ODESSA STAR – intervista a Herman Koch – La Repubblica

di LEONETTA BENTIVOGLIO – La Repubblica

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HERMAN KOCH: “SIAMO BORGHESI ANNOIATI PERCIO DIVENTIAMO CATTIVI”

Prosa sferzante, sarcasmo feroce, perfidi giochi di relazioni che sembrano dissezionati al di là di una lastra di ghiaccio. E Odessa Star, un thriller satirico, in uscita per Neri Pozza, firmato dall’olandese Herman Koch, autore del bestseller La cena (edito in Italia nel 2010).
Stavolta guida la partita Fred, un cinquantenne “qualsiasi” che nell’arco di una divorante metamorfosi perde la testa per Max, suo ex compagno di scuola divenuto un gangster. Qualcosa di acido e adrenalinico pulsa nella scrittura di Koch, che già ne La cena, tradotto in 21 lingue e reduce da un plauso di quasi trecentomila copie nei Paesi Bassi, fece scalpore illuminando una velenosa ragnatela affettiva non dissimile da quella di Carnage (il film di Polanski tratto da Il dio del massacro dì Yasmina Reza). Due coppie s’incontravano in un ristorante per svelare, nel tratto dall’aperitivo alla mancia, le mostruosità dei figli adolescenti, che avevano dato fuoco a un barbone.

In Odessa Star (pubblicato in Olanda ne12003, molto prima de La cena, e ripescato grazie al successo di Koch) siamo catapultati in un vortice narrativo che registra con spietatezza le crepe della morale convenzionale: fulcro della vicenda è la perversa attrazione per il proibito del cosiddetto “uomo normale”.
Eccola sferrare un altro attacco all’ipocrisia borghese, Mister Koch.
«I miei personaggi vogliono testare le norme sociali per capire quanto possano spingersi oltre nella trasgressione senza inguaiarsi. Il problema della classe media è la noia. Perciò si va a fare bunjee-jum-ping, si parte per le vacanze in Cambogia e roba del genere».
Anche lei appartiene alla classe media? Da che tipo di famiglia proviene?
«I miei genitori erano dei socialdemocratici col senso della giustizia. Mio padre lavorava in un giornale socialista e mia madre creava gioielli. Entrambi insistettero che io andassi all’università per poter trovare un lavoro e non morire di fame come scrittore. Invece a diciott’anni ho deciso di evitare gli studi universitari e di morire di fame come scrittore».
La trama di Odessa Star, centrata sulla voglia di Fred di dare una svolta alla propria sorte adottando un progressivo cinismo, può ricordare l’acclamata serie tv Breaking Bad. Sembra piantata nel presente l’idea d’individui comuni che rinunciano all’etica per compensare le loro frustrazioni.
«La differenza tra Breaking Bad e il mio libro sta nel disinteresse di Fred per il denaro e per qualsiasi problema morale. Il suo scopo è diventare una persona più affascinante per il figlio, il quale lo trova noiosissimo, come pure sua moglie Cristina. Si allea con un pericoloso criminale per accendere la propria vita portandoci dentro un po’ di Tarantino».
A proposito di Tarantino: il suo cinema sembra aver molto influenzato il clima di Odessa Star.
«Mi hanno ispirato film di Scorsese come Quei bravi ragazzi e Casinò, e anche Le Iene di Tarantino. A scuola ebbi un compagno che poi divenne un famoso criminale. Fu ucciso nel 1992. Non siamo mai stati amici, ma ho tanto sognato un’amicizia, convinto che i gangster si annoiassero molto meno dei borghesi».
Ammette sprazzi di misoginia? A volte è cattivissimo nel delineare le donne.
«Di solito nelle mie storie le mogli sono più intelligenti dei mariti, il che non vuol dire che siano simpatiche. D’altra parte non le descrivo come esseri sacri e privi di difetti, come fanno certi scrittori per compiacere il pubblico femminile. Si scambia la mia obiettività per misogma».
È esilarante il modo in cui Odessa Star narra l’idiozia di un quiz televisivo. Pensa che la tv abbia contribuito al declino culturale?
«Forse. Quindi va usata poco. Io la utilizzo solo per programmi in diretta, come partite di calcio e rivoluzioni. Le serie e i film li guardo in dvd o sul computer. Sono ottimista: i ragazzi di oggi, come mio figlio di 19 anni, compiono le loro scelte sui canali senza subirle. Se si stabilizza questa tendenza, la tv avrà presto la funzione che in passato aveva il camino: sarà sempre accesa ma non la guarderà nessuno».
Colpisce in Odessa Star la lunga descrizione dell’accoppiamento ripugnante del professor Biervoort con la moglie, immaginato dai suoi allievi. Una delle chiavi dei suoi libri è la mancanza d’indulgenza nell’osservare i corpi e le loro manifestazioni, come mangiare e far l’amore.
«È qualcosa su cui io e i miei amici, a scuola, ci divertivamo a fantasticare. La visione del nostro professore nudo, o in gabinetto, o mentre copulava, lo rendeva disgustoso e quindi meno potente. Ci sono persone che non ci piace guardare mentre mangiano, e a volte davanti a una coppia penso: possibile che questi due vadano a letto insieme?».
In tanta letteratura nordica contemporanea c’è un algido umorismo e una dichiarata estraneità a ogni romanticismo. È d’accordo?
«Sì. Le società nordiche sono fatte da individui con legami familiari meno importanti rispetto a quelle del sud. Il che può portare alla solitudine o a forme di follia che inducono a mettersi a sparare in scuole e supermercati. Non a caso certi massacri non avvengono in Spagna, Italia o Grecia, ma negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Finlandia, in Norvegia, in Germania e in Olanda. Il nostro humour freddo ha a che fare con questo. Vediamo i nostri connazionali con più distacco e ci è più facile prenderli in giro».
Spesso lei evoca la diffusione del razzismo e della xenofobia. È forte in Olanda? Tra l’altro il protagonista di Odessa Star parla con enorme disprezzo dei belgi.
«Agli olandesi non piacciono, così come i portoghesi non amano gli spagnoli i quali detestano i francesi. Non so se anche in Italia sia così, ma in Olanda i nordici non gradiscono i meridionali e a nessuno vanno a genio i rumeni. Il mio paese vanta una tradizíone di tolleranza. Ma secondo me questa è una parola scivolosa. Serve solo ad affermare che si è superiori alle persone che teoricamente dovremmo tollerare. Da noi è un tabù anche solo cominciare a dubitare della tolleranza. Per questo nei miei romanzi esprimo apertamente dubbi sul vero significato del termine».

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