Una degna conclusione

Credo che al mondo esistano due tipi di scrittori. Il primo è colui che vive perfettamente il proprio tempo e che quindi, coniugandosi al momento presente, pensa che essere il padrone di una penna il più fluida, limpida e sincera possibile lo renda piacente e concreto agli occhi dei suoi lettori. A questa prima categoria apparterrebbero Nick Hornby, David Nicholls, Matthew Quick e altri brillanti autori a noi contemporanei. Il secondo tipo di scrittore è colui che vive un tempo che non gli appartiene, come il Bob Dylan di Io non sono qui o l’Alex Supertramp di Into the Wild: colui che sforna canzoni folk “puntadito” o rincorre i treni in corsa, scrivendo di qualcosa che è stato superato e tuttavia da lui (e forse solo da lui) interiorizzato a tal punto da dover ripercorrere personalmente la strada di autori che invece – fortunati loro! – quel tempo l’hanno vissuto per davvero. A questa seconda categoria, ecco, io credo che a questa appartenga Edward St Aubyn per nascita e sconvolgente diritto. Perché quella di St Aubyn è un po’ un’utopia dei giorni nostri ch’è finalmente in grado di autorealizzarsi; compiersi – ingenuamente, appassionatamente, perspicacemente –, sempre all’eterno inseguimento di uno stile vecchio e nuovo al contempo. Uno stile che, nel suo caso, sembrerebbe cogliere lo spirito ironico, cinico ma comunque filantropico dell’Inghilterra per come appare ai nostri occhi, nonché macchiarsi di un timbro etereamente ottocentesco, fra Oscar Wilde e Anthony Trollope, passando per La fiera della vanità e un po’ di EM Forster pur dovendo, con una certa spontaneità, ancorarsi a un presente vago, fallibile e più terreno attraverso una voce incalzante e scorrevole che non pecca così, mai, di nostalgica arroganza al modo dello stesso Wilde o di William Thackeray. Classe 1960, nato in Cornovaglia, le coordinate geografiche di St Aubyn si scontrano pesantemente con quelle temporali incontrandosi dunque e infine a metà, in una storia dall’arguzia sottile e la penna vivace, che si tinge di melanconica aggressività maschile laddove il personaggio di Patrick Melrose acquista uno spessore mai visto, capace di trasparire da ogni poro dei suoi filosofici pensieri atemporali – luccicanti, eterni come il sole e le nuvole che si alternano in un cielo affannato ma speranzoso. Un cielo che ci guarda con distacco e bonaria vicinanza intellettuale al medesimo tempo, un po’ come quel secondo tipo di scrittore quando, proprio alla maniera di Patrick Melrose nella splendida copertina neripozziana di Lieto fine, si aggiusta l’elegante cravatta coi suoi capelli studiatamente spettinati e una sigaretta in bocca; lo sguardo intelligente e l’angolo destro delle labbra appena piegato all’ingiù, con un lieve sentore di dovuto trasporto nei nostri confronti, pronto com’è a trascinarci (giù) in un universo – quello dei Melrose – che sarà sempre e soltanto suo e mai sul serio nostro. Se non che per il breve istante, certo, in cui possiamo leggerne, ammirati, le sprezzanti, solide, grigie e immacolate fondamenta letterarie: piccolo, gigantesco capolavoro da non lasciarsi sfuggire, il suo Lieto fine: la degna conclusione di un ciclo narrativo impeccabile e tormentato – buio e irrequieto come le notti più belle.

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