Tre camerati, una fine

«Come antidoto c’era l’acquavite» dice Robert ai suoi trent’anni acciaccati dalla morte. Si sta bene, sani ed occupati, ma meglio non pensarci troppo. Meglio non ritrovarsi soli la sera. Anche se la solitudine può dare un certo conforto: «[...] chi è solo non può essere abbandonato».

Robert, come Karl, la macchina che usavano quotidianamente, sembrava un involucro poco appariscente dalla potenza creatrice e allo stesso momento distruttrice.
Tornato sano dalla Prima guerra mondiale Robert continuava a combattere in altre piccole guerre quotidiane, contro il mondo illuminato dal tempo ambiguo e contro di sé.
È un ex soldato che continua la sua guerra al bancone del bar in cui avverte il ponte di comando della vita.
Una sorte di cadavere in vacanza in cerca di qualcosa di permanente: in cerca d’amore.

Il protagonista del romanzo, Robert, o come lo chiamano gli amici Roby è un sopravvissuto contro il mondo, un trentenne con tanti ricordi storici terribili ma allo stesso tempo interprete di una solitudine quasi bizzarra in quanto vittima di se stesso alla luce misteriosa di un altro essere, di Pat(ricia). È a lei che Roby si aggrappa la sera. È lei quella di cui ha bisogno per illuminare leggermente la sua vita buia ed apparentemente triste. Robert ha bisogno di Pat(ricia) per aggiungere un po’ di illusioni che per un po’ faranno risplendere la sua solitudine che condivide spesso con altri due camerati, amici di (dopo)guerra, Gottfried e Otto.

La vita di questi tre giovani uomini, cosiddetti tre camerati, che si intreccia anche altri personaggi, è un groviglio confuso di passato e presente che però non lascia speranza per il futuro. Dalle prime righe Remarque dà la sensazione che tutto non può procedere a lungo, che non può durare e che tutti hanno bisogno continuamente l’uno dell’altro proprio perché non hanno veramente nessuna necessità che li proietti in una visione duratura e progressiva della vita se non oltre quell’allegra e provvisoria felicità di una dolce bevuta.

«Anzi, per un istante ebbi l’improvvisa sensazione che la realtà, e in un certo senso profondo la vita e forse addirittura la felicità, non fosse nient’altro che l’amore accompagnato da una grande malinconia, da un grande timore e dal non ignaro silenzio.»

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