Il nuotatore

esecutivo il nuotatore_Layout 1Katalin lavora in una fabbrica a Pápa, un’antica città ungherese. Parte ogni mattina nella nebbia con la bicicletta. Il cane le corre accanto abbaiando finché lei se lo lascia dietro sullo stradone. Kata, la sua bambina, si sveglia puntualmente per andare a guardarla dalla finestra. Tira le tende da una parte e alza la mano per salutarla. Un giorno, però, Katalin esce di casa in assoluto silenzio e, senza rivolgere il minimo cenno di saluto a Kata e a Isti, l’altro figlio più piccolo, si dirige verso la stazione. Lì sale su un treno che va a ovest, in compagnia di un’amica. Giunta al confine con l’Austria scende per raggiungere clandestinamente l’Occidente, come sovente accade all’epoca di questa storia: gli anni Cinquanta del secolo scorso in cui la Cortina di ferro divide in due l’Europa. A Kálmán, il padre di Kata e Isti, non resta che la solitudine delle ore trascorse a rigirare tra le mani la foto di Katalin nei campi, con i suoi bei sandali con i lacci stretti attorno alle caviglie che nessuno portava allora; o la disperazione delle notti passate a cercare invano di dormire in cucina dopo non avere più messo piede in camera da letto. Quando però la gente mormora che nessuno più bada ai bambini, lasciati nei campi sotto la pioggia, Kálmán vende casa e terreno e parte con i suoi due figli. Parte forse alla ricerca di Katalin o forse semplicemente di un altro luogo lontano da quello reso insopportabile dall’assenza e dalla fuga della donna. I tre viaggiano di casa in casa, di terra in terra, in un pellegrinaggio senza pace che ha, tuttavia, dei veri momenti di felicità quando Kálmán nuota fino al largo nei laghi e il piccolo Isti lo imita, sguazzando di giorno dietro alle libellule senza mai riuscire ad acchiapparle, e la sera, quando cala il silenzio, ascoltando l’acqua e i pesci «che non si vedono ma si possono sentire».

Libro vincitore del prestigioso «Deutscher Buchpreis», Il nuotatore è un romanzo dalla scrittura potente e delicata insieme che parla della perdita delle radici, del dolore dell’abbandono e dell’incomunicabilità tra le generazioni attraverso la magnifica storia del viaggio di un padre e dei suoi figli in una terra che, come loro, sembra aver perduto il suo bene più prezioso senza sapere come poterlo riavere.

«Zsuzsa Bánk è maestra nel costruire un’atmosfera al tempo stesso lieve, atemporale e intrisa di malinconia».
Barbara Caputo, il Mattino

«Il talento di Zsuzsa Bank sta nell’immaginazione, in grado di riempire d’incanto l’assenza e il desiderio struggente grazie a un’eccezionale capacità di descrizione».
The New Yorker

Zsuzsa Bánk, nata nel 1965, dopo aver lavorato come libraia, ha intrapreso gli studi di giornalismo, scienze politiche e lettere nelle università di Mainz e di Washington. Vive a Francoforte con il marito e due figli. Il suo primo romanzo, Der Schwimmer, ha ricevuto grande consenso di critica e pubblico e numerosi premi, tra cui il Deutscher Buchpreis.

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Il nuotatore, 7.8 out of 10 based on 4 ratings
  1. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti – Torino n. Roma
    Buon giorno,
    L’ambiente del romanzo è la campagna ungherese e comincia con l’immagine di alcune fotografie .
    La donna viene guardata e riguardata dal marito e rimescolata sulla tovaglia. . Lo ha lasciato con due bambini ed è andata via prendendo il treno, una mattina presto,con un’amica , senza salutare nessuno.
    Il treno del tempo è un treno che costruisce davanti a se’ i suoi binari. Il fiume del tempo è un fiume che porta con se’ le sue rive .

    “Non sono gli uomini che fanno i viaggi ma sono i viaggi che fanno gli uomini “dice John Steinbeck
    I tre inizialmente sono aiutati dalla nonna materna ma ben presto ha inizio, per i due bambini , un maschietto di circa 4 anni Isti e la sorella più grande Kata , un periodo di trasferimenti in varie cittadine nel centro dell’Ungheria, tra parenti ed estranei .
    La voce narrante è quella di Kata e le spaziature rendono la scrittura e la lettura più agile aiutando alla comprensione l’autore e il romanzo.
    Il padre, Kalman, di famiglia molto umile, ha un carattere che si rivela immediatamente: tronfio ,autoritario, ignavo , esce a bighellonare per tutta la notte , ubriacone e sempre con addosso quell’odore di fumo di sigaretta .
    “Quello che diceva papà era la legge “
    Autonomamente decide di partire con i figli per seguire Eva , con cui ha una relazione e che alla guida di un’auto li porterà verso il suo futuro , promessa sposa di Karci.
    Nell’ordine cronologico della vita dei due sfortunati bambini si inserisce la zia Manci e pare di vederla quella miseria .
    “Di giorno Manci portava calze di perlon che la sera lavava in una bacinella e stendeva su un filo in cucina . L’acqua gocciolava nelle pentole e nei piatti sporchi e si mescolava ai resti di unto . Guardavo le piccole pozze colorate che si formavano e le gocce che facevano un rimbalzo verso l’alto prima di ricadere sollevando cerchi verdi e gialli e lilla.”
    Il linguaggio è molto semplice e descrive in modo molto particolareggiato .
    Pare una pianta che si insidia lentamente e prepotentemente tra le righe di mattoni .
    La solitudine emerge e la nostalgia per la mamma è tanta , per la mamma scevra, sognata e desiderata .
    Particolarmente nel tratto “ Ero certa che da un momento all’altro sarebbe spuntata là sotto, su quel grande spiazzo d’asfalto. E io , io avrei chiuso la porta e sarei andata così com’ero, senza scarpe, in camicia da notte , lungo il ballatoio e giù per le scale. Rimasi così a lungo . Tornai nel letto solo quando cominciai a tremare per il freddo”.
    L’inverno in Ungheria è freddo e grigio di ruggine , di fumo e di pioggia.
    Tristi i compleanni senza regali, tristissimi i Natali che si susseguono senza sorrisi e senza affetto, le persone sono prive di empatia , ma con il passare degli anni il legame tra i due fratelli si solidifica.
    La madre ha un comportamento speciale . Non contatta i figli , scrive a sua madre qualche riga o una cartolina.
    I due bambini nonostante vivano in strada sono molto educati e non hanno riferimenti negli adulti che troppo spesso li allontanano.
    Poi entrano nella loro vita la zia paterna Zsofi che viveva con il marito Pista in una fattoria , il figlio Jeno’ dal labbro leporino che suona il piano e la figlia Aniko’.
    Molto particolari e di difficile memoria i nomi dei personaggi che mi sono permessa di riportare per una maggiore comprensione del romanzo.
    La società descritta è puramente maschilista e si interscambia con la famiglia, povera e di bassa cultura .
    Gli uomini Pista , Kalman e Karci hanno scarsa considerazione delle donne che ritengono inaffidabili e poco di buono. Sono ubriaconi e maneschi persino nel giorno del matrimonio .
    Le donne , per cultura e tradizione, appaiono dolci, lavoratrici e in alcuni casi sagge .
    La fodera del vestito bianco da sposa di Eva a terra come una ghirlanda di panna si dissolve nel rapporto con Kalman.Un sogno mai vissuto.
    I bambini vivono tra una casa e l’altra , sempre con il timore di essere abbandonati dal padre da un momento all’altro.
    L’unica certezza sembra il fiume con le sue sponde d’estate soffici di sabbia e d’inverno con il ghiaccio che imprigiona il terreno e lo mostra come fosse sottovetro.
    Sempre uguale anche quando la mamma si immergeva con il marito dopo aver tolto i sandali , eppure mutevole con i suoi pericolosi e torbidi mulinelli.
    La mamma non cerca il contatto con i figli seppure così intelligenti e sensibili . Per Isti i capelli anche se tagliati sono vivi e strillano e ascolta sott’acqua i pesci. Impara gli orari dei treni a memoria.
    Hanno appreso dalla natura, vivendo a contatto con essa , la vita degli animali, a contare i cigni, a capire il linguaggio delle montagne e dei fiori.
    Isti immagina la collina come la testa dello zio Zortan.
    Per ogni episodio della vita come ad es. il pestaggio subìto dal padre , i bambini pensano alla mamma e prendono la sua fotografia.
    Come non si può non pensare continuamente a chi si ama?
    Ci insegna ciò di cui hanno bisogno i bambini : amore e tranquillità come un panno caldo. Di una casa stabile e di affetti solidi.
    La scrittrice è una mamma e si percepisce. Vive a Francoforte con il marito e due figli. Zsuzsa Bánk, nata nel 1965, dopo aver lavorato come libraia, ha intrapreso gli studi di giornalismo, scienze politiche e lettere nelle università di Mainz (Magonza in Germania) e di Washington.
    Il romanzo è diviso in capitoli con nomi di persona , impronunciabili per ogni personaggio.
    Alcuni soldati nello scompartimento del treno “ emanavano quest’odore di dopobarba, sapone grezzo e asciugamani umidi che, tenuti in qualche stanza fredda, non diventavano mai asciutti”.
    La ferrovia , i treni e i viaggi continui sono intessuti in un reticolo e le linee dei treni come arterie si allungano nella steppa. La stazione è un nuovo inizio.
    Sofok cittadina dell’Ungheria centrale sulla sponda del Lago Balaton presso cui altri parenti avevamo una locanda e dove il padre aveva deciso di trasferirsi dopo lo scontro con il marito di Eva. Dal fiume al lago . L’acqua sembra essere l’elemento naturale che segue i tre protagonisti.
    Entra in scena un’altra famiglia : la madre Agi, il padre Zortan, che ha poca memoria e la figlia Virag. La ragazza ha un ciclomotore lo Cspel nero e cromato ed è l’unica figlia di Agi che fosse riuscita a diventare grande .
    In tutto il paese c’è solo un apparecchio telefonico di proprietà del medico.
    In questa famiglia che pare più positiva rispetto agli altri adulti, e in cui si percepisce un clima più sereno, i bambini sembrano più rilassati. E’ estate .
    Il padre che pur si dimostra, come precedentemente riportato, un carattere difficile, ha tentato una fucilazione per aver sabotato l’automobile di un superiore militare .
    Inoltre, nonostante tutto, lavora anche di notte , in una cioccolateria , come operaio, e il suo stato di ebrezza si può giustificare con una vita di continui sacrifici .
    Il padre nella descrizione in acqua “… faceva l’ultima nuotata vicinissimo a me , venti, trenta bracciate avanti e indietro davanti alla riva. Quando usciva dal lago scuoteva i capelli e si passava il dorso della mano sulle braccia e sulle gambe bagnate per levarsi l’acqua. Tirava fuori le sigarette dal taschino , fumava e guardava il lago come se ci vedesse dentro qualcosa che non poteva più perdere d’occhio che doveva osservare e sorvegliare. Io restavo dietro di lui e guardavo le gocce d’acqua che gli scivolavano sul dorso. Papà restava a volte fino a notte fonda , si tuffava in acqua ancora qualche volta e nuotava al largo.
    Il figlio Isti nella descrizione in acqua”…Si faceva cadere all’indietro, in avanti, di piedi e di testa , con un avvitamento, con un grido o in silenzio, a volte a braccia allargate,altre con le braccia strette lungo il corpo. Certe volte si tuffava come se corresse ancora un pezzetto nell’aria, altre in modo che sembrasse un incidente e noi ci tranquillizzavamo soltanto dopo che gridava che non si era fatto niente. Isti scendeva nell’acqua la mattina presto, quando tutti dormivano, e la sera era ancora là quando il lago iniziava a scolorire”.
    Come le stagioni, soprattutto l’estate con le nuotate e le giornate all’aria aperta influenzano in modo positivo le giornate di Kate e Isti.Come vi sia la malinconia e la noia nelle giornate in inverno e nel freddo trascorse a casa a bere il te e a sentire i rumori. .Si può giocare solo con la neve che ha il sapore del punzillo. (fantasioso)
    Dalla visita della nonna emerge il racconto di tutta la storia della mamma, andata via da casa con l’amica Vali verso l’ovest e dove , dopo molte traversie giungono a Budapest nella grande città in cui tutto è colorato ma sintetico. Si svela quel mistero che la scrittrice aveva celato al lettore.
    La nonna materna che aveva vissuto come domestica di un banchiere, dopo il 1956 in quell’inverso in cui la figlia era andata via, principiò a dire : scesero dal treno Kathalina e Vali e sono state avvicinate da un contadino che per denaro le ha accompagnate al confine con l’Austria .
    E’ commovente il comportamento di Isti quando ascolta fino allo sfinimento la canzone che ascoltava la mamma nella gelateria italiana e del flacone delle compresse che assumeva lo zio e che desidera tenere sempre nel centro del tavolo .Erano preparate nella fabbrica dove lavorava la mamma.“Nessuno osò metterle via , neanche nei giorni seguenti , rimasero lì”.
    Da VAT citta’ con circa 600 abitanti, la mamma viaggia verso ovest a SZOMBATHELY la città più antica dell’Ungheria .Nel 1945 il capoluogo e i suoi dintorni furono lo sfondo dell’avanzata dell’esercito dell’Unione Sovietica che ricacciò nei confini tedeschi le truppe del Terzo Reich presenti in Ungheria.
    Il secondo dopoguerra vide la ricostruzione della città e una sua ripresa . Durante la Rivoluzione Ungherese del 1956 la cittadinanza di Szombathely partecipò con grande impeto e anche qui, come in altre parti del Paese magiaro, la repressione dell’Armata Rossa fu durissima e causò numerose vittime.
    Il viaggio delle due donne dall’Austria con l’incontro con il contadino che toglie alle due donne anche la vera, si sposta in Germania .Dal 12 agosto 1961 giorno della costruzione del muro di Berlino al 1989, ha tagliato in due non solo una città, ma un intero paese. Fu il simbolo più crudele della Guerra Fredda e della divisione del mondo in una sfera americana e una sovietica . La Germania, nel 1949, fu divisa. La parte orientale faceva molto più fatica a riprendersi: era svantaggiata per le pesanti richieste economiche fatte dall’Unione Sovietica per riparare i danni subiti nella guerra e per la mancanza di aiuti rispetto a quelli della parte occidentale.
    Conoscono Pal Matè ed il fratello Arpi che aiutano le due donne con due lavori . Un lavoro presso una trattoria dove incontrano Inge e con lei trascorreranno un Natale con le 3 grandi P : Paprika ,Pustza e Palinka (peperone, pianura e grappa di prugna) le uniche tre parole che conosceva il fratello di Inge. Poi con un successivo lavoro presso la fabbrica in cui si preparavano le compresse, tappa successiva a causa della proprietaria della trattoria che farà allusioni ad un furto di denaro.
    E’ anche significativo il legame forte tra la mamma e l’amica che si sostenevano a vicenda.
    “si sedettero al finestrino, là dove Arpi aveva posato una mano sul vetro e dove la polvere mostrò i solchi sottili delle dita. L’impronta restò. Non arrivò a toccare quel punto nemmeno l’acqua spruzzata in alto ogni volta che la corriera attraversava qualche pozzanghera. Già solo per quello , doveva rivedere Arpi”. I segni del destino.
    I due fratelli Tamas e Mihaly sono amici di Voltan e frequentano la sua casa .
    E’ coinvolgente quando descrive la raccolta dell’uva , l’entusiasmo dei fratelli e la casa invasa in ogni piccolo anfratto da acini, dal profumo di uva bianca e nera e della passeggiata di Tamas con Voltan
    Ma all’affascinante Voltan non arrivò la corrispondenza con la M di Mihaly , il suo cavaliere delle verità, ma lettere con l’iniziale T che lei non apriva neppure, lasciandole sulla finestra che il vento le portasse via.
    Nel quadro generale avviene anche un incendio che coinvolge sia la vigna che la casa in cui tutta la popolazione è coinvolta. Solo le mura e parte del tetto rimangono apparentemente senza danni, ancora utilizzabili.
    E’ un segno nefasto . Il destino purtroppo si è accanito contro questi bambini. Zortan e Isti rimasero immobili a guardare gli altri e le fiamme.
    Ammirevole Agi che si occupa e tiene insieme la famiglia allargata nonostante il marito abbia problemi psichici, sino a che Kalman non decide di andarsene per l’ennesima volta.
    La scrittrice non dedica un capitolo dei suoi 17 a questa donna fiera e coraggiosa.
    Isti vorrebbe disimparare a piangere . Lasciare le persone e il lago si rivela per lui di grande sofferenza.
    Anche la nonna Anna li tratta con distacco e ogni tanto li porta a dormire dalla sua amica tra i peli rossi di gatto .
    Il padre era spesso assente e la nonna materna, continuava a ripetere “che vita” per aprire un discorso e per chiuderlo e pronunciava sempre quelle due parole come fossero una minaccia , come se la vita, quello fosse una minaccia.
    Aveva vissuto la fine del marito, prima lontano per la guerra, poi con i suoi tradimenti e la bottiglia sempre vuota , infine suicida .Anche Kalman la lascia sola andando via di casa .
    ”Quando sei stato un pezzo in mezzo alle idee , ti prude tutto quanto il corpo e non hai pace se non ti gratti a sangue “ diceva Musil.
    La morte porta via anche Jeno’.
    Tutte e due le nonne raccontano le storie dei propri figli.
    L’elemento sempre presente nel romanzo è l’acqua, anche terapeutica.
    E’ attiva nell’incontro tra Kathalina e Kalman . sotto la pioggia si sono innamorati , nel fiume , nel lago,nelle roride mattine, nel ghiaccio su cui si potevano fare piccoli disegni di animali . L’acqua è rigeneratrice .
    Nella spiegazione di nonna Anna ad un certo punto qualcosa nella vita di Kathalina e Kalman era cambiato, Kathalina non voleva più sopportare e Kalman non si dimostro’ resipiscente.
    Nella vita attuale si inserisce anche il bimbo piccolo di Eva , con cui padre, Kalman, pare riavvicinarsi.
    Isti cade nel fiume ghiacciato ed è l’epilogo con la conseguenza tragica. Il lettore è commosso e straziato.
    Il finale sembra superare la debolezza con la speranza che Kata,che porta lo stesso nome della mamma, col tempo, andrà via .
    Può ritenersi riprovevole per una donna abbandonare i propri figli qualsiasi sia la sua motivazione?
    E chi siamo per giudicare?
    La scrittrice non giudica i vari personaggi e se pure a modo loro con caratteristiche negative ,per la miseria e l’ignoranza, sono anch’essi vittime Solo la partenza poteva essere salvifica .
    Come per “Il giardino dei ciliegi” di Cechov , la famiglia rispecchia la crisi di una società e il delinearsi di un nuovo sistema di valori , mentre ripropone i temi dell’idealismo e della frustrazione,del sacrificio in funzione di un benessere avvenire, e ancora “la sofferenza del mutamento”, qualcosa che fatalmente accomuna tutti, giacchè al fondo di ogni trasformazione di affaccia per ognuno di noi , inevitabile, l’interrogativo sul senso ultimo delle cose.
    Nell’antica Cina molti tenevano in casa la loro bara per ricordarsi della propria mortalità : alcuni ci si mettevano dentro quando dovevano prendere decisioni importanti , come per avere una migliore prospettiva sulla transitorietà del tutto.

    Ma e’ in India che il tempo è più lungo , dove il vecchio sopravvive accanto al nuovo e dove il vivere e il morire sembrano essere un’esperienza più antica che in ogni altra parte della terra.

    Dinanzi a quei corpi emaciati quasi trasparenti non si offre la spiegazione più consolante di quell’apparentemente mostruosa ingiustizia.

    Come scrive il più grande de poeti sufi “ Di là dalle idee, di là da ciò che è giusto e ingiusto , c’è un luogo. Incontriamoci là”.

    E’ un romanzo che dovrebbe essere letto da chiunque abbia figli , principalmente per il tema dell’abbandono.

    E’ la realtà vista dalla parte dei bambini, orfani e sconvolti, e raccontata da una grande donna.

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  2. rosaria alba fontans says:

    Su “Il nuotatore” di Zsuzsa Bank
    Katalin e Kálmán si amano, si sposano e hanno due bambini: Kata (la narratrice del “Il nuotatore”) e Isti. Vivono in Ungheria dopo la seconda guerra mondiale, nel periodo della divisione dell’Europa nei due blocchi. Katalin abbandona il marito e i figli e clandestinamente si trasferisce in Austria, la sua fuga non è politica, ma esistenziale. La madre di Kálmán ben descrive la situazione. “Se mai esiste la felicità, allora c’era stato un tempo in cui la felicità era appartenuta a loro, soltanto a loro, come se ogni felicità disponibile si fosse radunata, come si fosse sottratta agli altri per appartenere a loro soltanto… Ad un certo punto si ruppe qualcosa, come capita che qualcosa si rompa anche se una non è stata maldestra, anche se non l’ha fatto apposta, succede e basta. Qualcuno doveva aver raccolto tutta quella felicità al posto loro e gliel’aveva tolta, senza chiedergli se ne avessero avuto a sufficienza, se gli fosse bastata”.
    Kálmán disperato trascina se stesso e i suoi figli in un viaggio continuo e disperato per l’ Ungheria tra città, campagne e parenti. L’unico luogo dove le tensioni si sciolgono e il dolore dell’abbandono viene lenito è l’acqua. Kálmán ama nuotare e lo insegna ai suoi figli. Nuotando, tra le anse del fiume e lungo i grandi spazi del lago, trovano il piacere di stare insieme con se stessi e con gli altri, ma fuori dall’acqua l’angoscia continua a riemergere inesorabile. “Il nuotatore” è la storia di due viaggi e di due fughe, in cu il contesto storico è la metafora esistenziale della separazione e della caducità delle cose, dei muri che innalziamo nelle relazioni interpersonali e che non riusciamo in tempo ad abbattere.
    La narrazione spesso procede “a frammenti”e con salti temporali, ma il messaggio arriva chiaro e potente.

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  3. Giovanna Mottini says:

    Ho faticato a leggere questo libro. Nonostante sia scritto egregiamente ho avuto un grande senso di pesantezza passando da una pagina all\’altra. Sicuramente è quello che l\’autrice voleva trasmettere e farci sentire essendo un tema, quello dell\’abbandono, così forte ed attuale. Con dispiacere credo sia capitato per me, in un momento in cui non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo.

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  4. Nicoletta says:

    A me questo romanzo è piaciuto. Ci sono periodi in cui si ha bisogno di guardare un film drammatico o di leggere un romanzo così, che ti racconta che, quando la storia e la malasorte individuale si alleano contro gli esseri umani, nel fiume delle difficoltà, c’è chi riesce a galleggiare come un sughero in balia delle correnti e chi va a fondo. In quelle situazioni ci si crea le proprie strategie di sopravvivenza: si coltiva una possibilità di fuga imparando a memoria gli orari di treni che non si prenderanno mai, ma che è importante sapere che continuano a passare e ti posso portare via, si sentono suoni e messaggi provenire dai posti più impensati e si diventa sordi alle voci che non ci dicono quello che vogliamo sentire. Ci si butta e si prova a nuotare in qualche modo. C’è sempre un modo di affrontare le perdite, ci sono comunque dei momenti di gioia, non sempre c’è un lieto fine per tutti. In questi giorni piovosi ma comunque estivi si può aver voglia di affondare per un po’ in una storia così. Ma non è solo abbandono all’ emotività. La bravura dell’autrice nel mescolare leggerezza e malinconia, la sua capacità nel rendere così credibili i personaggi rende la lettura piacevole anche per l\\’esigente lato razionale del lettore.

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  5. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    “Il nuotatore” è silenzio.
    Proprio come Isti che, dalla prima estate al lago,’ cominciò a sentire cose che non facevano alcun rumore’, così l’umanità di Zsusa Bank è un’umanità di poche parole, di molti silenzi, che si rivela al lettore attraverso una gestualità densa e un vivere fatto di cose concrete.
    Anche il dramma iniziale del libro ( una madre che abbandona il marito e i figli ), nasce nel silenzio: ‘La mamma non lo ha mai contraddetto [il papà]. Lo ha lasciato’, dice Kata.
    Non dalle parole, ma dai gesti, dai movimenti, dalle azioni emerge l’intimità di quest’umanità, un’intimità che Zsusa Bank riesce a far rilucere attraverso insoliti dettagli, delicate sfumature, angolazioni studiate, immagini cariche di una potenza espressiva tale che non si può non rimanerne ammirati. Quello di Zsusa Bank è un talento raro.

    “Il nuotatore” è lentezza.
    ‘Non ci dava più fastidio nemmeno la lentezza con cui scorreva la nostra vita, qualunque essa fosse, ovunque si svolgesse’, dice Kata.
    “Il nuotatore” è un libro lento, con lentezza va letto e così l’ho letto, lentamente.
    Come per “House-keeping” di Marilynne Robinson, più leggevo, più rallentavo nella lettura per timore di smarrire qualcosa e, in verità, “Il nuotatore” mi ha ricordato, a tratti, la magia di “House-keeping”. Forse, perchè, in entrambi, c’è la storia di due bambini e di tre generazioni. Forse, perchè, in entrambi, sono i treni a cambiare i destini degli uomini, i treni e le acque di laghi e fiumi. O forse, perchè, in entrambi, una madre abbandona i figli, anche se in modo diverso. Dal peso del suicidio della madre, Ruthie e Lucille riusciranno, ciascuna a suo modo, ad affrancarsi; dal peso della fuga di Katalin, solo Kata ci riuscirà.

    “Il nuotatore” è attesa.
    Si aspetta la vendemmia, l’arrivo dell’estate, il disgelo.
    Si aspetta il ritorno di qualcuno, come Kata e Isti con la madre; come Virag con Mihaly (‘Virag aspettò tutta la notta da sola su una sedia in veranda, sotto una coperta, e quando la mattina Isti andò a sedersi accanto a lei si sollevò un nugolo danzante di moscerini bianchi’ ); come Kalman con Katalin all’inizio del loro amore ( ‘Kalman continuò ad aspettarla. Aspettava davanti al treno, davanti alla porta da cui lei scendeva’); come Anna col figlio Kalman (‘Lei intanto si pettinava i capelli davanti allo specchio perchè non le veniva in mente niente di meglio per far passare il tempo’).
    Si aspetta la morte di qualcuno, come Kalman con tutta la famiglia al capezzale di Isti.
    Si aspetta dopo la morte di qualcuno, come Agi dopo la morte della sua seconda figlia.
    Si aspetta per fuggire, come Katalin (‘La mamma doveva aver aspettato a lungo [il treno]. Aveva avuto tutto il tempo di ripensarci’).
    L’attesa non è spreco di tempo. L’attesa dà valore a ciò per cui si attende ed è necessaria al vivere, come le pause alla musica.
    Katalin non ha saputo aspettare, scegliendo di fuggire, sola, all’ovest, e nemmeno il piccolo Isti ha saputo aspettare il disgelo perchè, ‘per lui, la primavera era già arrivata’.
    Imparare ad attendere è un avvicinarsi lento alla saggezza.
    E così sono le ultime parole di Kata ( e anche le ultime parole del libro): ‘Mi hanno spiegato che ci vorrà del tempo [per uscire dall'Ungheria], che dovrò aspettare, forse, più a lungo di quanto credo, di sicuro più a lungo, e io ho detto: Non importa, non me ne importa niente, posso aspettare, e poi l’ho detto un’altra volta: Sì, io posso aspettare’.

    “Il nuotatore” è incanto.
    Un mondo in cui l’uomo, la natura, le stagioni sono ancora un tutt’uno. Un archetipo, un mondo delle origini, che, però, non è un Eden. Attraverso gli sguardi ingenui di Kata e Isti tutto, però, assume una dimensione magica, mitica, fluttuando intorno a quel nuovo nome, ‘Kata Senz’anello’, che è già leggenda. Un mondo di presentimenti, di ‘campanelli legati alle caviglie’, in cui ‘le colline sono teste’ e le ‘persone sono case’; un mondo in cui si possono ‘schiarire gli occhi col sapone’, sentir ‘strillare i capelli’ , udire ‘scorrere il sangue’ e ‘sospirare il legno’. Un mondo in cui l’acqua, i pesci, il cielo, tutto si può ascoltare.
    Una favola dal sapore malinconico: triste come sono, a volte, le favole.

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  6. Paola Cerri says:

    Eva, Karcsi, Zoltan, Virag, Milhaly, Katalin, Arpi, Inge, Rozsa, Iren, Agì, Anna, Kalman, Isti, Kata…tanti personaggi dolci e crudi e poi…il treno, il lago, la vigna, la fuga…un girovagare visto dagli occhi di due bambini tra l’Europa dell’est e dell’ovest sullo sfondo degli anni 50 che ogni istante immaginano una vita più bella di quello che è. Un libro melanconico e ricco di tutte le sfumature dell’amore
    Un po’ Furore di Steinbeck, un po’ La prima cosa bella di Virzì

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  7. Claudio says:

    Nel suo romanzo d’esordio, “Der Schwimmer”, la scrittrice Zsuzsa Bank, nata a Francoforte sul Meno nel 1965, racconta l’odissea di una famiglia spezzata dopo la Rivoluzione fallita del 1956 in Ungheria. Intervengono i carri armati, la ribellione non riesce, la speranza che il mondo avrebbe potuto essere un altro svanisce. Senza dire una parola, Katalin lascia la sua famiglia e fugge, attraverso il confine, verso l’Occidente dove trova lavoro come operaia; il marito vende la sua azienda agricola e inizia a viaggiare con i due figli stabilendosi provvisoriamente dai parenti in varie zone dell’Ungheria.
    In un clima di malinconia, ben esemplificato dal paesaggio grigio e piovoso, Kata e il suo fratellino Isti si costruiscono il proprio mondo: Isti ascolta quello che hanno da dire le cose- la casa, le pietre, le piante, la neve – mentre Kata ascolta le storie delle persone che incontra durante i suoi viaggi. Guardando la realtà da vicino i bambini incontrano un mondo che non capiscono. Solo se sono in acqua, siano fiumi o laghi, quando vedono il padre intento nelle sue lunghe nuotate e quando nuotano loro stessi, solo allora si scoprono momenti incantati di leggerezza e felicità.

    Nel loro pellegrinaggio, il momento migliore Velencei Kálmán, Kata e Isti lo vivono al Lago Balaton. Ma, poiché la casa che gli accoglie viene distrutta per due terzi da un incendio, loro sono costretti a ritornare dalla nonna paterna nell’est del Paese.

    Con grande empatia Zsuzsa Bánk si mette nei panni della protagonista Kata, che agisce come io narrante. Quando compie i diciotto anni Kata ricorda i momenti del viaggio con suo padre e suo fratello minore attraverso l’Ungheria. Ciò si traduce in una prospettiva soggettiva, tanto più che i bambini non possono capire tutto quello che stanno vivendo. “Il Nuotatore” non è propriamente un romanzo politico, anche se narra di una situazione che è un effetto della rivolta e le circostanze politiche del tempo rimangono nella narrazione in sottofondo.
    Il Nuotatore è il piccolo fratello della narratrice, che risponde all’abbandono della madre con abbandono, rassegnazione, con un apparente distacco e si dedica con abnegazione al nuoto fino alle conseguenze più estreme.

    Bella l’intuizione di intitolare i capitoli con i nomi dei personaggi: Noi, Éva, Karcsi, Zoltán, Virag, Mihály Tamás, Katalin, Arpi, Inge, Rózsa, Iren, Ági, Anna, Kálmán, Isti, Kata. Sono simili per il lettore ad un album fotografico dei parenti e conoscenti; e anche se i personaggi, con cui i capitoli sono denominati, a volte partecipano al fluire della storia solo incidentalmente, risultano avere anche loro un preciso significato.

    Un gran bel libro poetico di tristezza e perdita: Zsuzsa Bánk ha scelto un vero e proprio linguaggio sobrio, lirico, cronachistico ma anche semplice; trasmette sensazioni forti e di un umore triste. Ha descritto con dovizia di particolari, soprattutto attraverso la rappresentazione di piccoli eventi apparentemente insignificanti, gli stati interiori e il loro influire sulla realtà esterna. Il suo narrare risulta né vecchio né contemporaneo, ma semplicemente segnato da un senso sovrano del ritmo e della drammaturgia e da una straordinaria e delicata attenzione sensuale.

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  8. Rita says:

    “Il nuotatore”
    E’ un libro avente per sfondo gli anni ’50 (quelli della Cortina di Ferro, con tutte le problematiche che segnano il popolo ungherese) e, per questo, malinconico e struggente. Il racconto porta con sé tristezza, una lenta ed immensa tristezza.
    L’io narrante (Kata) descrive come, con suo fratello (Isti), vive il trauma del subito distacco materno prematuro. I due personaggi, sentendosi un peso per il padre e non comprendendo come la madre abbia potuto lasciarli, vivono con la costante paura di essere nuovamente vittime di un altro abbandono, e affrontano, peregrinando, il trascorre delle loro giornate, come in attesa di qualcosa non ben definito.
    Zsuzsa Bánk sottolinea, così, quanto sia incisiva la presenza di una madre nella formazione psichica dei propri figli, che possono agire fino ad inventarsi un mondo parallelo, per non sentire quel dolore straziante.
    L’acqua è un elemento vitale, talmente vitale, che il protagonista (Isti) non sente dolore, non prova paura, quando è immerso nelle acque che tanto lo attraggono, come un ventre materno, e solo in quell’acqua si sente libero e felice di andare incontro alla madre assente, fino allo sfinimento!
    La scrittrice tocca uno dei temi più profondi dell’animo umano, ci gira intorno con dovizia, descrive accuratamente e con coerenza luoghi, famiglie, uomini, donne, bimbi e i loro rapporti interpersonali, attraverso gli occhi di una ragazzina, attanagliando il lettore con quel tema che non lo abbandona per tutta la durata della lettura del libro e che lo porta a riflettere anche dopo averlo chiuso.
    Può un figlio crescere senza rimanere segnato per tutta la vita da un trauma come l’abbandono materno (ancor più tragico se avvenuto improvvisamente e senza spiegazioni) ?
    Può la sete di “libertà” giustificare l’abbandono dei propri figli?
    l titolo: Der Schwimmer, (significativamente Der Schwimmer anzichè Die Mutter o Der Sohn) perché tutti noi siamo dei nuotatori, incapaci di affrontare il prematuro distacco totale da quelle acque primordiali del grembo materno, senza provarne la più sconfinata tristezza!

    Un plauso a Zsuzsa Bánk!

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  9. chiara macconi says:

    solo qualche breve annotazione dopo i molti interessanti commenti:
    Il Linguaggio è stringato, pochi aggettivi, frasi brevi, descrive i piccoli eventi, gli stati interiori e il loro influire sulla realtà esterna, il linguaggio dei sensi, i particolari, toni dimessi, una situazione difficile che non diventa mai drammatica anche se tragica, una miseria sistemica, da mondo ex DDR
    Non c’è quasi dialogo
    Una Lingua senza metafore (da ragazzina) dove appare l’importanza fondamentale dell’ACQUA che lava, che accoglie, che salva e che causa morte, che viene dal cielo e che sta sotto e del nuoto (il fiume, il danubio, il lago)
    della STAZIONE, luogo di partenza e di arrivo, misterioso e ospitale, dove i desideri potevano diventare realtà, luogo di passaggio, confine e porta; dei TRENI, le loro leggi, gli orari, le distanze, le persone che viaggiano, l’elemento mobile.
    del VIAGGIO dall’ovest all’est, in Ungheria, come intermezzo, azione senza tempo
    le CASE come contenitori di spazio, solitamente misere, insufficienti, lontane da qualsiasi accenno di bellezza (Kata amava andare a casa di Eva, dove non si urlava ed era pulita e profumata)

    una vita ai margini, dove passato e presente si mescolano; gente senza futuro, nessuna traccia d’individualismo, gente la cui scomparsa non lascia traccia, tutti vittime ma molto umani, catturati nella rete della Storia senza sapere perchè lontani da ogni centro.
    bellissima rappresentazione di quel tempo e di quel luogo

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  10. Silvio Campus says:

    \” Il nuotatore \” ovvero \” Rifugio ed espiazione nell\’elemento primordiale \”.E` l\’acqua, l\’elemento che compone per sette decimi il nostro corpo e il nostro pianeta, il palcoscenico sul quale recitano e vivono i principali attori dell\’originale romanzo di Zsuzsa Bank, autrice tedesca di origine ungherese che ha esercitato, per un certo periodo della sua vita, il mestiere di libraia: mestiere tanto desiderato quanto ormai in via di estinzione.E forse proprio da questa attività l\’autrice ha tratto quel rigore stilistico e quella precisione sintattica presenti in ogni pagina del romanzo, sia nelle descrizioni dei luoghi che nell\’analisi dei personaggi.L\’acqua dei fiumi e dei laghi ungheresi è desiderata e posseduta in primo luogo dal protagonista maschile, il padre Kalman, che vi si immerge per lunghe e solitarie nuotate con il fine di esorcizzare e rimuovere l\’addio della moglie Katalin, che lo ha abbandonato lasciandolo solo con due figli, Isti e Kata.Pare che questo elemento, sovente freddo e tenebroso, susciti in lui una sorta di malìa e venga inoltre utilizzato come anestetico nei confronti del mal di vivere. Sembra che soltanto nel mondo liquido Kalman riesca a sentirsi adeguato, mitigando l\’indolenza e l\’indifferenza che lo caratterizzano; riesca a nascondere ( anche e soprattutto a se stesso ) i motivi che hanno spinto la moglie a lasciarlo e sia in grado di occultare le proprie incapacità nell\’educazione dei figli.Per questi ultimi invece, l\’acqua diventa, dopo un iniziale ( e forse non causale ) periodo di proibizione paterna, una sorta di liquido amniotico, che li riunisce da un lato alla perduta figura materna e dall\’altro li avvicina, seppur in modo incompleto, ad un padre che risulta troppo distante e severo.Le prime nuotate di Kalman sembrano presagire una sorta di imminente espiazione, una specie di condanna per l\’accidia che lo comanda e che si rivelerà essere, invece, una totale incapacità nella comprensione dei rapporti umani e un\’assoluta inadeguatezza al ruolo paterno, accompagnate dall\’insano vizio per l\’alcool.L\’espiazione si realizzerà comunque, ma a farne le spese sarà il più piccolo dei figli, Isti, che assumerà, nel gelido finale, i caratteri di un piccolo eroe popolare. La sorella Kata assumerà il compito di narrare al lettore l\’intera storia, con un linguaggio sobrio ed elegante.I continui viaggi nelle povere campagne ungheresi, le misere case dei parenti, i rapporti umani tanto profondi quanto precari, le speranze infantili frustrate da una realtà banale ma inesorabile ( la madre non ritornerà né si metterà in contatto con i figli ), la vita quotidiana in un paese del socialismo reale ( piacevole soltanto per chi non l\’ha vissuta ), il crudo realismo degli avvenimenti, alimentano la trama con una continua malinconia che non lascia scampo al lettore.Forse proprio quest\’ultimo elemento è l\’unica nota \”stonata\” del romanzo.Non sarebbe corretto violare la sovranità dell\’autore sulla propria opera proponendo qualche variazione riguardante il finale. Nondimeno, anche i lettori hanno diritti che vanno rispettati: in particolare il bisogno di percepire la presenza di un elemento portatore di speranza ( esterno o interno ai personaggi, reale o fantastico ); qualcosa che possa risolvere o perlomeno mitigare l\’abbandono materno e l\’ignavia paterna; un gesto, una parola che sappiano donare al lettore un sorriso, anche nel buio della notte più nera.Forse lo \”status\” di opera prima è all\’origine di questa mancanza, che comunque risulta essere una precisa scelta autoriale di certo voluta e non casuale. Inoltre l\’origine culturale e familiare dell\’autrice hanno di certo influito su questa decisione, non del tutto soddisfacente per i lettori che considerano i romanzi non come rappresentazioni della realtà ma come \” invenzioni \” della realtà stessa.

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  11. Isti sembra vivere solo per tornare nell’acqua del lago. Eppure, nell’Ungheria del Blocco Orientale (perché la storia si svolge tra la Rivoluzione Ungherese del 1956 e il 1968 della Primavera di Praga), è stravagante saper nuotare: però Kálmán, il papà del piccolo Isti e di Kata, poco più grande, porta i figli con sé sul fiume e poi sul lago e sta loro accanto fino a quando non imparano a stare a galla da soli. Tutto è cambiato da quando un giorno, uguale a tanti altri, Katalin, moglie di Kálmán e madre di Kata e Isti, esce per andare in fabbrica ma non torna più. Ha preso un treno, poi un autobus, poi ha camminato a piedi a lungo, fino quando ha raggiunto l’Ovest, la Germania. Senza un cenno in più, senza un abbraccio un po’ più forte del solito, Katalin lascia la sua famiglia, la sua vita, la sua terra. Kata stenta a comprendere e noi con lei, che ci racconta quello che succede attraverso i suoi occhi da bambina. Così la testimonianza quasi distaccata di una figlia che si vede abbandonata dalla propria madre senza spiegazioni, diventa ancora più intensa, paradossalmente, perché in quel non detto, nell’ombra di ciò che non viene inteso, c’è la tragedia che noi sì, adulti, possiamo elaborare. Kálmán vende la casa e comincia un viaggio in lungo e in largo attraverso l’Ungheria, che passa per Budapest ma rimane per lo più nella campagna, a casa di questo o quel parente, fino al ritorno dalla nonna, la madre di Kálmán. La vita di Kata e di Isti trascorre nel terrore di essere dimenticati: dalla madre, forse; sicuramente dalle tante persone che incontrano nel loro peregrinare e che sono a loro volta dei pianeti stravaganti, e Kata e Lili fanno loro da satelliti. Ma le estati in riva al lago hanno un significato diverso. Le mille voci che Isti sente (l’urlo dei capelli che cadono, i sussurri delle tegole) si zittiscono solo quando nuota: e lo fa con una foga che non lascia speranza. Romanzo dell’abbandono, ma anche della nostalgia, della difficoltà di comunicare, dell’immobilismo che uccide più di un movimento sbagliato, scritto in una prosa preziosa che va a braccetto con la poesia (già pubblicato qui: http://chooze.it/blog/2014/09/sunday-books-acqua-vite/ )

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  12. Barbara Rosai says:

    In una nazione repressa e depressa, “Il nuotatore” è la storia di una famiglia inquieta, incerta tra essere e dover essere, tra tradizione e modernità e, allo stesso tempo, perennemente in movimento alla ricerca di un impossibile nuovo equilibrio.
    In questo scenario, la scrittura di Zsuzsa Bánk risulta particolarmente efficace nel restituire, attraverso gli occhi dell’infanzia, il rifiuto dell’abbandono, la percezione dilatata del tempo, le descrizioni della natura.
    Le passioni umane si avvicendano, i protagonisti gioiscono, o più frequentemente soffrono, sotto una cappa soffocante di tradizioni secolari apparentemente immutabili, immersi in un’atmosfera ovattata e sospesa, impermeabile a qualunque cambiamento.
    Poco convincente è, invece, il tentativo di restituire, secondo le intenzioni della stessa scrittrice, lo shock del popolo ungherese dopo la repressione del ’56.
    I pochi riferimenti storico politici presenti non sono ben amalgamati con gli ingredienti principali del romanzo e rischiano di apparire pretestuosi.

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  13. susanna says:

    “Il nuotatore” ha suscitato nel nostro gruppo reazioni contrastanti: lentezza, malinconia, grigiore (e per alcuni vera e propria noia) hanno condizionato in generale la lettura di questo romanzo, che d’altra parte ha colpito per le caratteristiche liriche della scrittura, sommessa e del tutto priva di artificio o ostentazione eppure percorsa dalla corrente di un’acuta sensibilità. I sentimenti dei personaggi, e persino molti aspetti delle loro vicende, rimangono inespressi o appena suggeriti; più centrale è invece la descrizione degli aspetti della natura come l’acqua (elemento vitale, di liberazione e consolazione), la neve, il cielo.
    Il tempo, o meglio la sua assenza, ha una parte fondamentale: i personaggi non pensano al futuro, e il momento presente sembra sovrapporsi all’eternità – da qui la rassegnazione e il vuoto di speranze che si respirano in ogni pagina, particolarmente pesanti se riferiti ai due bambini protagonisti. Abbandonati in modo diverso da entrambi i genitori, stretti tra loro in un mondo di soli adulti, Kata e Isti rimediano alle troppe mancanze della loro vita ricorrendo all’unica risorsa a loro disposizione: la fantasia, che consola e colma le lacune, ma arriva a confondere i confini della realtà preparando lungo tutto il racconto la tragedia finale.
    E’ un libro in cui la storia passa un po’ in secondo piano rispetto alla scrittura e all’ambientazione. L’assenza di dialoghi e l’utilizzo quasi esclusivo di periodi molto brevi e frammentati, in cui i tasselli del racconto vengono semplicemente accostati l’uno accanto all’altro, comportano un certo appiattimento della narrazione; il punto di vista della bambina, unica voce narrante, appare forse poco convincente rispetto alla storia e al modo in cui ci viene riportata.

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