Manuale di danza del sonnambulo

manuale di danza (1)

 Amina Eapen è un’indiana-americana che vive a Seattle e si guadagna da vivere come eccentrica fotografa di matrimoni. Quando la madre Kamala la chiama da Albuquerque, nel New Mexico, per dirle che la salute di suo padre Thomas è gravemente peggiorata, Amina si lascia tutto alle spalle e si precipita nella casa dei suoi genitorie della sua infanzia. Dalle pareti agli oggetti più minuscoli, ogni cosa fa di quella casa un vero e proprio armadio dei ricordi in cui è racchiusa la storia della sua famiglia: dalla fuga dall’India, dopo che suo padre aveva litigato con la nonna, al tragico pomeriggio in cui dall’Oriente giunse la notizia della morte della nonna e dei familiari nell’incendio appiccato da Sunil, il fratello sonnambulo di Thomas, ai primi giorni di scuola in cui tutti i compagni parlavano una lingua incomprensibile e sconosciuta. Ricordi che si fanno più vivi quando, sotto il portico di casa, sentendo suo padre parlare con la madre morta da anni, Amina comprende che i giorni del suo vecchio genitore sono ormai giunti alla fine. E con essi anche l’intero mondo della sua infanzia. Per restarne in qualche modo aggrappata, decide di reincontrare i vecchi amici, i compagni di scuola, innanzi tutto Jamie, un ragazzo cattolico di buona famiglia di cui era stata innamorata e che ora insegna all’università. Il dolore per l’imminente morte del padre sembra, tuttavia, sovrastare ogni sforzo di riandare ai giorni felici dell’infanzia. Tutto sembra irrimediabilmente e vanamente trascorso agli occhi di Amina – la famiglia, la giovinezza, l’esistenza presente fatta di uno sciocco, bizzarro lavoro – quando una telefonata da Seattle la informa che un noto gallerista ha visto alcune sue foto e vorrebbe esporle. Che sia il vero inizio della sua vita? Scritto con uno stile impeccabile e popolato da personaggi dotati di grande umanità, il romanzo di Mira Jacob racconta l’emozionante storia di una famiglia indiana emigrata in America e di una bambina che, quasi senza accorgersene, è diventata grande senza aver realizzato nessuno dei suoi sogni. Un romanzo delicato e commovente sull’importanza di conoscere e difendere le proprie radici, per trovare il proprio posto nel mondo.

«Intenso e intelligente, il primo romanzo di Mira Jacob passa senza sforzi dall’India gli Stati Uniti, dipingendo il vivace ritratto di un mondo in continuo mutamento».
Gary Shteyngart, autore di Storia d’amore vera e supertriste

«Un debutto emozionante… L’autrice a un talento magnifico nel ricreare il caotico procedere della vita di una famiglia, tra gioia, tristezza, rustrazione e rabbia».
Publishers Weekly

«Il paragone con Jhumpa Lahiri è inevitabile. Entrambe scrivono con onestà sul divario generazionale sulla famiglia. Jacob, tuttavia, è più propensa alla commedia».
Kirkus Review

«Il ritratto memorabile e drammatico i una famiglia in divenire».
Booklist

«Mira Jacob ha scritto un romanzo d’esordio epico, accecante. Non avrei mai voluto che finisse».
Julie Klam

«Cattura subito il lettore e non lo lascia più andare. I suoi punti di forza risiedono nella tristezza, nella rabbia e nell’umorismo dei protagonisti».
Sam Lipsyte

Mira Jacob è una scrittrice indiana-americana. Ha fondato il Pete’s Reading Series a Brooklyn, ha lavorato come web-editor e ha insegnato scrittura creativa a New York, New Mexico e Barcellona. I suoi scritti sono stati pubblicati su libri, riviste, tv e sul web. Attualmente vive a Brooklyn con il marito documentarista Jed Rothstein e un figlio. Manuale di danza del sonnambulo è il suo primo romanzo.

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Manuale di danza del sonnambulo, 7.3 out of 10 based on 7 ratings
  1. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    Il ‘Manuale di danza del sonnambulo’ è un libro sulle radici, su come possano condizionarci nelle scelte anche quando sono rifiutate (Dimple), su come, se rifiutate, possano generarci sensi di colpa (Thomas), ma anche su come la loro accettazione possa riconciliarci con i nostri fantasmi più intimi (Amina).
    Il cibo indiano, nella sua immaginifica sontuosità, si erge quasi a personaggio a se stante: un’entità in grado di accorciare le distanze tra gli individui (nel pranzo di Jamie con la famiglia di Amina), di allentare le tensioni (per Amina e per Thomas) e, soprattutto, di porsi a simbolo dell’amore che dà la vita e che la conserva (di Kamala verso Akhil, Amina e Thomas).
    Kamala è l’archetipo della madre che nutre, un archetipo che, nella nostra modernità cerebrale ed emancipata, è ormai confinato a stereotipo datato. Eppure nella frenesia culinaria di Kamala, spesso resa dalla Jacob in chiave umoristica, ho avvertito, al di là della garbata irrisione, una premura attenta, come una latente commozione, a cui quel lasciarsi morire di Thomas d’inedia ha offerto un senso e una chiusa compiuti.

    Il ‘Manuale di danza del sonnambulo’ è anche un libro sulla malattia e sulla morte, temi rischiosi con cui, facilmente, si può scadere nel patetico, nel già sentito, nello sgradevole o nel troppo penoso.
    Mira Jacob sfugge a tutto questo, con la sensibilità e il tocco lievissimo di chi ha amato e nella sofferenza della perdita (il libro è dedicato al padre morto prematuramente) si è ostinata a ricercare, se non proprio un senso, una qualche forma di riscatto.

    Il libro è attraversato da un’ironia prudente, come chi, a piccoli passi, si stia impegnando a considerare se stesso o la vita più lievemente. Il ‘sonnambulo’ del titolo non è soltanto Sunil o Akhil, ma anche Kamala ( ‘si alzò e si diresse verso il corridoio con l’indifferenza tipica dei sonnambuli’), Thomas (‘con la consapevolezza triste e stupefatta di un sognatore che torni nel mondo dei desti’).
    È come se tutti fossimo dei sonnanbuli, sospesi in una dimensione spazio-temporale che solo la nostra percezione ci restituisce come reale. Ma i nostri sensi potrebbero fallare e quella che chiamiamo realtà altro non essere che una forma diversa di sogno. Perciò Amina strappa la foto dove è impressa l’ombra di Ammachy e rinuncia a cercare di comprendere se lo spettro di Akhil sia allucinazione o miracolo: sogno o realtà, l’importante è ‘danzare’.

    Concludo, citando, dalle ultime pagine, alcune righe, venate del sottile umorismo della Jacob:
    ‘Ma per Chacko erano sempre gli anni cinquanta. E nemmeno gli anni cinquanta americani, ma gli anni cinquanta indiani, in cui una figlia di trent’anni nubile e incinta era inconcepibile come un unicorno in calore. Diventò paonazzo al pensiero di quell’indegnità’.
    Ecco, quell”unicorno in calore’ è riuscito a farmi sorridere, in un momento in cui il chiudersi del cerchio sulla morte di Thomas mi stringeva la gola. Avermi strappato quel sorriso, almeno per me, non è merito da poco.

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  2. marilena says:

    E’ un libro bellissimo. L’ho finito stamattina e già mi manca. E’ un libro che equilibria perfettamente dialoghi intensi con una storia intensa senza mai mai cadere nella retorica. Molto belle le parti liriche dove si parla di luce azzurra che dilagava come acqua e luci delle auto che brillavano come gemme.
    Ne ho adorato ogni riga. Da leggere e rileggere. E da regalare.

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  3. Simone (Roma) says:

    Bello.Intenso.Fatico a commentare questo libro, a soffermarmi sugli spunti; ho paura che analizandolo in un certo qual modo mi privi delle sensazioni che mi ha dato. Un libro che mi è scivolato dentro senza che neanche me ne accorgessi. Mi manca Amina, vorrei telefonarle e chiderle come sta, come procede, ed è per questo che citando Marilena dirò solamente \”da leggere e rileggere. E da regalare.\”

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  4. Anna Maria (Roma) says:

    Bello! Ho letto con immenso piacere questo Bollywood-romanzo delicatamene triste che sa far sorridere, emozionare, commuovere e riflettere sul senso delle radici, sulla difficoltà e lo smarrimento che si provano nello sdracimento e sui compromessi chiesti dall\’adattamento. E poi il senso di assenza quando in famiglia viene meno un componente affettivamente importante e di come il dolore plasmi le dinamiche e apparentemente (soltanto apparentemente) allontani.Sfarfallii di mani, lucine, vapori, aromi e pensieri accompagnano la danza di questo romanzo. Una danza che ritma la lettura grazie a movimenti delicati e immagini di dettagli che immortalano l\’attimo saliente del vissuto intimo e collettivo.Rispetto ad alcune parti della narrazione molto dettagliate (ma assolutamente necessarie per la cadenza del ritmo di danza), ho trovato il finale un pò veloce… ma forse la verità è che avrei voluto che il libro proseguisse ancora, per non lasciarlo e per sapere di Amina, del suo cuore e delle sue foto incredibili che sanno fotografare i dettagli della vita! Sono molto felice di averlo letto

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  5. Anna Maria (Roma) says:

    scusatemi, sdracimento sta per sdradicamento!

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  6. Barbara Lacchini says:

    Un gran bel romanzo. Intenso e delicato al contempo. Ho centellinato la lettura di questo libro per non dovermene staccare subito. I temi e i sentimenti narrati sono forti e autentici, così da coinvolgere completamente il lettore e renderlo partecipe della storia. Ho apprezzato il grande rispetto (e l’affetto) con cui la scrittrice descrive i personaggi e le loro emozioni. I continui riferimenti alla cucina, poi, a me hanno stuzzicato particolarmente l’appetito, tanto che ho intensificato la frequenza al ristorante indiano del quartiere… Concordo con Marilena e con Simone: da leggere, rileggere e regalare!

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  7. Barbara (Roma) says:

    Sorprendente.
    Il tomo è arrivato in ufficio, gli ho dato uno sguardo e mi son chiesta cosa avessi fatto di male alla Neri Pozza per meritare questo. Già l’idea della famiglia indiana alla ricerca del riscatto sociale negli States non mi faceva impazzire, leggerne per più di 500 pagine era l’espiazione per un peccato che non credevo di aver commesso. Per giunta, quando il romanzo è arrivato, avevo tra le mani la saga dei Melrose e non potevo lasciare Patrick da solo mentre cercava di ricostruirsi una vita.
    Per farla breve, ho aperto il Manuale di danza del sonnambulo appena pochi giorni fa e non sono più riuscita ad uscire dalla storia. Scritta benissimo, dal prologo ai ringraziamenti finali; non ricordo di aver mai sbadigliato, semmai ho avuto difficoltà a staccarmi dal libro per spegnere la luce e dormire.
    Probabilmente se non fosse stato per questo book club, non l’avrei mai letto. Non è il tipo di storia che mi incuriosisce, la copertina non aiuta (scusate amici della Neri Pozza ma le vostre scelte grafiche sono sempre superlative, questa volta invece…) e, ad un primo sguardo, il volume appare piuttosto impegnativo (il dilemma del lettore: perché dovrei dedicare il mio irrisorio tempo all’anonima Mira Jacob quando ho decine di classici intonsi in libreria?). E, alla seconda pagina, si resta ammaliati.

    Un libro che regalerò e che merita di essere pubblicizzato.

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  8. nunzia says:

    Ho finito purtroppo proprio ora di leggere il libro della Jacob … Vorrei chiudere in uno scrigno gelosamente ciò che provo, perché so che nel momento in cui metterò una sola parola nel mio cervello e sulla carta, perderò qualcosa della magia in cui ho vissuto questi venti giorni di lettura. Bello. Devo usare un aggettivo del senso della vista per esprimere i sentimenti che suscita questo libro.Ma non ne trovo altri che abbiano un valore universale come questo. Non un attimo di noia … non un attimo di insofferenza. Perfetto. Intelligente nella trama dolorosa, arricchita della leggerezza dei dialoghi e del pensiero, quella che piaceva tanto a Calvino. Un pensiero nato dalla sincronia dei sentimenti di una famiglia, dove il dolore la fa da maestro e si nasconde dietro un tono di consapevole realismo, di tenera compassione, di reale condivisione di affetti. In un mondo di individualismi, come il nostro, emerge la coralità di una famiglia con le sue contraddizioni e differenze, ma coesa nel bene comune. Un libro commovente, da leggere e rileggere, che costringe a pensare alla imperscrutabilità della vita e alla ricchezza e il coraggio di chi la sa vivere con levità, anche quando deve accettare le scelte degli altri rivolte alla gioia … e alla morte.

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  9. Silvia Milano says:

    Ma che sorpresa questo romanzo! Le prime pagine spiazzano un po\’, ma poi il ritmo della scrittura ti prende per mano e ti porta dall\’India al New Mexico fino a Seattle. E io ero lì accanto ad Amina, ho conosciuto Kamala, ho seguito Thomas nelle sue visioni, ho pianto per Akhil, sono stata felice di ritrovare Jamie Anderson e sua sorella. Perché in questa storia, ci si ritrova proprio dentro, nel soggiorno, nell\’orto, in ospedale e soprattutto in cucina! Una autrice bravissima a coinvolgere, una bellissima sorpresa!

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  10. Il romanzo si fa leggere con gradimento e l\’ho terminato presto. Non c\’erano commenti quando mi sono affacciata qui, così ho rinviato il mio, sono passata ad altro, e ora mi trovo un po\’ in imbarazzo. C\’è un grande entusiasmo intorno alla vicenda e alla capacità narrativa dell\’autrice; mi associo di buon grado, ma con maggiore moderazione. Anch\’io ho apprezzato la storia, la qualità della scrittura, la caratterizzazione di alcuni personaggi, l\’analisi della malattia e della morte. Tuttavia con alcune riserve che provo a riassumere.Al contrario di Barbara, il tema del riscatto indiano negli Usa mi andava bene, apprezzo la le tematiche \”sociali\”. Però poi l\’ho ritrovato a intervalli e per accenni, avrei gradito una narrazione più distesa. Salvo che in alcune situazioni, gli immigrati se la vedono tra loro, la bella e disinvolta Dimple sposa infine un quotato rampollo del giro ristretto, la madre Kamala – sempre con treccia e sari, definita la \”solitaria\”- provvede e imperversa attraverso il cibo (peraltro interessante). Solo Amina, cui lo scatto eccezionale dell\’indiano in volo dal ponte non ha aperto una vera carriera, troverà nelle ultime pagine amore e successo. Il suo è un bel personaggio, ricco di sfumature, auto-ironico, coinvolgente. Ben riuscito, pur se meno articolato, anche quello di Kamala.Più “rigidi”, ma comunque interessanti, i due maschi di casa: l\’adolescente in crisi e il chirurgo assente. Accomunati, a distanza di una quindicina d\’anni, da malattia e morte. Il ragazzo soffre di narcolessia, diagnosticata in ritardo, e si uccide con la macchina. Non è chiaro se per scelta o trasgressione al divieto di guida. Il padre rifiuta la chemioterapia per ritrovarne la presenza. Le allucinazioni provocate dal tumore gli consentono infatti di parlare con i morti. I parenti si adeguano, direi un po\’ frettolosamente, alla decisione del suicidio; la moglie rappacificata (non andavano d\’accordo da anni) lo asseconda e accompagna verso la morte. E subito dopo rimette in ordine la casa. Il romanzo procede per salti temporali: niente di male, anzi è una tecnica che condivido. Però la disposizione non rivela (o almeno non l\’ho colta) la sua “logica” narrativa e li ho trovati poco armonici. Nelle breve e malriuscita permanenza iniziale in patria si affollano molti personaggi che perderemo di vista, tra cui lo zio sonnambulo danzante, destinati più avanti a perire nell\’incendio. Si susseguono poi il ritorno di Amina per la malattia del padre, la storia – interrotta e ripresa – del fratello, la vita delle cugine a Seattle, eccetera. Mi è rimasta l\’impressione di parti ben costruite ma in certo senso separate.

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  11. francesco says:

    Premetto che adoro le saghe familiari e che quando ho ricevuto il libro ho letto le prime 100 pagine con grande slancio. Poi però mi sono perso in un lavoro che ha affrontato nel suo svolgersi tanti temi rilevanti dettagliandone alcuni in modo anche eccessivo, ma approfondendo solo il tema del fine vita che peraltro ho molto apprezzato.
    E’ un libro scritto bene con alcuni personaggi ben dettagliati ( Kamala su tutti e poi Amina stessa) ed alcuni abbastanza inutili all’economia di queste 500 pagine ( la famiglia di origine di Thomas ad esempio ha uno spazio eccessivo visto che l’autrice li fa scomparire rapidamente).
    Poi ho letto che la redazione del libro è durata 15 anni e allora forse la spiegazione potrebbe essere in questa lunghissima gestazione ….

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  12. Gio (Milano) says:

    Ho letto il libro con piacere, è ben scritto.
    Direi un po’ lungo, e con un finale frettoloso.
    L’autrice è molto brava a descrivere le persone in tutte le loro espressioni, le emozioni , le fotografie e gli odori dell”India.
    Il profumo della cucina speziata, la luce del giardino illuminato nell’attesa del fratello, la fotografia dell’Indiano
    che si suicida, Thomas che ha le allucinazioni o Amina quando di notte dentro il cortile della vecchia scuola vede il fratello, sono reali sembra quasi di sentirli e vederli sfogliando le pagine.
    Ho amato il personaggio di Amina e del suo papà Thomas.

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  13. Irene says:

    Non sono certa di ciò che sto per scrivere, semplicemente perché Manuale di danza del sonnambulo è un libro strano. Strano in senso positivo però.
    Senza pensarci troppo, così su due piedi, mi verrebbe da dire che questo è un romanzo che parla di attaccamento. Attaccamento alle proprie radici, alla propria cultura, ai propri affetti, alla propria famiglia, alla vita.
    Scritto in maniera deliziosa, Manuale di danza del sonnambulo affronta temi molto attuali come la morte – presente fin dall’inizio del romanzo –, l’amore per la propria terra e le proprie origini, il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, la solitudine.
    Protagonista del romanzo è la famiglia Eapen, che si trasferisce dall’India al New Mexico alla fine degli anni ’70, portando con sé una buona dose di “indianità”. Be’, sulla carta la protagonista del romanzo è la famiglia Eapen perché, per me, è come se questo libro parlasse di Amina e la sua famiglia. Non so spiegare bene perché, ma la sensazione che ho avuto fin dalle prime pagine e che mi sono portata dietro fin quando non ho letto l’ultima pagina, è che la storia sia narrata sì in terza persona, ma attraverso gli occhi di Amina. Amina è travolgente, apprensiva, dolce, a volte forse un po’ insicura ma così ben delineata che l’unico aggettivo che mi viene in mente per descriverla è “bella”. Amina è decisamente bella, e non nel mero senso del termine, lei è bella dentro ma non è consapevole di esserlo.
    Mi scuso per l’entusiasmo che non mi permette di essere non solo oggettiva, ma anche capace di scrivere qualcosa dotato di senso ma devo essere onesta, credevo fosse un altro tipo di romanzo. Mi aspettavo di leggere un romanzo che trattasse le diversità culturali che condizionavano, nel bene e nel male, la vita dei protagonisti; mi aspettavo di trovare, forse, una sorta di romanzo di formazione, fortemente influenzato dalle difficoltà di sentirsi indiani in America. Mi aspettavo di trovarvi, all’interno, delle forti crisi d’identità che rendevano questo un libro sul fenomeno dell’immigrazione. Con mia grande e piacevole sorpresa, invece, non è stato così.
    Ho letto con piacere queste cinquecento pagine e il merito va soprattutto alla bravura della Jacob che ha saputo caratterizzare molto bene i personaggi, utilizzando una cura al dettaglio così minuziosa da sfiorare quasi l’ossessione. Ho trovato molto interessante e ben utilizzata la scelta di parlare del cibo per narrare dell’India e per descrivere Kamala, la madre di Amina. Kamala è il personaggio che, dopo Amina, mi ha colpito di più. Attraverso il cibo esprime se stessa e le proprie emozioni – letteralmente – utilizzandolo come offerta di pace dopo un litigio, cucinando sia nei momenti tristi che in quelli particolarmente felici, usufruendone per colpire qualcuno che l’ha fatta arrabbiare.
    Una lettura piacevole e sorprendente, un libro che mi sento caldamente di consigliare.

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  14. Franco (Padova) says:

    Vista la corposità del romanzo, ho iniziato a leggerlo prendendo nota man mano dei personaggi, dei luoghi e soprattutto dei cibi per i quali, non avendo consuetudine per la cucina indiana, ho dovuto cercare in rete le ricette per capire quale potesse essere il loro aspetto e sapore. Ci sono buone probabilità che il cibo indiano possa essere di mio gradimento: immagino i samosa fritti come dei panzerotti vegetariani, i chutney li paragono alla salsa di peperoncini piccanti (ce ne sono di aromatizzate), il sambar ai nostri minestroni con i legumi, ci sono anche le pettole (i ladoo). Tutto il cibo viene preparato sempre e solo per questa enclave indiana che in America lo utilizza – secondo il loro costume – per favorire incontri, festeggiare arrivi, guarigioni, matrimoni o lenire il dolore. Jamie è un’eccezione, unico non indiano ammesso a preparare e poi consumare questo cibo, quasi un rito di iniziazione. L’unione tra Amina e Jamie rappresenta il punto d’arrivo del percorso di liberazione di Amina, il cui dolore e rimorso per la morte del fratello Akhil, rimasto silente per un decennio, esplode quando con ineccepibile professionalità immortala il suicidio di Bobby McCloud. E’ costretta ad abbandonare il lavoro di fotoreporter per una asettica attività di fotografa, specialmente matrimoni, ma segretamente continua a fissare sulla pellicola scene di ordinaria umanità. Quando il lento abbandono del padre sta quasi per trascinarla nella terra di confine tra la vita e l’aldilà accetta di “esporsi” (la cugina Dimple organizza una mostra delle sue foto segrete).

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  15. chiara macconi says:

    tanti bei commenti per un bel libro, molto piacevole da leggere e denso nelle sue tematiche, un libro da regalare anche se – sono d’accordo – la copertina mi lascia perplessa.

    effettivamente per essere un debutto è un prodotto molto elaborato anche se qualche taglio (la parte indiana e i suoi dettagli infiniti – la scuola) poteva alleggerire il numero di pagine.

    Amina è sempre presente, al centro ma anche Kamala, la controllora mi ha intenerito nella sua dedizione finale al marito. Curioso il loro uso di pizzicotti invece di baci e di nomignoli come “stupida”.

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  16. marco turella says:

    Intenso, delicato. Un perfetto equilibrio narrativo, privo di stonature. I personaggi vividi e reali creano empatia.
    Ha impiegato 10 anni a scriverlo: tempo ben speso.
    La prossima volta che mangerò indiano, non potrò non chiedermi se il cibo sia stato preparato con lo stesso amore di Kamala, e se così non fosse (visto che potrei essere io il cuoco) vorrei avvertire tutto il suo disappunto vibrare nell’aria. Quando scatterò una foto , non potrò non pensare ad Amina, a cosa avrebbe saputo cogliere lei di quell’attimo, alle foto fatte nel corso della nostra vita e a quelle che non abbiamo scattato. Thomas e Akhil riportano alla mente tutte le persone che ci hanno lasciato, mentre Jamie ci ricorda che “l’amore fa bene”.

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  17. Valeria (Padova) says:

    Ho visto la copertina del libro “Manuale di danza del sonnambulo”, l’ho aperto, ho letto l’incipit, e ho subito pensato che non ce l’avrei mai fatta ad arrivare alla fine maledicendo il giorno in cui mi sono iscritta al NP bookclub. La copertina è fastidiosa – una divinità indiana con petali rossi che le precipitano addosso alla American Indian Beauty – e l’incipit è contorto, probabilmente a causa della traduzione. Sarà una poltiglia pseudo-onirica in salsa bollywood senza manco le canzoncine e le danze, ho pensato. Ho tirato un respiro e sono andata avanti.
    Per fortuna! Perché poi il libro mi ha molto presa facendomi rubare preziose ore di sonno notturno.
    Il trucchetto di andare avanti e indietro nel tempo, che sta diventando ormai un procedimento narrativo mainstream l’ho trovato molto utile in questo caso a creare suspence e curiosità. I personaggi sono ben costruiti, anche quelli minori (come la zia cool senza figli, che c’è in ogni famiglia che si rispetti). Ho apprezzato la volontà di collegare il vissuto personale alla storia sociale, in particolare il senso di insoddisfazione vissuto dagli emigrati di prima generazione, logorati da un rimorso continuo ma incapaci di tornare indietro. La ricerca di un’identità da parte degli emigrati di seconda generazione (Amina e la cugina Dimpley) che finisce con il compromesso e non con la completa emancipazione (Amina comunque torna a casa sua in New Mexico, Dimpley sposa un indiano – insomma si finisce sempre per indossare il sari con le nike). Qualche pecca: la storia degli Indiani d’America mi pare un po’ pretestuosa, anche se serve per arricchire l’indagine sui sensi di colpa dell’immigrato: non solo ha abbandonato la sua casa, ma anche occupato quella altrui. E il matrimonio finale: mi sembrava di aver scampata il Moonsoon Wedding che temevo (che per carità, è un film molto divertente, però anche basta) e soprattutto con le storie scritte da femmine per femmine che devono per forza finire con il matrimonio, e invece eccolo lì. A rassicurarci tutti che le donne devono finire sposate se no è una tragedia.
    Parte preferita: la parte del college e dell’adolescenza dei due fratelli.

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  18. Silvio Campus says:

    Il polifonico e intenso romanzo della scrittrice indiano-americana Mira Jacob stupisce sia per la ricchezza dell\’affresco narrativo ( notevolissimo, considerando che si tratta di un\’opera prima ) che per la presenza di alcune rappresentazioni simboliche che l\’autrice semina con misurata astuzia nel corpo dell\’opera stessa senza abusare e lasciando ai lettori piena libertà di interpretazione.In questo senso la malattia del padre della protagonista assume il significato di un potente e nel contempo drammatico richiamo all\’autorità patriarcale, al quale Amina non può fare a meno di rispondere, ma evidenzia anche la debolezza del mondo maschile; i cibi preparati in continuazione dalla madre Kamala, che ammaliano con odori e sapori sapientemente descritti, diventano il cemento che unisce il gruppo familiare, anche e soprattutto nei momenti più difficili dell\’esistenza; la figura della nonna Ammachy evidenzia il difficile e altrettanto indissolubile rapporto di amore / odio che si stabilisce per tutta la vita tra madre e figli maschi; il complicato carattere del fratello Akhil rappresenta le indecisioni dell\’adolescenza e l\’imprevedibilità del destino; l\’apparente spregiudicatezza della cugina Dimple e la successiva scelta borghese di risolvere le proprie pulsioni amorose con un matrimonio \” normale \” rappresentano l\’adeguamento, dopo le ambizioni della giovinezza, a una più tranquilla vita borghese.Agli occhi del lettore si presentano infine i due pilastri portanti della storia che, dopo un lungo percorso narrativo, si fondono in un unico elemento: le allucinazioni del padre Thomas e il mestiere della protagonista Amina.Esiste un legame tra fotografia e allucinazioni?E` utile citare, per spiegare meglio questo rapporto, una frase tratta dal celebre saggio del semiologo Roland Barthes, LA CAMERA CHIARA: <>.Barthes sostiene che la fotografia è un medium curioso, una nuova forma di allucinazione, falsa a livello di percezione ma vera a livello temporale.L\’allucinazione è la percezione di qualcosa che non c\’è. Quando si ha di fronte una fotografia si vive un\’esperienza simile a quella di un\’allucinazione: si vede come reale qualcosa che non è.Insomma, si crede di avere davanti a sé la persona o la cosa ritratta nella fotografia.Inoltre, sempre secondo Barthes, quando si guarda una fotografia si vede qualcosa che viene raffigurata al passato: qualcosa che non è qui ora, che non è fisicamente e temporalmente presente.Le fotografie mostrano un passato assoluto e non modificabile e possono essere associate alla follia, in quanto mettono davanti a noi un mondo che sembra reale e tangibile, ma che è invece irrimediabilmente trascorso.Se l\’inserimento nel romanzo di questo curioso legame non è casuale ( se invece lo è, risulterebbe ancora più interessante dal punto di vista psicoanalitico) , si deve riconoscere a Mira Jacob il merito di averlo occultato in maniera perfetta, lasciando quindi al lettore la scelta di metterlo in luce o mantenerlo nascosto.A conferma di questo, Amina e suo padre decidono di percorrere, nel finale del romanzo, la stessa, identica strada.La decisione di Thomas di rifiutare le cure chemioterapiche che gli permetterebbero di guarire ma, al tempo stesso, gli impedirebbero di godere di ulteriori allucinazioni, è una scelta improbabile ( chi rifiuterebbe cure mediche efficaci e probabilmente risolutive per mantenere vive le proprie allucinazioni ? ) ma del tutto adeguata dal punto di vista letterario: è la conferma della bravura dell\’autrice e della sua capacità di affrontare e quindi dissimulare con abilità temi complessi. E` inoltre la dimostrazione che la vera letteratura non soltanto ritrae la realtà, ma addirittura la inventa.La scelta di Amina di continuare il proprio mestiere e coltivare la propria passione con un nuovo spirito ( utilizzando un medium che risulta essere una allucinazione ) risulta identica a quella del padre, al quale rende in tal modo omaggio: una scelta meno banale di quanto potrebbe apparire a prima vista.

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  19. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    Desideravo solo aggiungere una considerazione di tipo formale/stilistico al mio primo commento.
    Le parti dialogate sono assolutamente preponderanti rispetto a quelle descrittive, ridotte all’essenziale e piuttosto scarne. La lievitazione delle pagine (inevitabile) viene naturalmente temperata da una maggiore scorrevolezza di lettura, con dialoghi asciutti, precisi e quasi mai ridondanti, e da un maggior riscontro empatico col lettore che attraverso i dialoghi si sente ‘dentro’ i personaggi e non spettatore.
    Mi sembra un’evoluzione interessante rispetto ai commenti dequalificanti, spesi a suo tempo da alcuni censori, per la mole di dialoghi ne ‘Il nome della rosa’.
    Ma è storia, ormai, di più di di 30 anni fa e, senza replicare le sperimentazioni della Nothomb con ‘L’igiene dell’assassino’ (dialogo puro e nudo), credo che il libro della Jacob dimostri come a fare letteratura siano i temi, le idee, i contenuti e lo stile di ‘qualità’, di qualunque tipo esso sia.

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  20. marco (roma) says:

    Beh… non è il mio libro. IMHO. Non nego che dietro la narrazione si senta la potenza di una brava scrittrice, ma il tutto non mi convince. Non sono mai riuscito ad entrarci \”dentro\” in maniera completa (problema mio, ovvio): l\’ho trovato… slegato, accorpato in modo approssimativo. Pesante. Belle le descrizioni degli ambienti e dei modus indiani, quelle si, molto fisiche, molto vere. Però il libro si sospende in un lirismo che ho trovato a tratti esasperante.Durante la (bella) discussione a Roma era uscito fuori che la professione di Amina – fotografa – era tutto sommato irrilevante ai fini della storia. Sono andato a rivedermi alcuni passaggi… il mio collega non m\’ha convinto del tutto.

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  21. Ale (Padova) says:

    Prendete Don DeLillo, toglietegli un po’ di invenzioni narrative e di consapevolezza teorica, poi apritegli la scatola toracica e mettetegli un cuore vero, magari di una donna. Bene, ora guardatelo in faccia: è Mira Jacob!

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  22. Claudio says:

    The Sleepwalker’s Guide to Dancing è un romanzo d’esordio sicuramente avvincente e ricco. La sua prosa è bella e precisa, alternativamente luminosa e diretta; le sue osservazioni delle persone e famiglie e il mondo fisico sono struggenti e deliziose. Il dialogo è forte, divertente e vero e sempre in sintonia con le emozioni. Pur trattando argomenti pesanti come la perdita, la malattia e il dolore, e delle particolari dinamiche di una famiglia di immigrati, ho trovato il romanzo della Jacob leggero e ottimista, fresco e spiritoso. Anche il cibo, riccamente illustrato, è come un linguaggio segreto: l’alimentazione rappresenta un modo di amare.

    Il romanzo testimonia in modo irriverente i vincoli dell’amore, la forza della speranza, e il potere di saper accettare le incertezze della vita. Leggendolo, ci si immerge completamente nell’anima di una famiglia indiana-americana, si è subito catturati e non lo si lascia più fino alla fine.

    La storia è raccontata dal punto di vista di Amina Eapen, la più giovane della famiglia, la più inserita nella nuova patria, ma in terza persona, quasi a voler dare un filtro ad una vicenda unica e particolare, alla complessità delle connessioni familiari e della vita; rende prezioso e con sorprendenti scorci di dolcezza e di vulnerabilità le situazioni più difficili e i vari personaggi. Lo sguardo dell’autrice è tutto nell’uso della macchina fotografica di Amina: l’ordinario diventa straordinario, tanto che si può anche trovare un fantasma sul bordo di una foto e si possono cogliere come rilevanti aspetti altrimenti banali o semplicemente imbarazzanti.

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  23. rosaria alba fontana (milano) says:

    Il romanzo racconta la storia di una famiglia indiana emigrata negli Stati Uniti nella seconda metà del XX secolo. Amina, la protagonista è una fotografa di cerimonie, ma il suo occhio riprende anche la parte nascosta e non formale delle feste, quella più reale. Un giorno riesce a fermare con uno scatto subitaneo il volto di un suicida per la causa sociale di una tribù indiana Tacoma. Amina fotografa il dolore, quello degli altri (a tale proposito interessante è il saggio di Susan Sontag “Davanti al dolore degli altri” sulla funzione etica della fotografia) e quello della sua famiglia. Con una narrazione vivace e spedita, l’autrice descrive i conflitti generazionali, i problemi legati all’emigrazione e all’integrazione in una cultura diversa, la difficile gestione della perdita di un familiare, sia essa prematura, come nel caso del fratello di Amina, sia quella della nonna o del padre. Nel gustare la speziata cucina indiana di Kamala, la riottosa madre della protagonista, tutti i personaggi sperano di ritrovare la soluzione al malessere che li affligge, ma è la magia del delirio onirico ad occhi aperti che scioglie le tensioni e dona la forza di continuare a vivere.

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  24. Barbara Rosai says:

    Mira Jakob è riuscita nella magia di descrivere gli Eapen, famiglia indiana emigrata nel New Messico, facendo sentire il lettore a casa propria e a suo agio nei panni di Amina, la protagonista.
    La sua scrittura è particolarmente efficace nel catturare il lettore con la complicità di dialoghi vivaci, atmosfere curate e pietanze esotiche e, in seguito, nel condurlo per mano ad affrontare questioni esistenziali.
    Nel corso del romanzo, giocano un ruolo chiave le fotografie che Amina inizierà a scattare da adolescente. Col passare degli anni, questa passione si trasformerà in una vera professione pur continuando a rimanere, per lei, l’unico mezzo espressivo efficace con cui comunicare il proprio disagio.
    I soggetti delle fotografie, scelti con istintiva sensibilità, costituiscono una sorta di segnavia del suo personalissimo, e al contempo universale, percorso di presa d’atto della propria indipendenza e del proprio essere soli di fronte al mondo.
    Particolarmente riuscito il libro primo del romanzo, che si svolge nel ’79 e descrive la visita degli Eapen ai parenti rimasti in India. Le tensioni fra gli adulti e le incomprensioni fra le diverse generazioni sono restituite, con efficacia e sensibilià, dallo sguardo di Amina e di suo fratello Akhil. I due ragazzi appartengono a quella generazione che, pur conscia del richiamo della terra di origine, non ha ha alcun dubbio di voler tornare in quella in cui è cresciuta.
    Al contrario è poco convincente, a mio parere, il personaggio di James. Concepito per rappresentare la società liberal statunitense, accademico e gentiluomo, in realtà, sembra più una proiezione di desideri femminili di stampo Hollywoodiano e la sua presenza va a incidere negativamente sulla parte finale del romanzo.
    In ogni caso, il “Manuale di danza del sonnambulo” è un’ottimo romanzo di una scrittrice che ha dimostrato il suo talento nel confezionare un’opera prima complessa, eppure piacevole e vivace. C’è da sperare che Mira Jacob ci regali altri personaggi capaci di suscitare nel lettore la stessa empatia che ha il potere di suscitare il personaggio di Amina.

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  25. Rita C. says:

    La saga di una famiglia indiana (d’India), gli Eapen, in 540 pagine VIVISSIME!
    Molteplici i temi: l’emigrazione e la voglia di rimpatrio, le minoranze e il loro riscatto, l’integrazione e la perpetrazione delle usanze, le radici e il futuro, i pregiudizi e i nuovi costumi, l’invadenza e il conforto della famiglia, il matriarcato e il sostentamento maschile, la liberazione sessuale e i tabù pregressi, gli elaborati cibi tradizionali e la nouvelle cuisine, i profumi speziati e le fragranze sintetiche, la fotografia edonistica e quella realista, la malattia e lo scetticismo nel riconoscerla, il dolore del distacco e le allucinazioni create per modificare la crudele realtà , la morte e la speranza nell’aldilà, la fine di una vita e l’inizio di una nuova!
    La Jacob, con maestria, tratta questi temi e ce li racconta leggiadramente, senza farci mai provare un senso d’angoscia! Alleggerisce sapientemente i più tristi, senza edulcorarli, e ci accompagna nella lettura con una garbata e frizzante descrizione dei dialoghi, dei cibi e dei personaggi.
    Prende meticolosamente per mano i protagonisti e li lega gli uni agli altri, con un filo invisibile intriso di umorismo, realismo ed empatia.
    Ci conduce, così, fino all’ultima pagina, e quando chiudiamo il libro… ci fa provare una nota di nostalgia.
    Bel libro da leggere, da rileggere e, visto l’avvicinarsi del Natale, perché no?, da regalare!
    Come un buon cibo lascia in bocca un sapore piacevole, questo libro lascia nella nostra mente una sensazione di serenità!
    L’autrice ha ben speso quei 10 anni della sua vita per creare quest’Opera Prima. Brava!

    P.S. Nel riporre il “Manuale di danza del sonnambulo” nella libreria ci accorgiamo che Amina e la sua famiglia ci mancano e che abbiamo voglia di conoscere il suo futuro e quello della sua progènie!

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  26. Lieve e delicato, a tratti poetico. Superata la cappa grigia che apre il romanzo, ci si immerge nel mondo di Amina. Un mondo fatto di scatti fotografici onirici, di tempo sospeso, di legami culturali da reinterpretare. un bel libro, che consiglio.

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