Uno strano luogo per morire

es Uno strano luogo per morire_Layout 1Sheldon Horowitz – ottantaduenne, vedovo, impaziente, impertinente – non vuole lasciare New York per trasferirsi a Oslo, in Norvegia, a casa della nipote Rhea e di suo marito Lars. In quel paese quasi sempre ricoperto dalla neve e che conta una comunità ebraica di appena mille persone, non c’è nessuno che, come lui, sia stato ex marine, tiratore scelto in Corea e mastro orologiaio. Ma, soprattutto, non c’è nessuno che abbia sulla coscienza un figlio morto in Vietnam. Tuttavia, quando viene a sapere che la nipote aspetta un bambino, Sheldon fa le valigie e sale sul primo volo intercontinentale. Nonostante i timori, l’anziano impiega poco a crearsi una nuova routine: se ne sta a casa della nipote a smontare i suoi orologi e ad ascoltare, senza capire, i litigi di Ervin e Vera, la coppia di kosovari che abita nell’appartamento di sopra. Quando un giorno Sheldon sente delle urla arrivare dal piano di sopra e, salite le scale, trova Vera a terra, morta, non ci pensa su due volte: agguanta il bambino e scappa. Nonostante gli appelli della polizia, Sheldon fugge tra lande ghiacciate e città sconosciute. È vecchio, non conosce la lingua del posto, ma non può fermarsi, perché sulle sue tracce non c’è solo la polizia, ma anche il vero assassinio di Vera. Uno strano luogo per morire – acquistato dai principali editori in Europa e negli Stati Uniti – è un romanzo d’esordio toccante e carico di suspense. Grazie a una trama ricca di colpi di scena, uno stile maturo e un protagonista che «viene a patti con i propri demoni» (Sunday Times) – e che ricorda il Walter Kowalski interpretato da Clint Eastwood in Gran Torino – Derek Miller è senza dubbio, come dice il Times, «la nuova stella della letteratura nordica».

«La letteratura nordica di crime ha una nuova stella. Miller ha davanti a sé una grande carriera».
The Times

«Umano, dark e commovente. Un romanzo ricco di personaggi credibili e con un eroe grandioso. Eccezionale!»
The Herald Sun

«Un debutto incredibilmente sicuro che è insieme studio psicologico, parabola politica che sembra criticare l’approccio interventista degli Stati Uniti, e la storia di un vecchio e della sua ultima possibilità di venire a patti con i propri demoni».
Sunday Times

Derek B. Miller è il direttore del Policy Lab, organizzazione dell’Istituto per la Ricerca del Disarmo delle Nazioni Unite. Dopo la laurea in relazioni internazionali all’Università di Ginevra e un master in studi sulla sicurezza della Georgetown University, in cooperazione con il St Catherine’s college, Oxford, ha cominciato a scrivere. Uno strano luogo per morire è il suo primo romanzo. Vive a Oslo con la moglie e i figli.

Traduzione dall’inglese di Massimo Gardella
Euro 17,00
Pagine 304
EAN 9788854508897
I NERI DI NERI POZZA

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Uno strano luogo per morire, 7.0 out of 10 based on 4 ratings
  1. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    ‘Uno strano posto per morire’ è un romanzo atipico.
    Il suo corredo di assassini, vittime, fughe, inseguimenti, tensione e colpi di scena lo fa etichettare come ‘noir’, un’etichetta che pone l’accento sull’aspetto più convenzionale e, almeno per me, meno interessante del libro (quello più fedele ai cliches del genere).
    Mentre ‘Uno strano posto per morire’ è ben altro.
    A cominciare dalla complessità della fabula che sfiora ben quattro conflitti del Novecento (Seconda Guerra Mondiale, Corea, Vietnam e Kosovo) ciascuna col proprio carico di responsabilità individuali e collettive e di questioni insolute.
    “Sheldon crede ancora che un popolo manipolato non sia responsabile delle proprie azioni” e, in questa convinzione, s’innesta il filo rosso che lega l’intero romanzo, e anche tutte e quattro le guerre, il leit-motiv della responsabilità che da collettiva si fa individuale per incentrarsi su Sheldon e sulla morte del figlio Saul.
    Ogni uomo ha in nuce, dentro sè, “verità più profonde persino per essere ricordate da Dio nei suoi accessi d’ira”, “un codice che risiede nelle parti più profonde dell’anima umana – nella nostra unicità e mortalità – già in grado di separare cos’è giusto e cos’è sbagliato con una limpidezza capace di negare l’autorità più potente e navigare secondo la propria rotta”: la colpa che sente Sheldon è quella di non essere riuscito a “munire il figlio del coraggio di metterlo in discussione”, di infondergli quella caratteristica, che era stata di Saul, di Abramo e di Onan, di riuscire ad opporsi persino all’etica di Dio in nome di un proprio convincimento interiore.
    Lo stesso codice che, pur nella consapevolezza delle porte sbarrate durante le deportazioni degli ebrei, porta Sheldon ad aprire la porta di casa sua a Vera e suo figlio: “alla mia età”, dice Sheldon, “sono ancora convinto di avere un pubblico che assiste ai miei gesti”, un pubblico che altro non è se non la coscienza individuale.
    Il valore e il contributo unico di ogni singolo uomo alla storia dell’umanità sta anche in quella “urgenza documentaristica tipica degli ebrei. Ricordare. Aggrapparsi a ogni raggio di luce del giorno e accertarsi che gli altri sapessero che qualcuno lo aveva visto. Ciò che un tempo esisteva e ora non più”: solo la memoria, il non dimenticare può aiutarci a dare le risposte giuste alle domande di Sheldon: “fino a che punto si deve tollerare l’intolleranza?” e poi ancora “come facciamo ad essere così ciecamente ottimisti verso il mondo dopo solo sessant’anni dall’occupazione nazista? Siamo stupidi?”.
    Sofisticato e studiato in ogni dettaglio è anche l’intreccio intessuto da Miller che, in un’altalena tra passato e presente tra sogno e realtà, illumina il nostro Novecento con l’eredità lasciata al nuovo millennio: l’espediente narrativo del sogno ricorrente in cui, in piena consapevolezza, Sheldon rivive l’uccisione di Saul in Vietnam l’ho trovato davvero potente e toccante.
    ‘Uno strano posto per morire’ è un romanzo tragi-comico, attraversato da un umorismo da Giano bifronte che, spesso, rende amaro il sorriso (Sheldon mimetizzato) e, a volte, comica la tragedia (la morte finale del complice di Ervin).
    Il personaggio di Sheldon non si può che definire grandioso: le sue riflessioni sulla vita (“la densa zuppa di distrazioni in cui ci immergiamo per evitare di ricordarci che la perderemo”), sugli uomini (norvegesi, ebrei, coreani, serbi), la sua ironia ma, soprattutto, autoironia conferiscono al libro una leggerezza comparabile a quella de “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonasson (il vecchio Allan è un altro memorabile personaggio) con in più una profondità di sentire che, in molti passaggi, mi ha davvero commosso.

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  2. Claudio says:

    È un romanzo d\’esordio brillante: sembra essere un racconto di suspense o un thriller, in realtà è in qualche modo molto più di un semplice romanzo giallo, tanto che mi è difficile definirlo con precisione.All’inizio della lettura sembrava una bella storia poliziesca, un altro mistero scandinavo: contiene infatti tutti gli elementi della quintessenza di un romanzo giallo scandinavo, ambientazione caratteristica e di facile lettura; ma la sua ricchezza di tematiche e la capacità di coinvolgimento nella trama ha immediatamente trasformato le premesse iniziali di questa opera narrativa. Mi ha incuriosito, irritato, sorpreso il personaggio di Sheldon, ottuagenario ebreo in sospetto di demenza, ex Marine e ottimo manutentore, fotografo, filosofo, eroe. Ho apprezzato i suoi colloqui, reali e immaginari, con il figlio, la moglie, i suoi amici ai quali egli è sopravvissuto: sono pieni di spirito e umorismo nero. Il suo particolare rapporto con Dio, con il bambino Paul, con sua figlia e il suo marito norvegese non sono mai banali o preconfezionati.Sheldon Horovitz, il personaggio chiave, il motore della vicenda narrata, con il suo profondo e particolare senso di patriottismo ebraico-americano, il suo rammarico per aver causato la perdita del figlio, il suo esame struggente e meditativo dell’ invecchiamento … è talmente ben caratterizzato che sembra ispirato da una persona reale, il nonno dell’autore, ad egli molto vicina.Nel libro ci sono alcuni buoni punti di discussione e grandi temi: invecchiamento, demenza, ciò che noi presentiamo di noi stessi al mondo, a coloro che amiamo, le relazioni tra le diverse etnie, la sopravvivenza alle guerre per i singoli individui e per le nazioni.La storia è ben scritta, i personaggi hanno profondità e fascino; una perfetta mescolanza di scrittura seria e divertente, sa alleviare i momenti di tensione con dialoghi che fanno sorridere.

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  3. Barbara Rosai says:

    “Uno strano luogo per morire” è un romanzo che sceglie le acque sicure del noir nordico per essere preso in mano, che utilizza la memoria di eventi storici drammatici per essere preso sul serio, che strizza l’occhio alla tradizione americana dell’eroe burbero per divertire e che, ad un diverso livello di lettura, non nasconde l’ambizione di risvegliare le coscienze, puntando il dito su questioni etiche universali.
    Indubbiamente, l’assassinio non è che il pretesto che permette a Derek B. Miller di risvegliare il suo asso nella manica: Sheldon Horowitz, una sorta di eroe dormiente che, con la sua trasformazione in vendicatore solitario, saprà svolgere il compito di reggere buona parte del romanzo, risolvendo anche il proprio dramma personale.
    Il dramma di Sheldon è il conflitto etico che si instaura nel rapporto fra la coscienza del singolo e il dio di Abramo. E’ una tardiva elaborazione del lutto per la morte del figlio che è stato sacrificato. E’ la necessità di valutare, con parametri etici propri, le scelte che non sembrano neanche potersi porre. Derek B. Miller ha dichiarato, in un’intervista, di aver voluto rendere omaggio agli uomini della generazione dei suoi nonni, le cui famiglie erano emigrate dall’ Europa agli Stati Uniti d’America.
    Però, dietro la visione del modo di Sheldon e degli altri personaggi, la presenza dell’autore rimane costantemente percepibile, poiché entra di continuo a gamba tesa nel racconto con riferimenti e commenti derivanti dalla sua storia personale e professionale.
    Alla fine ciò che prevale, a mio parere, è la trasmissione di una visione della giustizia che, nel momento in cui diviene individuale, non posso condividere.

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  4. Rita C. says:

    Sheldon Horowitz: Personaggio indimenticabile. Ottantaduenne, Nonno, Ebreo, Americano, Marine, Mastro Orologiaio, Pensionato, malato di Alzheimer, da poco trapiantato in Norvegia per amore della nipote.
    Assiste impotente ad un omicidio, nascosto in un armadio con il piccolo della vittima! Difende e salva quel piccolo per riscattarsi con se stesso, dal non aver saputo salvare, per amor di patria, da una morte prematura il suo unico figlio Saul !
    Sheldon confonde, con tagliente lucidità, i ricordi, li mescola con la realtà, unisce visioni al presente, parla con chi non c’è più (l’amico Bill) per continuare a sentirsi vivo nella sua fuga per porre in salvo il piccolo balcano, che lui chiama Paul. Scappa tra laghi, boschi e ricordi per salvarlo dalla violenza del padre e ci riesce!
    Derek B. Miller  riesce a farci sorridere in questo noir che ci parla anche di racconti biblici (ebraismo), di guerre (Corea e Vietnam, Serbia e Kosovo), di paesi ospitanti tolleranti (Norvegia e Stati Uniti) e di vecchiaia (…è la lucidità che deriva dall’invecchiamento… dal processo naturale attraverso cui la mente si distacca da futuri immaginati e permette al presente e al passato di occupare il loro legittimo posto al centro dell’attenzione… è folle che il passato acceleri per venirci incontro prima della fine? Non è forse l’ultimo atto di una mente lucida mentre lotta per comprendere il suo passaggio nell’oscurità?… E’ davvero così folle?…).
    L’autore, che si occupa di disarmo, descrive, inoltre, con maestria l’uso fisico delle armi: «…Noi pensiamo alle armi come oggetti brutali utilizzati da uomini robusti. Ma l’arte di usare il fucile richiede estrema sensibilità, il tocco di un amante o d’un orologiaio.
    Dev’esserci sintonia tra dito e grilletto. Ci vuole disciplina per tenere il respiro sotto controllo. Ogni muscolo ha il compito di mantenerti assolutamente immobile…».
    Scrittura chiara, mai ripetitiva, abilmente oscillante tra passato e presente! Testo dark, psicologico, politico e piacevolmente originale!
    “MIO FIGLIO. STA BENE? STA BENE?” “IL SUO BAMBINO STA BENE, MR HOROWITZ. BENISSIMO”
    Un plauso Mr Miller!

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  5. sabrina di agresti says:

    Sabrina Di Agresti – Torino n. Roma
    Uno strano luogo per morire è suddiviso in 3 parti e 23 capitoli. In copertina una casetta isolata con una finestra accesa, in un paesaggio invernale, nel buio e nella neve.
    Note sullo scrittore:
    Novellista americano nato a Boston vive ad Oslo con la moglie ed i figli Julian e Clara.
    E’ direttore di un Istituto per la Ricerca del disarmo delle Nazioni Unite. E’ il suo primo romanzo.
    Ambiente :
    NY e Oslo. Riferimenti alla Corea e al Vietnam.
    Tra il 1930 ed il 2007
    Personaggi:
    Sheldon Horowitz di anni 82 trasferito da NY a Oslo, vedovo ed ebreo.
    Saul il figlio di Sheldon morto in Vietnam la sua missione era di ricerca e soccorso. Il velivolo abbattuto doveva essere trovato prima dei vietcong e nel più breve tempo bisognava bruciare mappe e documenti.
    Bill , amico di Sheldon,un visionario arrapato con le tasche vuote.
    Rhea nipote nata nel 1975.
    Lars marito della nipote.
    Madre di Rhea , donna inaffidabile ed evanescente.
    Senka e suo figlio scappati dall’abitazione dove vive Sheldon.
    Paul , come lo chiama Sheldon, somiglia all’orsetto Paddington
    Sigrid Odergard ispettore capo di Oslo da 18 anni, un po’ ingenua e single.
    Petter agente di polizia di Oslo, ha 36 anni ed ancora libero dalla necessità di radersi ogni giorno. Era in grado di individuare casi assurdi con l’occhio clinico di un antiquario.
    Mario compagno in Corea morto con un esplosivo, sotto il suo obiettivo.
    Enver kosovaro che violenta per vendetta , padre di Paul. Assassino, sfuggito al governo serbo.
    Kadri albanese.
    Adrijana albanese pentita.
    Zezake il nero, guardia del corpo di Enver con un compito preciso.

    Temi :
    il coraggio di vivere e soprattutto la dignità, l’orgoglio americano nonostante, psicologicamente, si percepisca una critica alla scelta interventista alla guerra ,il senso di colpa di Sheldon , l’immigrazione.
    Nessun tribunale “insediato ed operativo” in un paese devastato dalla guerra istituisce processi e condanne , perciò non esistono voci d’archivio , vale a dire che è quasi impossibile respingere il loro status di immigrati. La commissione della Corte penale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia doveva colmare parte di quel buco , ma è un buco di dimensioni enormi.
    Ritorna il tema delle fotografie : quelle scattate da Sheldon e quelle dei massacri della Serbia ritrovate nella valigia rosa.
    E’ un fiume da percorrere, in cui si incontrano l’ebraismo e l’islam, il Kosovo e la Serbia, il Vietnam e la Corea, il nazismo e il comunismo.

    Trama :
    Già il titolo è precursore del destino di Sheldon.
    Dalla prima pagina pone il lettore di fronte a fatti ben precisi e focalizza la scena.
    E’ ben scritto ed attraverso dei feed back, estrapolati dalla sua attività di orologiaio, ne racconta la storia.
    E’ un uomo anziano con un passato da raccontare, come specifica l’autore nella parte dedicata ai ringraziamenti. Una storia vera di un ex Marines che dal Massachusetts è combattente in Corea e vive la sua ultima missione per proteggere un bambino che gli ricorda suo figlio morto. In un ambiente sconosciuto quale è la foresta norvegese,è riuscito con successo a sfuggire ad ogni trappola , e nessuno ha idea di dove si trovi.
    Non vuole trasferirsi ad Oslo, ma quando la nipote lo informa della sua gravidanza , lui la raggiunge nella nevosa città .
    Al piano di sopra della sua casa si sentono furenti litigi di due kosovari ed urla.
    Un giorno la donna ed i bambino scendono precipitosamente le scale e lui li fa entrare furtivamente in casa .
    Il panico che si vive quando sfondano la porta per catturare il bambino è lo stesso panico vissuto nella guerra del 1950 quando la paura subentra alla ragione e ci rende inutili idioti.
    La donna viene assassinata ma Sheldon riesce a nascondere il piccolo.
    La fuga con il bambino , l’inabissamento del trattore, l’autostop con i cacciatori dopo 4 giorni dalla fuga,il ritrovamento nella legnaia di un fucile, la mimetizzazione con la rete, il coltello e lo zaino, catturano il lettore.
    Il romanzo si conclude nella baita della nipote di Sheldon verso cui si concentrano tutti i personaggi.
    COMMENTO :
    Era troppo giovane ai tempi in cui partì per la Corea. Ma per quanto grande era pur sempre giovane e si sa che un fisico giovane sopporta gli strapazzi. Puoi bistrattarlo un po’ oggi, un po’ domani e anche dopodomani e non succede niente. Diceva bene il vecchio Tolstoj: il corpo deve essere lo schiavo dello spirito !
    Ma adesso il tempo è passato e le cose sembrano essersi invertite .
    La vita è davvero imperscrutabile , anche i momenti più tranquilli possono essere misteriosamente sconvolti da qualcosa di bizzarro e imprevedibile . In realtà la vita è una cosa ben fragile e precaria, un filo d’erba che si piega al primo soffio di vento. Si pensa che sia sempre uguale , ma non è detto, dipende dal fatto che si decida o meno di aprire il cuore e guardarci dentro. Finchè non lo si fa va tutto bene, i giorni scorrono tranquilli, ciascuno copia esattamente del precedente, stessa lunghezza, stessa larghezza, stessa altezza. Ma se si decide di guardare il proprio cuore fino in fondo c’è da spaventarsi della bizzarria della propria esistenza.
    E’ un thriller appassionante di una storia incredibile realmente vissuta.
    AUGURI A TUTTO L’UNIVERSO.
    BUON 2015.

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  6. A prima vista thriller scandinavo, il romanzo è molto d\’altro. A partire da Horowitz, il protagonista atipico e ultracaratterizzato: ottantenne, ebreo americano, orologiaio e fotografo, ex marine (forse) malato di Alzheimer, il quale si porta dentro la morte in Vietnam dell\’unico figlio.Se ne sente responsabile (e tuttavia nel giusto?) perché l\’ha educato nella \”retorica\” del patriottismo. L\’America ha accolto e reso liberi gli ebrei, andare alla guerra in suo nome rappresenta un doveroso corrispettivo. Troppo giovane per la seconda mondiale, Hoowitz ha combattuto come cecchino in Corea e indotto il figlio ad arruolarsi. Il lettore viene informato della sua vita mediante una serie di ben riusciti flashback. All\’inizio del romanzo egli si trova infatti ad Oslo; chiuso in casa della nipote Rhea e del marito norvegese, si dedica ai suoi orologi e appare poco desideroso di conoscere il nuovo paese.Nel quale si muovono molti rifugiati stranieri, dal passato non sempre limpido. Casualmente coinvolto nell\’uccisione di una donna, a opera di malavitosi kosovari, il vecchio si rende responsabile della salvezza del figlio di lei, che ha solo otto anni. Ci riesce, muovendosi faticosamente ma con inaspettata abilità insieme al bambino, in un ambiente estraneo e pericoloso. Nella sua mente brillante quanto confusa, ritiene di poter riscattare così la perdita del figlio.Il libro è pregevole per ritmo narrativo e padronanza della scrittura; il protagonista ha un forte spessore letterario e anche gli altri personaggi – l\’ispettrice di polizia, la nipote- sono ben delineati.Suscitano poi indubbio interesse i riferimenti storici, l\’ambientazione e il paesaggio.Qualche perplessità desta invece la trama. Contiene un numero eccessivo di elementi, non sempre ben \”dipanati\”, in particolare quelli relativi al delitto e ai personaggi coinvolti.Trovo infine difficoltoso il giudizio sull\’amor di patria del protagonista. Sembra che l\’autore lo presenti a volte con ammirazione acritica e in altre – più giustamente dal mio punto di vista – ne colga invece il rischioso dogmatismo.

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  7. nunzia says:

    romanzo di D. B. Miller, “uno strano luogo per morire”, appare nelle prime pagine un triller e spinge il lettore non amante di tal genere a rallentare la lettura. L’atteggiamento cambia, quando ci si concentra sulla figura del protagonista, un vecchio militare, cecchino in Corea, che senza volere assiste all’uccisione di una povera donna, alla quale salva il figlioletto, portandolo con sé in rocambolesche fughe per sfuggire all’assassino. La parte migliore di questo libro non è la suspence né la tensione per gli avvenimenti che si susseguono velocemente, . L’interesse si concentra sul vecchio militare americano ebreo che disvela una personalità sofferta per la morte del figlio in Vietnam, per i sensi di colpa, per l’aborto spontaneo della nipote … per la vita in genere, che piega pesantemente le sue spalle. Allora il racconto diventa appassionante, carpendo tutta l’attenzione fino alle ultime pagine, lasciando una profonda lacerazione per il terribile finale, anche se certamente scontato. Le numerose figure che ruotano intorno al protagonista, che, per quanto costantemente sospettato di malattie senili, a me è sembrato molto presente a se stesso, sono di poco spessore. Salverei la figura della poliziotta, sulla quale l’autore si sofferma con più profondità rispetto agli altri. Interessanti i contesti storici, così apparentemente diversi tra loro, accomunati da l’unica costante delle guerre, la violenza.

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  8. francesco says:

    Erano diversi mesi che non leggevo un libro tanto interessante ed appassionante. Un libro sul coraggio. Il coraggio con il quale Sheldon ha affrontato tutta la sua vita e che ha cercato di passare al figlio con delle ripercussioni personali che hanno fortemente influenzato il resto dei suoi giorni.
    Sheldon però non molla e affronta l’ultima grandissima criticità che la vita pone sulla sua strada affrontando gli eventi come un eroe, gestendo una situazione critica legata alla vita di un bimbo in un percorso avventuroso che sa forte di espiazione per ciò che è accaduto al figlio nella guerra in Vietnam.
    inserito in un contesto geografico e storico bene delineato, la figura dell’interprete principale sovrasta ogni altro interprete del romanzo per forza fisica, morale e per visione strategica degli eventi.

    Veramnete un grande libro.

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  9. chiara macconi says:

    Non amo molto i thriller né quella particolare modalità scandinava, violenta, sanguinaria e totale impersonata dalla triade famosa(Nesbo, Larrson, Mankell) in quell\’ambiente ostile, torbido e grigio. Ma questo romanzo mi è molto piaciuto per la ricchezza dei piani che si intersecano sapientemente e che ne fa un interessante caso letterario. Ambientato in una Norvegia verde di boschi, azzurra di laghi, mare, cieli e bianca di ghiaccio, il racconto ci trasporta in un contesto che risente di connotati sociali e politici di grande attualità (i rifugiati nei paesi europei e la tolleranza) mentre richiama il passato dei rapporti con gli ebrei gestito con difficoltà dai norvegesi. Ma quel che ne garantisce la qualità e l\’interesse è il costante ripensamento su questi episodi e eventi, intrecciati nel tempo e molto spesso gestito con un humor fine, brillante e talvolta nero come si addice ad un ebreo. In questo ambiente, letterariamente avvicinato a rimandi da Huckleberry Finn e la sua Jackson island, si snoda il meraviglioso personaggio di un ottuagenario vivacissimo – demente o eccezionale? – un ebreo americano trapiantato in Norvegia per stare con la sua parte di famiglia sopravvissuta alle calamità. Un ex marine che ha combattuto nella guerra di Corea. Ogni aggettivo che lo connota e ogni apposizione è portatore di significati sostanziali che non vanno sottovalutati. Così una storia piena di emozioni rende questo Sheldon Horowitz un memorabile eroe, afflitto dalla sindrome del sopravvissuto ma capace di gesti impensabili nella decisione di proteggere il bambino che è capitato sulla sua via, quasi come per riprendersi dalle morti degli uomini vicini a lui in guerra e di quella di suo figlio.Un esame profondo di temi come la vecchiaia e il rimpianto ma anche pulizia etnica e criminali di guerra, il patriottismo, la vendetta, il senso di colpa. Il tema della guerra, con le sue ferite mai risanate, serpeggia soprattutto attraverso le abilità conquistate in Corea e messe a frutto nella determinazione di salvare il bambino.Ritmo serrato, dialoghi pressanti, personaggi convincenti in un plot multistrato che include passato e presente, realismo e sogno, un romanzo difficilmente etichettabile nel suo genere, una lettura appassionante e interessante.

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  10. Irene says:

    Purtroppo non sono riuscita ad apprezzare questo romanzo. L’ho trovato decisamente lento e molto, forse addirittura troppo, focalizzato su cose che non aggiungevano nulla allo svolgimento della trama.
    Ho letto le prime cinquanta pagine con molto piacere e con un livello di curiosità abbastanza alto. Mi interessava capire quando, e come, Sheldon Horowitz sarebbe stato coinvolto in un omicidio. L’interesse, però, è svanito proseguendo con la lettura per arrestarsi completamente intorno a pagina 115.
    Troppe le parti dedicate alle armi e al loro funzionamento, troppo lunghe e poco coinvolgenti le parti dedicate ai ricordi di guerra.
    Una lettura che non ho visto l’ora di finire e che ho terminato, mi dispiace dirlo, saltando qualche riga qua e là con la consapevolezza che, se non avessi attuato questo metodo, avrei abbandonato il libro senza nemmeno raggiungere la metà.
    Probabilmente mi sfugge qualcosa perché leggo che, in sostanza, è piaciuto a tutti – compresi i lettori americani. Sono curiosa di parlarne con gli altri componenti del gruppo.

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  11. Anna Maria says:

    Anche per me come per Irene. Una lettura che sono riuscita a portare a termine esclusivamente perchè ho deciso di saltare parecchie pagine riguardanti ricordi guerra e dettagli da armaiolo o armiere. Alcune immagini riguardanti il senso di colpa del padre verso il figlio le ho trovate anche belle, ma non coordinate o sviluppate adeguatamente, così come agli altri personaggi: accennati come ombre nella nebbia. Ciò premesso, il mio giudizio è probabilmente condizionato dalla difficoltà riscontrata nella lettura di un romanzo in cui non mi sono riconosciuta per approccio e stile, ma il finale mi ha inquietata perchè ho percepito uno sguardo benevolo o comunque comprensivo nei confronti del desiderio di potersi fare giustizia da soli. Mi hanno sorpresa molti commenti incontrati in rete dove, tra l\’altro, si riconosce a questo romanzo il dono di parlare di integrazione, elemento di cui non ho riconsciuto traccia. Ne parleremo domani!

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  12. Corea, Vietnam, questione ebraica, Balcani… Un po’ troppe cose, forse. Così troppe da non ricordare di essere in un giallo. Ritmo lento per tre quarti del libro; poi, il romanzo si trasforma in crime fiction e ci si dimentica di preparare il pranzo.
    Finale geniale.
    Non mi è dispiaciuto, però è mancato il brivido giallo.
    Copertina splendida. Certo però che trasformare un fascinoso Norwegian by Night in Uno strano luogo per morire…

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  13. rosaria alba fontana (milano) says:

    Sheldon Horowitz , un ottantenne ex marine ebreo americano, dopo aver combattuto in Corea, vive la sua ultima missione in Norvegia, proteggendo un bambino, figlio della violenza tra serbi e kosovari, che gli ricorda il figlio morto in Vietnam. L’autore, attraverso il suo protagonista, ci conduce ad una riflessione sulla recente storia dell’uomo con un approccio ancestrale, come se il Dio di Abramo non si stancasse mai di metterci alla prova. Anche nella storia personale si riflettono le paure, i sensi di colpa, gli interrogativi di sempre: che cosa è giusto? Che cosa è ingiusto? Nella sua ultima avventura Sheldon si abbandona al sogno ad occhi aperti per superare il dolore e ritrovare l’energia che gli permetta di salvare una vita e di redimere la sua. Costruito come una crime story diventa un noir psicologico centrato sui processi della memoria e i suoi meandri interiori. Interessante e coinvolgente.

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  14. monica (torino) says:

    Non è un romanzo banale. Finalmente!!
    La storia attraversa una fetta di Novecento ricca di conflitti, un filo rosso che conduce al concetto della perdita, perché in guerra nessuno è immune a una prova tanto devastante. E la guerra, le ombre e i fantasmi accompagnano il vecchio Sheldon nei meandri della sua mente, già devastata dalla demenza senile, fino a un poderoso insight. Il vecchio Sheldon. Un personaggio non consueto e per questo da amare subito con le sue verità. Da vecchio appunto, che non deve dimostrare più nulla ma semplicemente si è conquistato il diritto di essere se stesso, nel bene e nel male. E da tiratore scelto ha deciso di colpire, con le poche possibilità che i suoi ottantadue anni gli concedono, contro il nemico, che in fondo è la parte melmosa della guerra. Questa volta in Kosovo. O dei suoi terribili sensi di colpa, perché la guerra, per Sheldon, è un atto di resistenza contro i ricordi per salvare il suo bambino, e di conseguenza se stesso. Quel bambino che ora sta bene. Anzi, benissimo.
    Non ho apprezzato: il tempo al presente, che io considero più sincopato, per forza, rispetto al “passato”; il titolo; il finale non è all’altezza di tutto il romanzo. Far salire la tensione narrativa e poi troncare, è un po’ come togliere all’improvviso una gustosissima fetta di torta a chi la sta addentando con foga. Un’amputazione che non ho gradito.

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  15. Silvio Campus says:

    - Uno strano luogo per morire – appartiene a quel genere di opere per le quali si può nutrire amore e ammirazione oppure, con altrettanta nettezza, provare disappunto.Costruita interamente intorno alla figura dell\’ottuagenario Sheldon Horowitz, un\’imbarazzante figura di ex-marine portatore di idee non proprio democratiche, ha un avvio lento e non sempre comprensibile.Il continuo uso di flashback per sostenere la narrazione e portare in luce la storia dell\’anziano soldato risulta ben presto la caratteristica principale, dal punto di vista stilistico, dell\’intero testo, ma può allontanare i lettori amanti di strutture narrative più chiare.E` una scelta dell\’autore legittima ma non convincente, poiché rende il racconto più simile a una sceneggiatura cinematografica piuttosto che a una vera e propria opera narrativa.Risulta difficile scovare, tra i vari personaggi, qualche tipo psicologico davvero affascinante.I poliziotti norvegesi sembrano statuine inanimate ( e inoltre scarsamente dotate di arguzia, come il capo della polizia del distretto dove avviene il crimine ); la nipote Rhea e il marito vivono un amore tiepido, di cui ci si stupisce proprio a causa della giovane età dei protagonisti, dai quali ci si aspetterebbe una tensione erotica più evidente; Enver e i suoi compagni criminali sembrano \” veri cattivi \”, ma in fondo non raggiungono mai abiezioni degne dei protagonisti di un thriller; lo stesso Sheldon, sempre sospeso tra lucidità e inizi di demenza senile, tra rimorsi paterni e celebrazioni delle proprie origini nonché delle proprie certezze, non convince del tutto, proprio a causa di questa sua permanenza a metà del guado; i personaggi di contorno ( gli amici di Sheldon, la moglie ) non possiedono uno spessore tale da renderli appetibili.Eppure ci sarebbe stato materiale sufficiente per affrontare riflessioni interessanti sulla guerra e sulla devastazione che questa porta tra gli esseri umani. Per i protagonisti la colpa è sempre \” degli altri \” e non pare affacciarsi mai una seria riflessione sulle responsabilità proprie e del proprio paese. All\’anziano Sheldon l\’autore attribuisce spesso pensieri e sentimenti che sembrano personali ( antieuropeismo, anticomunismo, patriottismo conservatore, senso di rivalsa) e che risulterebbero imbarazzanti in una qualsiasi discussione.Certo, nelle 300 pagine di questa opera prima si trovano alcuni spunti di sicuro valore: il drammatico viaggio compiuto dalla barca dei soldati americani nel delta del Mekong, che tanto ricorda la discesa conradiana agli inferi del capitano Willard nel film – Apocalypse Now – ; il finale d\’azione, sospeso tra grottesco e drammatico, nel quale la storia si libera finalmente dalle sovrastrutture ideologiche.I sicuri riferimenti al mondo del cinema, riscontrabili anche nei commenti degli amici del book club, spingono al ricordo di tre opere cinematografiche americane da prendere come spunto di riflessione:- NATO IL 4 LUGLIO – di Oliver Stone: la guerra, il rimorso per l\’uccisione di un compagno, il ritorno, il problema dei reduci, il rapporto tra padre e figlio, il rifiuto della guerra come soluzione dei problemi- IL CACCIATORE – di Michael Cimino: dopo gli orrori della guerra, il rifiuto della violenza pur nella affermazione di un patriottismo saldo e commovente-APOCALYPSE NOW – di Francis Ford Coppola: la guerra, in quanto pura follia, non può giustificare alcuna ideologia

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  16. marco (roma) says:

    Ci ho messo poche righe a decidere che avrei fatto il tifo per Sheldon Horowitz. Sì, il tifo, perché libri come UNO STRANO LUOGO PER MORIRE chiedono di schierarti. Io l’ho fatto alla fine della prima pagina, nonostante poi riconosca che il romanzo ha diverse pecche. Mette molta carne al fuoco e di conseguenza non la cuoce bene. Il personaggio di Sheldon parla di tutto – guerre, rapporto padre-figlio, le radici ebraiche, la Nuova Europa – e di conseguenza conclude poco; l’inconcludenza di Sheldon però a me è sembrata molto vicina a quella di Forrest Gump, e per questo mi ha conquistato. Semmai la domanda che mi sono fatto è se questa inconcludenza sia stata voluta o semplicemente la narrazione sia sfuggita di mano a Miller. Sarebbe una domanda interessante da fargli, ma temo che s’incazzerebbe.
    Piccola nota: a pagina 221 c’è una delle più belle definizioni del passaggio dall’analogico al digitale che abbia mai letto.

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  17. Gio - Milano says:

    Ho letto questo libro in balia del blocco del lettore; nonostante tutto l’ho finito. Mi è piaciuto molto.
    Bella l’ambientazione nei paesi del nord, sembrano sempre così lontani …. scritto bene, il personaggio
    principale Sheldon un portento. Me ne sono innamorata. Ero sdraiata con lui nel bosco e sentivo
    l’odore della terra come l’acre della pipì di Paul quando erano chiusi nell’armadio ecc…
    Mi è piaciuto molto il passare continuamente al passato, per spiegare il presente, un passato pesante
    invadente che non lascia tregua. Ho trovato diversi spunti di riflessione per i tanti temi toccati nel libro.
    Un libro che sicuramente consiglierò.

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  18. Marilena says:

    Concordo con alcuni dei commenti precedenti sulla eccessiva ricchezza di argomenti e sulla lunghezza di ricordi, sogni e allucinazioni, che interrompono il ritmo di quello che, comunque, viene presentato come un thriller. Ho trovato faticoso l’uso del tempo presente, non sempre ben raccordato con altri tempi nelle frasi immediatamente precedenti o successive e non condivido la scelta del traduttore di tradurre sempre in italiano anche espressioni ormai di uso comune (foglie al posto di “foliage” o mettere in italiano il titolo di un film distribuito anche in Italia con il titolo originale). Al di là di questi aspetti, per me, negativi, ho, invece, trovato interessante la costruzione del personaggio Sheldon, per il quale, alla fine, è difficile dire quale sia l’elemento maggiormente caratterizzante: il suo essere ebreo, con un rapporto conflittuale con Dio; il suo essere un marine, con l’importanza della formazione militare che lo accompagna sempre, fino alla fine dei suoi giorni. Credo però che prima e sopra tutto Sheldon sia un americano, con il mito della difesa del proprio paese e con un senso della giustizia che tollera (e approva) il farsi giustizia personalmente. Mi è piaciuto lo sfondo norvegese e i piccoli dettagli, spesso ricchi di humour, sui norvegesi.

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  19. Barbara Lacchini says:

    Non definirei “Uno strano luogo per morire” un thriller, né un giallo perché non ne ho riscontrato le caratteristiche. Trovo piuttosto che sia una storia con sfumature noir che vede al centro non tanto l’omicidio efferato e le relative conseguenze (indagini, fuga, ecc.), bensì la figura di Sheldon Horowitz, vedovo ultraottantenne, ebreo americano ma soprattutto ex marine, sradicato dall’amata New York dalla nipote Rhea e condotto in Norvegia dove lei vive col marito. La caratterizzazione del personaggio Sheldon, che mette decisamente in ombra tutti gli altri, è accurata e mi è piaciuto molto il modo con cui l’autore ci fa entrare nel mondo di quest’uomo, un universo popolato di fantasmi, rimorsi, rimpianti, dolori. Ho adorato il sarcasmo di Sheldon nei confronti del Paese d’adozione e le varie sfaccettature della sua personalità. Molti sono poi i temi che emergono durante la lettura e che invitano a riflettere. Davvero un bel romanzo, con diversi passaggi molto ben scritti.

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  20. nicoletta says:

    Questo romanzo è qualcosa di più di un noir e vi si trovano numerosi spunti di riflessione. Dopo gli attentati a Parigi, ad opera degli integralisti islamici, come posso non citare il brano: “i recenti flussi migratori dall’Africa, dall’Europa dell’est oltre che dai paesi islamici, avevano generato un nuovo tipo di tensione sociale in città e mancava ancora la maturità politica per affrontarlo. I progressisti sostenevano la tolleranza illimitata, i conservatori erano razzisti o xenofobi. Tutti discutevano da posizioni filosofiche mai una volta basate su fatti concreti, perciò nessuno offriva una risposta lucida all’unica vera domanda che tormentava la civiltà occidentale: fino a che punto si deve tollerare l’intolleranza?” . Ditemi voi se l’autore non ha colto nel segno?!
    E’ interessante l’esplorazione dei rapporti di guerra che, se e quando i protagonisti emigrano, dopo la fine ufficiale delle ostilità proseguono nel paese ospitante diventando, atti di criminalità di fronte ai quali la polizia sembra impotente (e questo credo sia il senso del ruolo mai da vera co-primaria della poliziotta incaricata delle indagini).
    L’unica critica che posso fare è sul finale che mi è parso un po’ debole.

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  21. Stefania, Padova says:

    un giallo che non è un giallo..tutta la storia del Novecento in pillole, una trama inesistente ed un protagonista inverosimile. non vorrei essere troppo dura con Miller….ma ha faticato molto a leggere questo libro e non è stato per il genere letterario che anzi apprezzo, ma per la scrittura singhiozzante, il panorama piatto e l’avventatezza di raccogliere in un romanzo un trattato di geopolitica da dare in pasto all’incauto lettore

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