Enon

Enon 02Quasi tutti i Crosby, da Howard, che girovagava con il suo carro pieno di mercanzie tra i boschi del Maine, a George Washington, che trascorreva i suoi giorni riparando orologi, hanno lasciato vedove le mogli e orfani i figli.
Charlie Crosby costituisce l’eccezione. Il destino è scritto diversamente per lui.
Nipote di George Washington, Charlie vive a Enon, una piccola città a nord di Boston. Pittura case, e a volte gli capita di tagliare l’erba nei giardini e spalare la neve. Una vita fatta di piccole cose: camminare nei boschi con Kate, la figlia tredicenne che si incanta ancora a dar da mangiare alle cince e ai picchi che vengono a beccarle i semi dal palmo; avventurarsi in canoa lungo il fiume che attraversa il paese; contemplare Susan, la moglie, un mistero vivente per il benevolo distacco che traspare dai suoi occhi turchesi e tuttavia, proprio per questo, un mistero irresistibile.
Certo, per i genitori di Susan, Charlie è una persona debole o tutt’al più di buon senso, capace solo di borbottare frasi di poco conto in loro presenza. Tuttavia, la loro considerazione non lascia crepe nel rapporto tra Charlie e la moglie, reso ancora più forte dalla nascita della loro adorata unica figlia.
Un giorno però irrompe, crudele, insensata, terribile, la tragedia. In un piovoso pomeriggio di settembre che annuncia la fine dell’estate, mentre sta rientrando in auto dopo una passeggiata nei boschi, Charlie riceve una telefonata di Susan. Con la voce spezzata dal dolore, la moglie gli dice
che un automobilista ha travolto Kate mentre tornava in bici dalla spiaggia, e che tutto è stato così rapido, inevitabile e assurdo che i soccorsi si sono rivelati inutili.
La fine della ragazza lascia macigni pesanti sul cuore di Charlie. Susan cerca di reagire, di non soccombere alla sofferenza, ma Charlie cede di schianto.
Un giorno, dopo aver trascorso quasi tutta la notte seduto al buio, esausto e senza riuscire a dormire, Charlie scaglia un pugno contro la parete del pianerottolo. Il vecchio intonaco di crine si riversa dal muro come la sabbia da una clessidra a sancire che un altro tempo si è esaurito: quello tra Charlie e Susan, che se ne torna a casa dei suoi, nella sua vecchia camera da letto, che la madre usa per cucire ormai da vent’anni.
Sembrerebbe tutto perduto per il nipote di George Washington Crosby, tutto precipitato nell’abisso della disperazione. Tuttavia, da qualche parte è ancora all’opera la semplicità salvifica della natura e del mondo.
Con un romanzo struggente e poetico, Paul Harding narra una storia in cui il dolore più grande – la perdita di un figlio per un genitore – apre a una nuova considerazione, a un nuovo senso della vita. Confermandosi uno dei narratori più talentuosi della sua generazione, Harding non si sottrae mai, come Faulkner, al compito che fa grande uno scrittore: «descrivere quello che sembra impossibile dire a parole» (The Dallas Morning News).

«Uno straordinario seguito del romanzo d’esordio del vincitore del Premio Pulitzer… La prosa di Harding è imbevuta… di una tradizione visionaria che riecheggia Blake, Rilke, Emerson e Thoreau».
The New Yorker

Hanno detto de L’ultimo inverno:

«La forza evocativa de L’ultimo inverno è struggente: il romanzo è così forte nel descrivere personaggi, luoghi, emozioni, persino il vento, da far sentire il lettore al centro della scena».

Susanna Nirenstein, la Repubblica

«”La mia scrittura ha connotazioni pastorali e una alta densità musicale: se fallisce rischio di ottenere qualcosa di ornamentale, persino triviale. Ciò che inseguo, invece, è quella eticità del bello cara a Keats”: così lo scrittore americano riflette sul suo esordio».

Francesca Borrelli, il manifesto

«Un libro pieno di aneddoti e che si legge con l’avidità… ma che va al di là di ciò che di solito sostiene un romanzo. Ed è un collante di carattere religioso che riconduce tutto quanto a un atto di affermazione ultima sopra il dissolversi delle esistenze, e delle defezioni e diserzioni, di cui si racconta».

Luigi Sampietro, Il Sole 24 Ore

Paul Harding ha insegnato scrittura creativa a Harvard e all’Università dello Iowa. Oggi vive a Georgetown, nel Massachusetts, con la moglie e i figli. Ha esordito nel 2009 con L’ultimo inverno (Neri Pozza 2011). Pubblicato dalla piccola casa editrice indipendente Bellevue Literary Press, il romanzo, primo di una trilogia, vinse nella sorpresa generale il premio Pulitzer 2010. Enon è il secondo romanzo del ciclo.

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  1. maggie says:

    Il mio gruppo del lunedì ha trovato che manchi qualcosa in questo libro.
    Non sono d’accordo, ma mi interessa approfondire; è stato definito un esercizio di stile ad altissimo livello, ma “senza cuore”, una prova narrativa “con scorciatoie”, tipo l’improbabile assenza di personaggi che vengano in aiuto al padre disperato o la sparizione della moglie a pagina uno.
    Io, invece, ho proprio amato la disperata solitudine e la follia indotta dai farmaci, che hanno permesso al protagonista di calarsi nell’abisso e poi risalire.
    Nella scena dei gessetti sulla parete e del buco nel muro fatto con il trapano, mi è sembrato di raschiare il fondo della desolazione insieme a lui.
    Margherita

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  2. Silvia Costa says:

    Questo libro è scritto davvero bene, siamo ad un livello decisamente alto. Anche se non è lo stile che prediligo: frasi lunghe, subordinate di subordinate con virgole e virgole. Concordo col fatto che la disperata solitudine del padre è perfetta per descrivere il suo dolore e non poteva avere accanto nessuno, almeno fisicamente. Dico questo perché nella sua solitudine, il protagonista “parla” con una serie di personaggi, racconta storie e aneddoti, inventa, legge, ricorda, ha allucinazioni….ci sono tantissime persone e storie nella sua mente.
    Anche io, però, ho trovato che manchi un po’ di cuore…

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  3. Valeria says:

    Uno stile impeccabile, un grande romanzo sul dolore e sull’assenza.
    Come riuscire a sopravvivere al dolore più grande? Come continuare a vivere con il dolore di sentirsi protagonisti di un eventuo contro natura: la perdita dell’unico figlio. Come colmare quella voragine, quel vuoto?
    Ho letto il romanzo tutto d’un fiato, volevo capire la risposta dell’autore a questa ‘domanda’: come? come si fa? Come si riesce? Come ci si prova?
    Consiglio la lettura a chi ama uno stile ‘alto’ ed impeccabile, a chi non disdegna momenti onirici nella lettura, a chi risce a reggere la tensione di una passione fredda e implacabile, a chi ama andare oltre, con la propria testa, le parole scritte.
    Un libro di classe.

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