I fratelli Neshov: resoconto dell’incontro del bookclub romano

Sotto un cielo capriccioso, il bookclub romano si è riunito ieri per discutere di un nuovo romanzo Neri Pozza, I fratelli Neshov di Anne Ragde. I pareri, come spesso accade nei nostri incontri, sono stati divergenti, ma stimolanti.

Il libro si è fatto apprezzare soprattutto per la vividezza con cui riproduce (anche a livello stilistico) i problemi della disfunzionale famiglia Neshov e le dinamiche di un piccolo ambiente, nonché per la location insolita, in grado di presentare al lettore italiano tematiche e aspetti inediti della Norvegia (e, in parte, della Danimarca).

Da quanto emerso, fra i punti deboli dell’opera è possibile annoverare la qualità dei dialoghi, la convenzionalità di certe figure, nonché le difficoltà di identificare i personaggi e la storia nel complesso (d’altronde, si tratta del secondo volume di una saga, ma molti di noi lo ignoravano, e la mancanza di una scheda di accompagnamento del libro ha reso tutto più arduo).

Per ulteriori spunti e commenti, lascio la parola agli amici del bookclub. Buone letture a tutti!

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  1. Ugo Tarin, alias Isa Ripoli says:

    Un libro che mi ha sorpreso e, solo per questo fatto, è già un merito!
    Infatti, le premesse (autrice Norvegese, ambientazione tipicamente scandinava) mi facevano presupporre o, meglio, temere la solita ambientazione da viaggio turistico “le capitali del nord”: aurore boreali, casette di pescatori colorate su fiordi romantici, renne libere nella tundra, famiglie senza grossi problemi grazie ad un elevato tenore di vita.
    Invece niente di tutto ciò ma una serie di stridenti contrasti che mi hanno mostrato una Norvegia ben diversa da come la avevo vista e conosciuta (in realtà in modo alquanto superficiale e da turista appunto, anche se “fai da me”).
    Una natura molto poco elegiaca: porcilaie, maiali, ratti, non la casetta dipinta ma una fattoria in stato di decadenza, scarsamente riscaldata, non il ricco mare ma la dura terra, la povertà. Il benessere è altrove, nelle città o all’estero, in Danimarca, ove i problemi sono la nuova sauna o la statuina Swarovski.
    Una famiglia molto eterogenea in cui ha avuto successo chi è fuggito, chi si è allontanato dalla fattoria lasciando il grosso dei problemi ai due (padre e figlio) che sono rimasti ad affrontare il dramma della vecchiaia, seppur supportato dall’efficienza dei servizi dello Stato, della povertà, dell’alcolismo e della depressione (queste due ultime molto diffuse in Scandinavia).
    Personaggi molto eterogenei, si diceva, e tutti molto ben, troppo forse, caratterizzati: si va dal tenebroso lupo solitario circondato di computer all’eclettico artista di vetrine ed al suo compagno, passando per la proprietaria di una clinica veterinaria, il proprietario di una impresa di pompe funebri, oltre ai due allevatori di maiali; mi è risultato quasi impossibile non figurarmeli su uno schermo TV, inseriti i uno sceneggiato ( e scoprire poi che in Norvegia è appunto stato trasformato in serial TV)!
    Il filo conduttore è appunto la casa, ed intorno ad essa ruotano i personaggi ed i loro problemi, che rappresentano forse più dei personaggi, la diversità tra le generazioni rappresentate: mentre per i “contadini” la presenza di una coppia Gay è un problema da superare, per la medesima coppia il problema è adottare un bambino nella ricca e moderna Danimarca; a tutti manca però qualcosa, un compagno, un figlio, una sauna, una prospettiva.
    Sicuramente una propedeutica lettura di “La casa delle bugie” mi avrebbe aiutato nel comprendere sin dall’inizio personaggi e situazioni, mentre mi pare scontata la prossima pubblicazione di un terzo libro con la prosecuzione della saga.
    Che dire in conclusione? Un libro interessante, non lo definirei un capolavoro, che affronta problematiche nuove e non scontate, e che, una volta tanto, non fa venir voglia di trasferirsi in Norvegia se non per la efficientissima (e per noi impensabile) assistenza sociale!

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  2. Silvia Costa says:

    Isa, ho messo il “pollice verso” al tuo commento, ma ho sbagliato! Volevo fare esattamente il contrario, perché mi ritrovo molto nel tuo commento al libro, mentre dissento dal “resoconto romano”. Il romanzo non è un capolavoro e la lettura del primo volume sarebbe stato decisamente propedeutico. In ogni caso, la lettura è piacevole, c’è ritmo e soprattutto ci sono personaggi a tutto tondo, ben definiti, ognuno con la propria personalità. Inoltre, questo nord insolito e non stereotipato, ha decisamente stupito. Pollice in sù!

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  3. Fiorella Lamberti says:

    Anche io ho trovato questo libro sorprendente, soprattutto perché a mano a mano che prendevo confidenza con la struttura del libro, mi affezionavo a tutti i componenti della famiglia, inclusa la solida assistente sociale!!!! Alla fine ero talmente presa che ho cercato ulteriori notizie in Internet per trovare qualche anticipazione sul finale! Altrettanto sorprendente la scoperta che condivido questo affetto per i Neshov con molti lettori e critici non solo norvegesi!!!

    Questo è proprio il grande punto di forza del romanzo : Anne Radge ha saputo restituire i personaggi e le dinamiche di una famiglia disfunzionale attraverso una descrizione empatica e realistica. Proprio la ricchezza dei dettagli ci rende partecipi delle vite dei Neshov, dalla cura con cui Erlend allestisce le sue vetrine all’amore di Tor verso i suoi maiali. Anche noi siamo seduti in cucina col nonno che fa la spia, facciamo il tifo per Torunn sperando che incontri l’uomo giusto.

    Con una scrittura semplice ma precisa e curata, poco televisiva a mio avviso, la Radge ci fa diventare testimoni anche delle situazioni più intime e umilianti, delle difficoltà, delle speranze, dei vizi e della depressione. I dialoghi sono scarni ma non potrebbero essere diversi, troppe parole potrebbero scoperchiare il passato e i traumi sepolti. Davvero una scoperta questi fratelli Neshov, che ho sentito vicini al di là dell’originale ambientazione in una Norvegia dura e difficile. In fondo questa famiglia assomiglia a tante altre famiglie che ci vivono accanto, perché la solitudine, la vecchiaia, la ricerca dell’amore, la fatica non hanno latitudine.

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  4. sallie says:

    Concordo in parte con i pareri espressi qui sopra. Ammetto di aver fatto fatica, in particolare all’inizio, a orientarmi tra i personaggi e le relative parentele e caratteristiche, non avendo letto il primo volume della trilogia.
    Man mano che la lettura procedeva, però, mi sono abituata e affezionata alle vicende della famiglia Neshov, apprezzando anche lo stile della Ragde: lineare, ma coinvolgente e mai sopra le righe.
    Come ha giustamente ricordato Fiorella, certe dinamiche familiari sono universali!
    Devo dire che anche il finale lascia con la curiosità di scoprire come evolveranno le storie dei fratelli norvegesi…
    Il mio voto finale è 3/5.

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  5. Diego Rossi says:

    Un onore e un piacere fare un tuffo nella letteratura norvegese. Ho trovato lo stile limpido, capace di attrarre e di farmi assaporare le sfumature di una terra nordica, in cui riviveva il contrasto tra la realtà industriale e rurale. Tra vetrine alla moda e una porcilaia si definisce il ritorno alla famiglia, alla radice dell’esistenza, indipendente dalle abitudini sessuali e dalle età molto diverse dei protagonisti. I personaggi che mi hanno colpito più profondamente sono stati Torunn e gli zii Erlend e Margido. Trovo straordinario che riescano a coesistere nello stesso romanzo, nella stessa storia. Devo esprimere tutta la mia ammirazione per questo progetto editoriale, ho trovato le pagine sofferte, lavorate, incantevolmente sospese tra l’invenzione narrativa e il sentimento privato, da cui l’autrice sicuramente ha attinto. Complimenti.

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