la rapida evoluzione della trama, lo scioglimento conclusivo della vicenda. Alla fine del libro troviamo il protagonista e la sua compagna, quasi come li avevamo incontrati nelle prime pagine. Eppure ci vengono raccontati molti fatti: la decadenza di una famiglia un tempo agiata e potente, lo sgretolarsi di un’eredità cospicua forse erosa da parenti disonesti, il dramma di una genitorialità sempre frustrata, un gravissimo scandalo, causa di una svolta esistenziale tragica e senza uscita nella vita della coppia, con il conseguente rovinoso e inestinguibile senso di colpa. Tutto questo non per esteso, ma per sapienti e concentrati scavi verticali svolti da un narratore esterno onnisciente, in verità piuttosto riservato. Infatti non si sofferma sui particolari, misura le parole, spesso lascia intendere o allude più che dire esplicitamente, utilizza metafore e toni lirici che introducono squarci d’insolita intensità poetica nel tessuto di una prosa semplice e descrittiva, quasi minimalista quando invece sono i personaggi a parlare o ad agire sulla scena. Questi inserti ben cadenzati nel resto del testo generano nel lettore uno stato di continua tensione e curiosità, che spinge a procedere nella lettura e una sorta d’inquietudine nell’attesa di un riscatto del protagonista o di un evento che sblocchi l’atmosfera claustrofobica nella quale sono condannati a vivere Sosuke e sua moglie Oyone.
Credo che l’atteggiamento dei personaggi abbia molto a che fare con il loro essere giapponesi dei primi del Novecento, per questo mi piacerebbe saperne di più, ma la situazione che è al centro del romanzo è comunque universale e moderna, nel senso che il sentirsi prigionieri della propria vita, schiavi dei propri sensi di colpa , incapaci di spezzare le catene per inettitudine pigrizia mancanza di coraggio depressione o qualsiasi altro accidente (vero o presunto) sia una delle tante possibilità dell’esistenza umana, a tutte le latitudini e in ogni tempo, almeno dell’età moderna. Per questo La porta ci parla anche se viene da una civiltà letteraria lontana e a noi poco nota, per questo ci parla ancora a distanza di un secolo e forse un po’ ci spaventa. Ma il disagio che proviamo è un segno forte del valore dell’autore, della sua capacità di smuovere la coscienza del lettore. In catalogo ci sono altri suoi libri. Il bello di leggere è che un libro tira l’altro.

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