Non siamo più noi stessi

Non siamo piu  noi stessi 09 BOZZA_esecutivo SnobNon siamo più noi stessi racconta la storia struggente di Eileen Tumulty, figlia di immigrati irlandesi del Queens, che da sempre sogna un futuro migliore, lontano dalla madre alcolista e dal padre operaio. Eileen sposa Ed Leary, uno scienziato serio e dai modi gentili che indaga gli effetti degli psicofarmaci sul cervello. Non le ci vuole molto per capire che Ed rinuncia volentieri a un lavoro meglio remunerato, a una casa più grande o a delle amicizie più stimolanti, per dedicarsi anima e corpo alla ricerca e all’insegnamento. Così, dopo la nascita del figlio Connell, Eileen decide che tocca a lei lottare per il benessere della famiglia. Risparmiando parte del suo salario da infermiera riesce ad aprire un mutuo per una casa a Bronxville, ma proprio quando finalmente il suo sogno sembra avverarsi, la famiglia viene messa a dura prova da un colpo del destino. Ed è qui che si aprono le pagine più straordinarie del romanzo di Matthew Thomas. Eileen Tumulty – come Oliver Kitteridge – è un personaggio che il lettore non dimenticherà mai.

Balzato subito ai primi posti della classifica dei bestseller del New York Times, il romanzo d’esordio di Matthew Thomas è un magnifico affresco che ripercorre la vita di una coppia alle prese, dapprima, con il Grande sogno americano e, poi, con una malattia crudele che sembra voler cancellare i loro anni felici.
Incensato dalla critica come uno dei libri più belli dell’anno, è una storia epica, coinvolgente e magnificamente scritta che, mettendo insieme una documentazione sterminata e una scrittura impeccabile, ci parla dei sogni, delle promesse mantenute e di quelle accantonate, e della lotta che ognuno deve compiere ogni giorno per dare un significato alla propria vita.

«Matthew Thomas, il nuovo Jonathan Franzen, ha impiegato dieci anni per scrivere Non siamo più noi stessi. Il risultato, però, vale l’attesa».
Guardian
«La mente è un mistero e così, il cuore. Con Non siamo più noi stessi Matthew Thomas ha scritto un capolavoro su entrambi. C’è tutto: come viviamo, come amiamo, come moriamo e come teniamo duro…».
Joshua Ferris
«Il devastante romanzo d’esordio di Matthew Thomas è una storia famigliare cruda, onesta e così intima che vi colpirà nel profondo».
The New York Times
«Un esordio magistrale».
Vanity Fair
«Un accattivante saga familiare. Forse la migliore dai tempi de Le correzioni».
Entertainment Weekly
«Evocando magistralmente la vita di una donna all’interno del contesto irlandese operaio, Thomas ci regala il ritratto definitivo delle dinamiche sociali del XX secolo americano. Un libro indimenticabile».
Publishers Weekly
Matthew Thomas è nato nel Bronx, a New York, e cresciuto nel Queens. Laureato alla University of Chicago, ha un Master of Arts in scrittura presso la Johns Hopkins University e un Master of Fine Arts presso la University of California, da cui è stato premiato con il Graduate Essay Award. Vive con la moglie e i figli in New Jersey.

Traduzione dall’inglese di Chiara Brovelli
Euro 19,00
640 pagine
EAN 9788854507715
I NARRARORI DELLE TAVOLE

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Non siamo più noi stessi, 8.4 out of 10 based on 8 ratings
  1. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    “Quando si saranno alleviate sempre più le schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche dell’uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l’amore non corrisposto, l’amicizia respinta o tradita, la mediocrità d’una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni: tutte le sciagure provocate dalla natura divina delle cose”.
    Così parlava la Yourcenar per bocca di Adriano.

    Il libro di Thomas ci parla proprio di questo: della ‘morte’, della ‘vecchiaia’, delle ‘malattie inguaribili’, della ‘mediocrità d’una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni’ e, attraverso questo ci/si interroga su cosa sia, a cosa si riduca infine, l’identità di ciascuno di noi.
    Siamo l”uno, nessuno e i centomila’, ma i centomila ‘noi’ non sono soltanto (pirandelliana memoria) negli altri, ma anche in noi stessi: quelli che rinascono ogni giorno, ogni minuto, dopo ogni esperienza, ogni colpo della vita, perchè mutano le nostre aspirazioni, le nostre priorità e noi siamo ciò in cui crediamo, ciò che desideriamo, ciò per cui lottiamo ‘hic et nunc’. ‘Il suo vero io’, dice Eileen, ‘non era nascosto in quel corpo in attesa di balzare fuori per godersi un giorno di libertà. Il suo vero io era quello, adesso’.
    I centomila noi sono anche quelli che appartengono alle esperienza altrui, quelle in cui il nostro ‘io’ è fagocitato, assorbito, svuotato da un altro ‘io’, su cui, come una ruota che gira, i riflettori della vita si puntano, dopo aver illuminato per brevi istanti anche la nostra.
    Questa consapevolezza, questa visione prospettica dell’identità individuale non emerge solo dal monologo di Eileen in cui il vivere di Ed, sul finire, si giustifica come pungolo per una vita migliore di ipotetici altri ( ‘Non doveva esserci per forza un piano divino perchè la vita avesse un significato. La vita degli altri migliorerà… La apprezzeranno di più’.) ma soprattutto, in Connel, in quella fulminante illuminazione del suo rapporto con l’allievo Peter (‘Connel fu sorpreso di vedere così all’improvviso, con un’acutezza penetrante, che non era più una sua esperienza. Si trovava in un’esperienza che stava vivendo Peter. E non aveva nemmeno visto arrivare quell’usurpatore’), così come in quella relativa al padre ( ‘Era lui la proprietà di suo padre. E adesso stava attraversando un momento di crisi’).
    Mi ha ricordato ( per citare un altro dei libri letti col BookClub), “L’illusione della separatezza”, nell’idea delle osmosi di relazioni ed esperienze, un’idea che nel libro di Thomas (diversamente dalla sensazione avuta dal libro di Van Booy) non è nè embrionale, nè pretestuosa, ma matura e consapevole. Perchè si piange non solo la morte altrui, ma anche la consapevolezza dell’ineluttabilità della propria morte. Tutti siamo le grosse pietre, viste da Eileen nella Death Valley, che ‘si lasciavano dietro una lunga scia, senza mai fermarsi, sfidando ogni spiegazione’: forse, varrebbe la pena fermarsi così come la maturazione di Eileen sul movimento distrattivo sembra suggerire (‘La gente si muove. È la vita’, dice Eileen, all’inizio del romanzo a Ed. ‘La gente si muove troppo, in questo paese’, medita nelle ultime pagine del romanzo).

    Alcuni aspetti/scelte del romanzo di Matthew Thomas non ho gradito/condiviso.

    Il primo aspetto è l’estrema parcellizzazione della narrazione, specie nella prima metà del libro che si presenta come un susseguirsi di micro-racconti, pregevoli, di qualità, ma di fatto slegati gli uni dagli altri, in cui l’autore difetta consapevolmente di focalizzazione. Trovo molto calzante una frase del libro stesso: ‘tanti frammenti sparpagliati che adesso venivano attirati dalle estremità di un’enorme calamita’. Ecco, direi che per le prime 300 pagine, nel romanzo, ci sono molti ‘frammenti’ e nessuna ‘calamita’. Nella seconda metà, la situazione si riequilibra (meno frammenti e calamita ben individuata), ma la resistenza del lettore può essere stata messa a dura prova da quelle prime (prime???) 300 pagine in sordina.

    Il personaggio di Eileen, pur non scadendo nello stereotipo (l’autore la caratterizza troppo per scivolare in quella trappola), è, a parer mio, troppo ‘simbolo’ di quel capitalismo/materialismo che Thomas piccona per tutto il libro, offrendo al lettore il modello alternativo di Ed, quell’uomo nella cui ‘imperfezione’ v’era ‘qualcosa di perfetto’, ‘un po’ troppo rigido di fronte alla decadenza del mondo’, ‘eccessivamente vigile sugli effetti del capitalismo’.
    Le contraddizioni di Eileen, i suoi ripensamenti, il senso di inappagamento e delusione anche (e soprattutto) quando ottiene ciò che desidera, la sua ambizione che in alcuni punti sconfina nel grottesco (come nella riflessione sulla malattia di Ed: ‘orgogliosa all’idea che non avrebbe avuto a che fare con un surrogato, ma con la più aristocratica delle malattie cerebrali’) non me l’hanno resa cara. Sotto molti aspetti, l’ho trovata troppo simbolo di quel modo di vivere e pensare americano, che oltre certi limiti ha innescato e innesca piaghe sociali. Una demonizzazione della materialità che condivido solo in parte: desiderare una casa propria, condividere con chi si ama un viaggio, degli obiettivi, la bellezza in tutte le forme a cui l’umanità ha saputo dar voce, non ci rende per ciò stesso schiavi di un edonismo fine a se stesso. Se ne può godere pur nella consapevolezza della sua mancanza di valore assoluto.

    Ultimo punto dolente. L’angoscia evocata da Thomas è veramente difficile da digerire. Non tanto per l’argomento trattato quanto per la scelta di prospettiva: per 600 pagine Thomas si concentra, quasi esclusivamente, sulle perdite, sul dolore, su episodi rivelatori delle frustrazioni, delle delusioni e delle disillusioni della vita. Ci descrive soltanto (o almeno, è ciò che io ho percepito) una faccia della medaglia, quella che dalla vita esclude speranze e gioie. Il mutamento deciso di rotta nel finale confonde più che consolare. Di quello che Ed ricorda a Connel nella lettera/testamento spirituale, il lettore non ha condiviso nulla perchè l’autore ha scelto di non raccontarlo. ‘Desidero che tu viva la tua vita, e che te la goda. Non voglio che tu sia frenato da quello che è successo a me’, scrive Ed a Connel.
    Tuttavia, a me non è bastata quell’ultima lettera, per perdonare all’autore quel senso di greve ineluttabilità, di sconforto e amarezza di cui il romanzo è pregno.

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  2. ida poletto says:

    …sono a metà libro…mi vengono in mente due riferimenti : Still Alice il film che ha fatto vincere il Golden Globe alla Moore e Manuale di danza del Sonnambulo libro Neri pozza di M. Jacob…quest’attenzione sempre più precisa e dolorosa del mondo moderno verso la malattia e verso un certo tipo di malattia è significativo di questa società performante ed esibizionista…il romanzo di Mira Jacob mi è venuto in mente per la ponderosità della storia, per questo ruolo di un padre scienziato e in fase regressiva, perché si parla di minoranze , perché la famiglia piccola o enorme è il nucleo forte e intangibile e resta un piccolo grande mondo di relazioni affettive e sentimentali su cui pescare ruoli e posizioni mai abbastanza definiti…in realtà devo finire di leggerlo prima di andare oltre guidata da suggestioni non meditate né sedimentate, onestamente però, tranne che per la malattia del genitore , ma nelle Correzioni era Parkinson, non ho trovato particolari affinità con Franzen…

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  3. ida poletto says:

    …ste stelline non vengono mai bene …non riesco mai a correggere o a fissarne il numero giusto!.

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  4. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti – Torino n. Roma
    Certamente il commento è un po’ lungo, ma si legge bene, senza stancare. E’ una storia che dura 101 capitoli, divisi in 6 parti, ognuna delle quali analizzata singolarmente. Ogni parte racconta un periodo e la storia abbraccia un arco di mezzo secolo, ed in mezzo secolo sono tante le cose che accadono alle persone e alle famiglie. Tante le persone che si incontrano e che entrano nella tua vita, magari lasciando anche un segno importante. Credo di aver fatto bene ad affrontare singolarmente le 6 parti, come fosse ognuna una storia a sé. Questo facilita l’approccio al libro a tutti, soprattutto ai lettori più frettolosi.
    Credo sia un buon lavoro, con una tecnica personale nel commentare, raccontando. Una storia nella storia, con le considerazioni finali, la mia finestra sul lavoro.
    Non ho arguito notizie sull’autore .
    Ambiente NY 1951-1982 parte prima
    Scritto in 3° persona da un narratore.
    Nell’incipit : in una giornata trascorsa a pesca , un bambino che tortura una rana ed il padre, vanno via con l’auto.
    E’ la storia di una famiglia irlandese di modeste condizioni che si trasferisce negli Stati Uniti .( prima parte ) .
    La famiglia composta da padre, madre ed Eileen vive in una casa a cui hanno affittato una stanza a Mr. Kehoe , suonatore di clarinetto. Uomo dolce e generoso con Eileen .
    A 13 anni Eileen comincia a lavorare e a fantasticare sui soldi che ha iniziato a guadagnare .
    E’ come la favola della bambina che deve vendere le uova al mercato. Una credenza popolare che ha radici ed attinenze anche nella cultura irlandese.
    Si ritrova più avanti quando fantastica ancora sui lavori di ristrutturazione della casa.
    I suoi desideri: voleva trovare un uomo che somigliasse al padre, ma che non si fosse costruito una corazza così dura intorno; un uomo che fosse stato messo alla prova dal destino , ma che avesse conservato un pizzico d’innocenza in più. Un uomo capace di sollevarsi al di sopra dei torti e delle ingiustizie che la vita gli aveva messo davanti . Un uomo capace di fiorire meravigliosamente anche solo per lei.
    Eileen guardando la madre ed i suoi amici , un giorno che li accompagnò in auto ad un incontro in chiesa pensò che certi tipi di infelicità erano senza rimedio .
    Nella seconda parte Eileen ha circa 35 anni . I genitori sono morti entrambi per un cancro .
    Ha dei dubbi sull’acquisto della casa dove vivono in affitto da Angelo Orlando . La famiglia di Angel è composta da Lena, la moglie dai figli Gary il maggiore, Donny , Brenda e Sharon la figlia di Brenda. In questa casa in cui vive molto spesso sola , un giorno Connell rischia di morire senza che lei abbia effettuato la manovra anti soffocamento il 23 ottobre 1986.
    Parte terza . Ed compie 50 anni e vuole rallentare il suo ritmo di lavoro.
    Lo scrittore non ci riferisce il risultato della partita di baseball che Ed promette sarà un successo per la squadra dei Mets.
    Alla sua festa per il compleanno organizzata a sorpresa dalla moglie, lui è spaesato e si isola rifuggendo dai suoi stessi parenti.
    Connell è vessato dai bulli a scuola .
    Assiste anche alla lezione universitaria del padre che davanti agli studenti non riesce a mantenere la concentrazione interrompendo i lavori nello stupore generale.
    Nel giorno del ringraziamento Ed si presenta in giacca con una camicia che presenta solo il lato anteriore e che esibisce all’insistenza dei presenti. Il figlio lo osserva stupito.
    Ed non riesce ad afferrare la pallina che gli capita durante una partita lasciando profondamente deluso il figlio.
    E’ molto poetico il capitolo 20 in cui la madre ed il figlio osservano le stelle e la loro grandiosità .
    Ed si congratula con il nuovo parroco del Bangladesh sotto gli occhi stupiti della moglie.
    E’ sempre più deciso a non voler cambiare la sua casa e le sue abitudini nonostante la moglie tenti di convincerlo e comincia a prendere appuntamenti con agenti immobiliari a cui si reca da sola.
    Ed comincia anche ad essere irascibile e aggressivo come quando se la prende con il figlio trattenuto dopo una partita dall’allenatore.
    Eileen ha uno scontro sul marciapiede con un ragazzo, ma che si scusa per averla urtata.
    Eileen decide di effettuare un ulteriore appuntamento per la visione di una casa , di lusso, con il figlio. Ha molte esigenze e, al momento , forse per l’incertezza della decisione , non esprime mai in modo palese agli immobiliaristi il suo limite di spesa. Ma la nuova casa ha parecchi lavori di ripristino comprensivi del tetto.
    Ed utilizza un lenzuolo per coprire degli oggetti del garage, senza saperne la ragione . Sarà la moglie a sostituirlo con uno vecchio che non utilizzano.
    Ed è sempre più nervoso e trascorre sempre più tempo sul divano. Non riesce a calcolare le medie degli studenti e sarà la moglie a dargli una mano. Come avverrà anche successivamente la moglie scriverà insieme a lui sul registro scolastico . Per lui è diventato un gesto compulsivo e quasi ossessivo e , a letto , stremato, scoppia in pianto. La moglie lo consola come un bambino.
    Entrano in terapia intensiva un gruppo di ragazzi proprio quando in ospedale si attende la visita degli ispettori che dovranno fornire la certificazione di conformità .
    Per farsi accettare dal gruppo , Connell effettua degli scherzi telefonici ma ne è profondamente turbato , come quando rompe una vetrina ad un negoziante di bibite e figurine. Per la sua mole piuttosto importante viene continuamente vessato .
    I suoi compagni gradassi sono Shane , Pete, Gustavo, Farshid, Kevin
    Stupisce che Ed , così parsimonioso , spenda in fumetti quasi 250 dollari. Tutti questi episodi piuttosto singolari sono descritti con frasi brevi ma significative . La vita dei personaggi è semplice , potrebbe essere un romanzo di vita comune per chi vive in un quartiere sempre più frequentato da stranieri o meglio stranieri che si sostituiscono a stranieri di altri paesi .
    Ed cambia idea sul trasloco divenendo favorevole.
    Ha anche momenti di aggressività quando getta le pesche in terra o il cibo che Eileen ha appena acquistato al supermercato.
    Il lettore acquista la consapevolezza che il marito ha bisogno di un aiuto, ma non per Eileen che, ad agosto effettua il trasloco.
    Si avverte una sensazione, quasi un presentimento che per i lavori di ripristino della casa, quali l’impianto elettrico , idraulico e soprattutto il tetto,i problemi siano solo all’inizio.
    Parte 4° 1991-1995
    Rod compagno al liceo, altissimo , non eccelle nello sport ma “ se ne andava in giro con quell’espressione che innervosiva le persone , che la indiceva a desiderar di farla sparire, in qualche modo”.
    Le frasi sono più lunghe e il romanzo pare concentrare l’attenzione sul personaggio di Connell.
    Deelare è un altro compagno che gli da consigli su come vestirsi e come comportarsi.
    Lo definisce Nerd . Ma chi è un Nerd? Pare sia un secchione con accezione negativa e con tendenza ad essere solitario.
    In un altro episodio viene portato in centrale di polizia perché ubriaco e subisce un forte richiamo dai genitori , in particolare dalla madre. Il giudice gli assegna un lavoro presso i servizi sociali di 30 ore.
    E’ anche bello l’esercizio di meditazione e di autostima che Ed effettua per il figlio, quando vede esposte tante targhe di atleti.
    Eileen e Ed sono invitati alla cena di Ruth e Frank (cap 39) ma non tutto va come da aspettative .
    Eileen comincia a lasciare post it al marito che comunque continua a lavorare sodo . Ricordava quella scena con una lucidità stranamente intensificata, quasi fosse un’installazione in un museo dedicato alla preservazione dei dettagli inutili della sua vecchia vita . Ci giro’ intorno mentalmente , studiandola da ogni angolatura, cercando di capire perché quell’immagine irritante non si fosse ritirata nell’etere del passato
    Ed si sottopone alla visita in cui emergono gli stati confusionali e gli viene diagnosticata la malattia.
    Nell’educazione del figlio, lei è più pragmatica , Ed invece gli lascia più libertà”Lasciagli fare quello che vuole .Lascia che abbia un po’ di felicità . E un po’ di innocenza, finchè è ancora in tempo.”
    Il consiglio del medico “Non mi fa piacere dirvi una cosa del genere, ma da oggi in poi sarebbe meglio per voi considerare ogni giorno come il più bello del resto della vostra vita . Se fossi in voi cercherei di trarre il meglio da ogni giornata, finchè potete”.
    Acquista una pelliccia , la carta di credito eroga ancora denaro ma ben presto si troverà ad affrontare la realtà, senza sussidi e soldi, che aveva progettato di guadagnare se il marito fosse rimasto al lavoro. L’amico commercialista , Bruce , le suggerisce persino di divorziare da Ed per poter mantenere i suoi risparmi.
    Connell ha una relazione con Regina .
    Eileen va a trovare Virginia che rivede dopo 30 anni , ma quando si trova davanti a lei, che non la riconosce, se ne va senza dire una parola .
    Nel cap. 53 Connell parla a padre di un compito, sull’eutanasia in cui traspare la crudezza del figlio, che ho trovato sottilmente crudele.
    Stan, il preside della facoltà di Ed, chiama Eileen e le chiede spiegazioni sul suo strano comportamento, ma da cui non troverà sostegno.
    Intanto Connell diventa più grande e Ed lo porta in autostrada per fare pratica di guida .
    Anche il pranzo per Ed diventa un problema , la moglie deve lasciargli dal mattino, un panino e un piatto da scaldare nel microonde , anche si tratti di carne. Perfino le cose scontate, diventano di difficile realizzazione per Ed .
    E’ la fine della loro auto, la Caprice .
    Muore la madre di Ed .
    Anche nei piccoli gesti quali radersi ,lo scrittore con minuzia di particolari, illustra una sequenza che appare ovvia.
    Il figlio decide di andare a studiare in un college lontano da casa con grandi sacrifici economici da parte della madre che è costretta ad ipotecare la casa .
    A p.497 si fa riferimento a Raskolnikov,il protagonista di Delitto e castigo.
    L’arte e la bellezza pare abbiano un effetto positivo e di consapevolezza su Ed come quando il figlio lo “porta” al Metropolitan Museum.
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    Parte 5° anno 1996
    Berthany ex collega di Eileen probabilmente essendo venuta a conoscenza delle sue condizioni economiche e del quartiere in cui vive , la contatta e la introduce in un ambiente di sedute spiritiche con l’ausilio della medium Rachelle per sottrarle del denaro. Il figlio durante l’ascolto di una conversazione telefonica, la segue e con l’aiuto di Sergej, la riportano a casa.
    Il morbo rendeva Ed delirante, pericoloso e inconsolabile .
    Bella la descrizione del massaggio dei piedi stanchi che Connell effettua alla madre p-534.
    La difficoltà di gestire Ed malato da parte di Connell.E’ comunque un ragazzo.
    Nella vita di Eileen entra Sergej che dapprima con lavori per la casa, per fare compagnia ad Ed, e poi con i lavori di ristrutturazione , raggiunge sempre più confidenza con la donna fino a trascorrere una notte con lei. Ma è lei, infine, che non vuole che se ne vada .
    Connell si reca dal suo ex insegnante che si rammarica per non aver continuato con la carriera sportiva e gli procura un lavoro estivo presso un residence in cui bisogna presiedere una portineria e gestire le pulizie e altri incarichi.
    Mr Marku e la caduta di Camus ( consiglio di lettura).
    Attraverso spese folli , Eileen riesce a far ricoverare Ed , pericoloso per sè e per gli altri.
    “Mamma era stranamente taciturna , mentre lui continuo’ a chiacchierare fino a quando il motore del suo soliloquio non cominciò a perdere colpi , e a quel punto presero a guardare le foglie che venivano sollevate dal vento e che turbinavano attraverso il prato”.
    parte 6° 1997-2000
    Terminati gli studi non va alla ricerca di un lavoro ma torna nuovamente da Mr Marku che, generosamente, gli offre un’altra opportunità.
    Eileen è ebrea e sola, per il figlio lontano da casa.
    Vuole rivivere le emozioni passate nella vecchia casa in cui abitava con Ed . Si reca a quella porta e scopre la convivialità dei suoi abitanti indiani che la invitano a pranzo in cui si fa rivivere il passato , allora nei sapori sconosciuti si celava un ricordo diverso : il ricordo delle possibilità future. . Stava creando un nuovo pezzetto di memoria .
    Nell’epilogo siamo nel 2011.
    Nonostante la delusione per Connell che interrompe gli studi e della sua menzogna , diventerà insegnante come suo padre .
    La lettera che Connell ha ricevuto in eredità, mi ha fatto ricordare quella stupefacente del greco Kriton Athanasulis; c’è un’esortazione ad affrontare sempre la vita, soprattutto nei momenti difficili.
    Che dal ricordo per l’amore per il padre e dalla sua voce possa attingere la sua forza e determinazione . Per poter valere più che essere.
    Ma durante la lezione sulla metamorfosi di Kafka , e mai tale attinenza poteva considerarsi più confacente, acquisisce la consapevolezza di segnali della stessa malattia del padre p. 727. Ha 34 anni.
    Non vuole però rinunciare alla vita , ma anzi viverla per cercare di vedere le bellezze e le storie e poter insegnare a suo figlio tutto questo
    E’ un inno alla vita.
    Personaggi
    Eileen Tumulty nata nel 1941 . Le vicende che la riguardano iniziano nel 1951 quando a 10 anni quando frequentando solo la 4° elementare assume già un ruolo da adulta , sicuramente più dei suoi genitori .
    La madre Bridgie dipendente alla Bulova ma che cambierà varie occupazioni Ha subito un aborto con conseguente isterectomia e dopo 8 mesi di ospedale trova un lavoro come commessa in una pasticceria della 42°che raggiunge in treno. . Anche lei comincia ad ubriacarsi estraniandosi completamente dalla realtà . Successivamente lavora facendo le pulizie in una scuola elementare .
    Danny , il cugino della madre.
    Il padre Mike detto Big Mike per la statura di origini da famiglia numerosa . La madre aveva 13 fratelli, il padre 12. E’ barista al Doherty e spesso irascibile , trascura la famiglia, burbero, intrattabile come quando caccia l’inquilino dopo 10 anni . E’ sempre ubriaco e giocatore. Poi anche autista .
    Tom l’amico di Mike e fedifrago
    Mr. Kehoe l’affittuario della stanza
    Suor Mary Alice .
    Billy di un anno più piccolo di Eileen con una chioma di riccioli biondi così robusti che ci si sarebbe potuti appendere . E’ autista a Staten Island
    Virginia Towers ex allieva incontrata nel negozio di abbigliamento.
    Ed Leary ragazzo irlandese presentato ad Eileen da un’amica e che diventerà suo marito. Grande lavoratore ,o meglio, vedeva solo il lavoro: come se le necessità del corpo fossero seccature, e le esigenze dell’anima illusioni. Da una ditta di vernici, ad uno zuccherificio fino a conseguire una laurea e diventare un ricercatore e professore universitario.
    Cora. e Hugh, alcolista, genitori di Ed .
    Phil fratello di Ed
    Fiona sorella di Ed
    Connell figlio di Ed e Eileen.
    Gloria agente immobiliare
    Benny Erazo e Josè suo fratello con cui Connell ha una conoscenza scolastica,che lo vessa.

    Temi :
    immigrazione , la tristezza della madre per la vita matrimoniale “ non innamorarti” dice alla figlia ne rimedieresti solo un cuore a pezzi. L’alcolismo e la lezione, come un deterrente ,che il padre fornisce alla figlia per darle la consapevolezza della nausea. La religione che ha un’ impronta determinante per i cattolici del nord e per i protestanti del resto dell’Irlanda. L’immigrazione. “ Sapeva che i cambiamenti potevano essere considerati una parte di ciò che rendeva grande la città, un’immagine di quello che sarebbe venuto, il ciclo necessario dell’immigrazione ; ma solo se non eri tu a dover traslocare . o se avevi la disposizione di spirito di un santo”. Baseball. Musica .La cattiveria della società che si approfitta di un uomo malato per rubargli gli attrezzi di lavoro o il denaro della spesa del supermercato.
    La sincerità di Eileen con i parenti e con gli amici nel metterli a conoscenza del marito e soprattutto il suo coraggio,la sua calma e la sua pazienza nell’affrontare tutte le situazioni nuove a cui nessuno è preparato.
    Ho trovato che ci sia molta disinvoltura nel fare guidare un’auto ad un ragazzo inesperto sia in autostrada che con la neve in situazioni di non emergenza Non si ravvisava una necessità per il neofita, anche se era il 31 dicembre, negli Stati Uniti , la patente di guida per l’automobile viene rilasciata a 16 anni .
    I parenti di Ed hanno lasciato sola la donna con il suo problema.
    Letteratura modernista.
    La televisione sempre presente sia di giorno che di notte.
    Nazismo raccontato da Connell , visto dai giovani di oggi, in un connubio tra il passato da ricordare e da condannare sempre,e la modernità delle nuove costruzioni e della rinascita . Vive in Germania ed anche il compagno di stanza di Ed , è di Berlino.
    Commento
    In un attimo si rompe il filo della collana e tutte le perle cadono per terra.
    Tutti gli episodi seguono un ordine cronologico permettendo al lettore di non dover effettuare “balzelli “ nel tempo .
    Apprezzo i periodi brevi utilizzati dallo scrittore.
    E’ la storia della vita di Eileen ma anche di tre generazioni a confronto e dei loro cambiamenti sociali. I genitori di Eileen , la sua vita con Ed e quella di Connell
    Credo sia stato raccontato in modo delicato e, attraverso il racconto di tutti questi episodi, lasci al lettore lo spazio e la meditazione di condividere alcune considerazioni .
    Non si riscontrano situazioni patetiche o grottesche , ma situazioni reali.

    Lo racconta al cinema la toccante storia di Alice , una Julianne Moore da Oscar. Il film parla di un problema reale : nel 10% dei casi di questa patologia colpisce da giovani.
    Soprattutto le donne.

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  5. Silvia Milano says:

    Mi mancano una quarantina di pagine alla fine. Quanto dolore…faccio davvero fatica a leggere certi passaggi…

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  6. francesco says:

    Book Club di Roma
    Ho letto un romanzo complesso, ben scritto e molto bene organizzato. Mi è piaciuta la divisione del lavoro in capitoli temporali e la frammentazione di questi in racconti che mi hanno dato forte la sensazione del tempo che stava passando consentendo l’inserimento di volta in volta di personaggi che erano spesso funzione di quel singolo periodo temporale senza che si creasse confusione.
    la storia è quella di una donna e della sua famiglia. una donna forte e consapevole del fatto che non vuole essere come la madre e desidera un uomo che non sia come il padre. Una donna che ha chiaro il senso della crescita economica e sociale in un’America in pieno sviluppo, ma che accetta le ragioni del marito fedele più alle sue origini e ai suoi ideali che all’ambizione professionale. Una donna che gestisce la malattia del coniuge con abnegazione e tanto amore avendo sicuramnte dei cedimenti , ma tenendo alto il decoro della famiglia intera.

    Io però credo che all’interno di “Non siamo più noi stessi” ci sia una altro piccoli libro di non più di 10 pagine: le prime due e le ultime 7/8. Si tratta di un libro intenso sul rapporto tra un padre ed un figlio, sull’importanza dell’amore paterno e della presenza non solo fisica, sull’insegnamento dell’etica del lavoro, sulla dignità mantenuta alta in momenti difficilissimi, sul piacere di stare con il proprio figlio anche solo per fare due tiri, sull’importanza delle regole .
    Questi valori seminati in 35 anni di vita germogliano e danno struttura morale quando il figlio diviene uomo, quando si trova di fronte a delle decisioni fondamentali come la vita di coppia e la procreazione e consentono di scacciare le paure e le ansie che la vita ha posto sulla strada di Connel. E’ la vera erdità di Ed.
    Folgorante!

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  7. Benedetta (Roma) says:

    E’ stata una lettura sorprendentemente veloce, visto il numero di pagine. E questo dovrebbe già voler dire qualcosa.
    Un romanzo ben scritto e ben pensato. Se escludo le prime pagine in cui ho faticato un po’ per trovare il ritmo, non ho avuto l’impressione che ci fossero forzature, pur passando dalla storia di un gruppo di irlandesi in America ai problemi del sistema sanitario americano, alle difficoltà strettamente economiche che una malattia comporta, al rapporto geitori-figli.
    È la storia di Eileen, di tutta la sua vita. Della sua famiglia di origine, di quella che costruisce con il marito Ed, e un po’anche di quella che costruirà il figlio Connell . C’è la determinazione che mette nell’inseguire il sogno americano, nella delusione di non vederlo del tutto realizzato. C’è la forza di una donna che non sempre è l’eroina del romanzo, non sempre suscita comprensione e affetto in chi la legge, ma che tutto sommato è coerente, determinata, coraggiosa. Eileen è un personaggio vero, perché si, ha molti pregi, ma ha anche tanti tantissimi difetti.
    E poi c’è la storia di una famiglia che deve, come tantissime famiglie, affrontare una malattia incurabile.
    La purezza di alcune pagine, soprattutto di quelle in cui la malattia di Ed è ormai manifesta, quelle in cui lui ed Eileen comunicano la diagnosi agli amici, al figlio, secondo me valgono il libro. La delicatezza nella drammaticità di queste pagine è commovente.
    L’autore non calca la mano sulla disgrazia che investe questa famiglia, e scrive un romanzo onesto, raccontando di come Eileen e Connell vivono la malattia di Ed senza l’ipocrisia di omettere il fastidio, l’irritazione, l’esasperazione e la rabbia che umanamente provano le persone anche davanti ai loro cari malati.
    Una bellissima scoperta

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  8. Per molte pagine ho giudicato questo lungo romanzo una buona storia di “ordinaria” immigrazione. Un gruppo numeroso di irlandesi, tra i quali spicca la figura autorevole di padre di Eileen, la protagonista, cerca di realizzare, lavorando sodo, un modesto sogno americano.
    Lei, capace e determinata, riesce ad andare oltre. Diventa infermiera, sposa Ed, un conterraneo bello e intelligente, ha un figlio, Connell; e poiché suo marito, tutto preso dalla ricerca e dall’insegnamento universitario, poco s’interessa all’ascesa socio- economica, fa tutto da sola, o quasi, per collocare la famiglia in un ambiente migliore.
    Dopo un avvio un po’ discontinuo, l’autore riesce a “nobilitare” una trama (fin qui tutto sommato prevedibile) grazie all’accurata caratterizzazione dei personaggi e alla convincente analisi dei loro rapporti. Il marito anticonformista, il figlio problematico e soprattutto Eileen – fallibile, tesa al risultato e sempre insoddisfatta- destano l’interesse del lettore.
    A metà romanzo lo scenario cambia, quasi a sorpresa. La malattia di Ed, preceduta da alcune avvisaglie, diventa protagonista della narrazione; descritta e analizzata nei particolari, occupa uno spazio forse eccessivamente dilatato..
    Suscita peraltro forte empatia, induce a riflettere sui grandi temi della solidarietà familiare, della sofferenza e della morte. In certo senso mette alla prova il lettore, obbligato a interrogarsi sulla propria capacità di affrontare dignitosamente una situazione così critica. L’autore lo fa senza retorica, grazie a una cifra espressiva pulita e quasi scarna che merita apprezzamento.

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  9. barbara (Roma) says:

    Non è Franzen o, quanto meno, non mi ha ricordato “Le correzioni”. E comunque, il commento del Guardian sulla copertina (o sulle odiose fascette) non mi avrebbe spinto ad acquistare il libro.
    “Non siamo più noi stessi” complessivamente non mi è dispiaciuto. Pur comprendendone il senso, ho trovato eccessivamente lunga la prima parte: la personalità di Eileen, i suoi atteggiamenti, la sua fredda determinazione non potevano spuntar fuori dal nulla. Ciononostante, credo che qualche taglio avrebbe giovato alla fluidità della storia.
    Ho apprezzato il tema, la concretezza del racconto e l’assenza dei toni drammatici. In molte pagine ho ritrovato le osservazioni e le paure di una cara amica con la madre affetta da Alzheimer.
    Io ed Eileen non ci siamo piaciute, zero empatia. Ma anche questo, credo, fosse nelle intenzioni di Thomas. Suppongo che il suo obiettivo fosse quello di fotografare i mutamenti che una malattia porta nella quotidianità di una famiglia qualsiasi, senza edulcorare la realtà e penso abbia raggiunto lo scopo.

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  10. marilena says:

    E\\\’ un libro complesso. Al desiderio di Eileen di riscattarsi da una vita segnata dalle difficoltà, e la soddisfazione per essere riuscita ad ottenere il giusto riconoscimento sociale con un buon lavoro, un marito e un figlio fa da contraltare la scoperta della malattia del marito.I personaggi mi sembrano ben costruiti, nel senso che Eileen è una donna solida, abituata a fare i conti con tutto e tutti e questa sua solidità emerge da ogni pagina in cui si parla di lei. Connell, il figlio, è sfuggente come i ragazzi che non vogliono rassegnarsi alle aspettative dei genitori e risulta, per me, molto simpatico e vitale. Nessun paragone con Franzen. E\\\’ un libro diverso per tematiche trattate e stile, a parte il fatto che entrambi parlano di famiglie.La prima pagina è ispirata a una prosa lirica incantevole. Mi ha catturato.Alcuni punti fanno riferimento ad episodi non necessri alla trattazione, come ad esempio l\\\’episodio dell\\\’incontro in aereo con la ragazza. Visto che questo episodio non ha alcun seguito mi ha lasciato perplessa.Comunque mi è piaciuto davvero. Molto forte le scene in cui Connell deve pulire lo sporco del padre.Ho trovato molto intenso anche il suo scrupolo emotivo nel voler vivere altrove per il college e la paura di restare a casa intrappolato con un padre diverso da quello che era abituato ad amare.

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  11. marilena says:

    E’ un libro complesso. Al desiderio di Eileen di riscattarsi da una vita segnata dalle difficoltà, e la soddisfazione per essere riuscita ad ottenere il giusto riconoscimento sociale con un buon lavoro, un marito e un figlio fa da contraltare la scoperta della malattia del marito.I personaggi mi sembrano ben costruiti, nel senso che Eileen è una donna solida, abituata a fare i conti con tutto e tutti e questa sua solidità emerge da ogni pagina in cui si parla di lei. Connell, il figlio, è sfuggente come i ragazzi che non vogliono rassegnarsi alle aspettative dei genitori e risulta, per me, molto simpatico e vitale. Nessun paragone con Franzen. E\\\’ un libro diverso per tematiche trattate e stile, a parte il fatto che entrambi parlano di famiglie.La prima pagina è ispirata a una prosa lirica incantevole. Mi ha catturato.Alcuni punti fanno riferimento ad episodi non necessri alla trattazione, come ad esempio l\\\’episodio dell\\\’incontro in aereo con la ragazza. Visto che questo episodio non ha alcun seguito mi ha lasciato perplessa.Comunque mi è piaciuto davvero. Molto forte le scene in cui Connell deve pulire lo sporco del padre.Ho trovato molto intenso anche il suo scrupolo emotivo nel voler vivere altrove per il college e la paura di restare a casa intrappolato con un padre diverso da quello che era abituato ad amare.

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  12. marilena says:

    Volevo mettere almeno tre stelline.

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  13. Anna Maria (Roma) says:

    L’incipit è tra i più belli mai letti, meraviglioso! Un romanzo non-dimenticabile, completo e coinvolgente che affronta aspetti dolorosi della vita senza pietismi o pretestuosi buonismi.
    La scrittura fluida e senza orpelli ci accompagna nell’intimità e nella dignità di una storia importante dove una famiglia (madre/moglie, padre/marito e figlio) si confronta con le origini ed i sogni affrontando le reciproche resistenze, i cedimenti, le variabili di vita e di relazione nonchè la malattia.
    Sino a pagina 417, quando si abbracciano tre forze/debolezze, la storia si snoda, con la lentezza che merita e la minuzia così essenziale per Ed, nell’analisi dettagliata e delicata di tre vite che ambiscono a percepirsi protagonisti nel proprio ambito. Quell’abbraccio è simbolico e dà vita ad un nuovo corso individuale e familiare dove, con tempi diversi di maturazione dovuti all’età ed al ruolo, si giunge ad una presa di coscienza grazie (o per colpa) alla dolorosa complcità di una malattia che non ha memoria, ma che si fa strumento di memoria collettiva. Ognuno sarà segnato e non sarà più lo stesso e formerà un nuovo “noi”.
    Impossibile non pensare all’importanza di un sistema sanitario che sappia supportare la fragilità del paziente e delle famiglie, impossibile non fantasticare su quali saranno le difficoltà della propria vecchiaia … Spero che questo romanzo bellissimo venga accolto come merita, perchè è un importante contributo alla consapevolezza della propria e altrui fragilità.

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  14. Benedetta (Milano) says:

    “Pretendi tanto dalla tua vita, ed essa ti accontenterà, ma ci sono cose che non ti darà: la vittoria di oggi per esempio. Oggi ci sarà una sconfitta, in futuro ne seguiranno altre. Ma ci saranno anche vittorie. Non sei qui per contare successi e insuccessi. Sei qui per amare ed essere amato. Sei amato anche quando tieni la testa bassa. Sei amato anche quando non arrivi al traguardo.”

    Io la somiglianza con Franzen l’ho sentita eccome, in questo romanzo complesso e, come ha scritto qualcuno prima, “non-dimenticabile”. L’ho sentita nel racconto di valori americani, in un contesto completamente americano, in una famiglia completamente americana, scritto in uno stile asciutto tipicamente americano. L’ho sentita nell’antipatia istintiva che mi ha provocato la protagonista per quasi tutto il romanzo (quell’arrivismo, quel cercare di far andare le cose come vuole lei, quella sua perenne insoddisfazione, quell’attaccamento ai beni materiali, e soprattutto quell’incapacità di stringersi in un abbraccio con i suoi cari nella sua tanto preziosa cucina), e nonostante questo, la forte curiosità di arrivare in fondo.
    Magistrale il modo in cui viene raccontata la malattia, senza buonismo e ipocrisia, nel suo sviluppo oggettivo e contemporaneamente nel modo in cui viene assorbita e affrontata dai personaggi, che sono tutti profondamente umani.
    Nonostante la protagonista sia Eileen, il vero fulcro della storia è il meraviglioso rapporto padre-figlio, consci dei propri limiti e delle proprie fragilità e stretti in un legame che va al di là delle aspettative e dei conformismi.
    L’ho già suggerito a due persone, e credo sia un romanzo con un’ottima possibilità di successo.

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  15. admin01 says:

    Livia Manera recensisce Non siamo più noi stessi di Matthew Thomas sul Corriere della Sera.
    potete leggere qui la recensione: https://www.facebook.com/NeriPozza/posts/839410942806642:0

    https://www.facebook.com/NeriPozza

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  16. Silvio Campus says:

    A prima vista (e durante la lettura delle prime duecento pagine) il romanzo di Matthew Thomas può apparire come una rivisitazione in chiave moderna, e in formato extra-large, delle novelle ottocentesche di Horatio Alger, lo scrittore statunitese le cui opere vengono ancor oggi considerate fondamentali per la definizione e lo sviluppo dell\’ AMERICAN DREAM.La storia di Eileen Tumulty, il suo bisogno di emancipazione (soprattutto economica) e il desiderio di raggiungere la \”buona reputazione\” alla quale tende ancor oggi tutta la MIDDLE CLASS americana, la rendono in qualche modo simile ai personaggi descritti da Alger nella sua ingente produzione letteraria.Nella parte iniziale del corposo romanzo (oltre 700 pagine) Thomas mescola con abilità compositiva, e in qualche caso con qualche ingenuità non attribuibile soltanto ai personaggi, numerose tematiche che possono essere riassunte in cinque insiemi:*immigrazione – genitori – alcolismo**lavoro – posizione sociale – sicurezza economica** matrimonio – figlio – college – successo**casa – quartiere – città**il baseball* Poi, forse a causa delle difficoltà nel mantenere viva l\’attenzione del lettore e nel gestire una saga sulla banalità del vivere quotidiano di una famiglia comune, l\’autore inserisce quello che diventerà il tema fondamentale del romanzo: la malattia – la morte.Questo argomento, a mano a mano, fagocita tutti gli altri ma non riesce a convincere e affascinare.La malattia del marito Ed è descritta con una dovizia di particolari non sempre funzionale alla storia: pare quasi che l\’autore voglia a tutti i costi impressionare il lettore con descrizioni minuziose quanto imbarazzanti.Più della metà dell\’opera ruota intorno a questo dramma, che trasforma quella che sembrava un\’epopea americana in una claustrofobica storia familiare.Il disappunto del lettore deriva dall\’incertezza sull\’effettiva volontà dell\’autore e sulle finalità del romanzo.Una storia sociale oppure una storia personale?Qualche critico benevolo ha esagerato nel definire l\’opera \” un ritratto definitivo delle dinamiche sociali del XX secolo \” : proprio nella mancanza di contatto con la società risiede il difetto della storia, in quanto non risulta mai comprensibile se l\’isolamento dei due coniugi dal mondo circostante sia il devastante risultato della malattia, oppure se si tratti di una caratteristica (più o meno criticabile) di una coppia borghese americana del tutto indifferente al mondo circostante e interessata soltanto al proprio benessere.Nella seconda metà del XX secolo gli Stati Uniti vivono momenti di grandi rivolgimenti sociali che non sfiorano neppure per un attimo la vita di Eileen e Edmund: le guerre di Corea e del Viet-nam; il Maccartismo; gli assassinii di JFK, di Bob Kennedy e di M.L.King; la questione razziale; il 1968 e le rivolte nelle università; lo sbarco sulla Luna; la Guerra Fredda e la crisi dei missili a Cuba; il Watergate; la Prima Guerra del Golfo.Di tutti questi avvenimenti non c\’è traccia nella vita e nei discorsi dei due coniugi, che vivono ripiegati su se stessi (soprattutto Eileen) in maniera oltremodo incredibile, senza alcun interesse per la vita sociale e politica del proprio paese.Neppure il disagio provocato dall\’ iniquo sistema sanitario americano, che mette la famiglia in difficoltà, suscita nei protagonisti un briciolo di ribellione o di interesse al di là del ristretto ambito familiare.Il romanzo quindi soffre di un\’incongruenza di fondo che neppure la buona capacità descrittiva dell\’autore riesce a mitigare, ed è un peccato, perché si percepisce con nitidezza il sincero sforzo compiuto da Thomas nel comporre un\’opera che aveva ottime intenzioni.

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  17. Alessandra Battistel says:

    L’inizio non avvince. Vien da pensare alla solita saga sulla povertà relativa degli anni Cinquanta.
    Quella che ormai non ha più senso, di fronte all’impossibilità di scotomizzare la povertà assoluta di oggi. Come immedesimarsi sulla frustrazione consumistica dell’americano medio che non può comprarsi una nuova tuta da sci o rifarsi il bow window, di fronte all’Occidente Industrializzato oggi accerchiato dalla povertà assoluta di un miliardo di disperati affamati, che lo stanno prendendo d’assalto?

    Altro filo allentato nella trama narrativa delle prime cento pagine: il ripetitivo dettaglio sul co-alcolismo della piccola Eileen. La convivenza con genitori addicted che come un cilicio rafforza lo spirito di sacrificio di una ragazzina costretta a sopportare e supportare le loro ubriacature.
    L’alcolista cattivo ha sempre bisogno di avere accanto un non-alcolista buono: il cosiddetto co-alcolista, quello che tiene in piedi la famiglia. Nel caso della famiglia Tumulty, la piccola Eileen accudisce il padre, sostituisce la madre nel lavoro domestico.

    Eroica Eileen, ma priva di Gestalt. Socialmente acritica. Irlandese dura e pura, aderisce placidamente al sogno americano, al miraggio del salto di status, al “gratta e vinci” sociale, quello in grado di finalizzare, per dirla con Muccino, la costituzionale “ricerca della felicità” promessa dalla Dichiarazione degli Stati Uniti d’America. Senza chiedersi se la felicità possa essere qualcosa di più del successo nel mercato matrimoniale e in quello della produzione/consumo di merci/servizi, che oggi i sociologi considerano varianti di una omologa matrice.

    Da subito il narratore dichiara il progetto di vita di Eileen: “…Da grande, sarebbe andata a vivere in una casa molto bella…Avrebbe dovuto sposare un uomo in grado di renderlo possibile…” (pag. 36), più volte ribaditi nel prosieguo del romanzo. Abbellito da un motivante (e poi frustrato) slancio di emulazione sociale: abitare nello stesso quartiere, Bronxville, della ricca compagna di scuola entrata casualmente nell’atelier dove lei, nel suo lavoro estivo da modella, “fantasticava che d’un tratto sarebbe entrato un uomo molto ricco, in cerca di un abito per la fidanzata, il quale vedendola avrebbe cambiato idea riguardo il suo futuro, le avrebbe fatto scordare la scuola per infermiere, l’avrebbe portata in giro per il mondo, avrebbe provveduto alle necessità dei suoi genitori” (pag. 57).
    Il sogno americano declinato al femminile.

    Per la prima metà del libro il personaggio di Eileen resta ibrido.
    Non “sfora” l’adesione emotiva di chi è critico nei confronti dell’american dream. Ma a pagina 65, finalmente, il narratore lancia un “alert”. Accompagnando nelle loro ricche case i co-partecipanti al gruppo di Alcolisti Anonimi frequentato dalla madre, Eileen si rende conto che la dipendenza patologica é trasversale rispetto alla scala sociale: “…se fosse vissuta in una di quelle abitazioni, non avrebbe avuto bisogno di salire sull’auto di un’altra donna per andare a una riunione nel seminterrato umido di una chiesa. Eppure, quelle persone erano nel gruppo di sua madre. E il fatto che ne facessero parte, il fatto che quello che possedevano non fosse abbastanza per loro, in qualche modo la turbava, perché suggeriva che certi tipi di infelicità erano senza rimedio…”.

    Fuochino fuochino, sospira il lettore. Forse Eileen ci sta arrivando, forse la narrazione è arrivata ad un punto di svolta…altrimenti restiamo a “E le stelle stanno a guardare”, a ottant’anni fa.
    Invece no, è solo un attimo, la profondità del comprendere (cum-prendo: capisco sussumendo gli eventi) tange Eileen ma non la incide. Passa oltre.
    Lei resta, resiliente, nel suo sogno matrimoniale-abitativo “..Si scrollò quel pensiero di torno … E decise che una casa, per lei, sarebbe dovuta bastare” (pag. 65).

    La forza del sistema premiante promesso dal modello di vita dominante (marito, casa, figli) in Eileen è come vulcanica, indistruttibile ossidiana: non c’è dubbio interpretativo, sbandamento, impasse esistenziale.
    Ogni fatica fisica è tollerata.
    Anche contro qualche evidente “segnale forte” del destino: a lei, capo infermiera, succede di non riuscire a far espellere un pomodorino incastrato nella gola dell’unico figlio, che gli blocca il respiro. A scongiurare il soffocamento Interverrà l’inquilino del piano di sopra, Orlando, la cui famiglia accudisce il piccolo quando lei è al lavoro. Nonostante gli Orlando le abbiano materialmente cresciuto il figlio e gli abbiano salvato la vita, Eileen non esita a lasciarli sulla strada quando le si presenta l’occasione di vendere la casa per acquistarne una nuova nell’ambita Bronxville. Comportamento amorale, ma commercialmente razionale, ammesso da quell’american dream cui lei aderisce senza critiche.

    Eileen non solo accetta le logiche perverse del sistema: le fa proprie. Vivi o muori. Seghi o sei segato. Cacciare di casa gli Orlando fa parte del gioco. Certo, lei lavora duramente (magnifica la scena del figlio che le massaggia i piedi stanchi, dopo i turni in ospedale), supporta quel marito di indole solitaria, indifferente alle ambizioni sociali e ai riti consumistici, cui un indirizzo a Bronxville sul biglietto da visita non provoca alcuna emozione.
    Ed, il marito professore universitario, non consuma. Non ha ambizioni. Non ha il senso della proprietà. La prima volta che torna a casa con un pacco di fumetti da 250 Euro, Eileen capisce che qualcosa nella sua mente non va.

    E qui inizia la seconda parte.
    Quella dove invece “il clic” scatta. La lettura diventa calda, coinvolgente.
    A fronte del comportamento di Eileen, impossibile non desiderare di poter avere accanto, nella vita, un coniuge accudente come lei. Che, allenata dal co-alcolismo dell’infanzia, arriva al limite della sopportazione umana, prima di capire che quella del marito non è un’estemporanea crisi caratteriale, ma una patologia.
    In una logica ispirata alla competizione e all’apicalità, il narratore fa intendere che è quasi consolatorio per Eileen che quella del marito non sia una malattia qualunque, ma la più grave, la più importante delle patologie degenerative: la sindrome di Alzheimer.
    L’affronta con tutto lo spirito di sacrificio di una moglie amorosa, di un’irlandese fiera.

    Se non ha avuto un familiare stretto con l’Alzheimer, Mattew Thomas deve essersi ben studiato tutti i sintomi, frequentato qualche centro specializzato. Perché i prodromi e il conclamarsi della sindrome vengono descritti con precisione clinica, oltre che con poetica, perfetta prosodia.
    In questa seconda parte, il romanzo acquista struttura portante, Eileen diventa un personaggio di spessore. Indimenticabile scena di amore coniugale quella in cui, quando la malattia del marito è già a uno stadio avanzato, Eileen “…nel cuore della notte sentì la sua erezione e gli sfilò gli slip…lo guardò negli occhi come quando erano ancora sposini novelli, e lui non distolse lo sguardo. Nonostante l’incapacità che riguardava quasi tutti gli ambiti della sua vita fisica, era ancora in grado di raggiungere l’orgasmo, ed Eileen rise di gioia davanti alla sorpresa che lo colse, facendogli sgranare gli occhi, quando venne” (pag. 597)

    Dopo la morte del marito, ritornata nella vecchia casa da cui aveva sfrattato gli Orlando, Eileen comprende quanto è stato vacuo il suo sogno, quanto simile a quella di Sisifo la sua fatica, quanto insapore il gusto dell’achievement, la riuscita sociale. Si rende conto che sta meglio lì, nella vecchia casa venduta a degli indiani che la invitano a fermarsi a cena, anziché nel suo villone vuoto di Bronxville, costato tale e tanta fatica. E forse, chissà, le vien da pensare che quel trasloco non voluto da Ed possa aver velocizzato la patologia degenerativa, così come i farmaci sperimentali che Eileen ha diligentemente somministrato ad
    Ed possono avergli provocato quell’ eccessiva rigidità che la costrinse a ricoverarlo in clinica.

    Con perfetta circolarità, attraverso una trama si sgrana in fili compatti lungo sessant’anni di vicende familiari (1951-2011), si arriva finalmente allo snodo morale: la smentita dell’american dream. Che anche per Eileen, che ne era sostenitrice convinta, alla fine perde senso. Decostruisce il suo sogno esistenziale, come le placche dell’Alzheimer hanno decostruito le sinapsi di Ed.

    Entrambi possano affermare “Non siamo più noi stessi”

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  18. Alessandra says:

    Sorry, refuso: 4 stelle, non 2

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  19. Susanna (gruppo Torino centrale) says:

    Il libro di M. Thomas ci è sembrato in un certo senso atipico, quasi un trattato sociologico in forma narrativa : il sogno americano, le comunità di immigrati, il loro desiderio di rivalsa e di ascesa sociale, il mutare della città in relazione ai cambiamenti economici e demografici, la spietatezza del sistema sanitario negli USA sono solo i principali aspetti che vengono ritratti con efficacia in questo lungo romanzo. Appunto la lunghezza eccessiva e una certa prolissità soprattutto nella prima parte, unite ad un susseguirsi di episodi frammentari e a volte ridondanti, hanno appesantito la lettura di un testo che colpisce per la carica emotiva degli argomenti trattati (la malattia e la difficoltà di amare, prima di tutto). Nonostante ciò, alla profusione di dettagli su argomenti come l’Alzheimer, il baseball, le case o i meccanismi relazionali, si accompagnano descrizioni molto essenziali rispetto ai sentimenti – forse perché i personaggi stessi sono poco inclini ad esprimerli. Di questi personaggi ci viene raccontato tutto, eppure abbiamo notato come non scattasse quel meccanismo di immedesimazione che dovrebbe farceli sentire intimi e vicini: Eileen e la sua famiglia sono rimasti delle figure di estranei, che osserviamo dall’esterno ma senza riuscire ad entrare veramente nel loro mondo e a vederlo attraverso i loro occhi.

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  20. Sara De Falco says:

    Un tomone di ben oltre 700 pagine, ma un libro straordinariamente bello. Se dovessero chiedermi di che parla non riuscirei a etichettarlo perchè questo libro ci narra della vita, nei suoi aspetti più veri, scarni, essenziali, belli, drammatici. Narra la vita di una famiglia, la famiglia di Eileen partendo da quando lei era una bambina fino a quando diventerà anziana. Quindi conosceremo anche suo marito e suo figlio e il libro assumerà un linguaggio a 3 voci, in modo da analizzare fino in fondo i pensieri e le emozioni dei diversi protagonisti. Fino a quando il marito non verrà colpito da una malattia che sconbussolerà tutto e tutti… Un libro toccante che verso la fine non può non commuoverti. Il titolo mi aveva colpito molto fin dall’inizio e lo trovo emblematico, perchè è proprio così, certi eventi della vita ci cambiano a tal punto che non saremo più noi stessi, e anche se questo fa male, crea confusione, crea timore, e molta maliconia, ad un certo punto capisci che bisogna andare avanti, perchè un nuovo presente e futuro si sta per compiere…e se tu sei arrivata ad essere come sei lo devi soltanto alle tue esperienze passate, e proprio in virtù di quei tempi in cui tutto era diverso, più facile, che bisogna trovare la forza di guardare avanti, portandosi quei ricordi con sè, per formarne dei nuovi.

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  21. Antonio (book club Vicenza) says:

    Il “book club” di Vicenza s’è diviso sul giudizio di “Non siamo più noi stessi”, con una parte largamente preponderante di perplessi, anche con motivazioni fortemente negative. I favorevoli l’hanno trovato “un libro complesso, di grande respiro che si legge bene, senza stancare. Non è una storia di ordinaria immigrazione, bensì il personaggio di Eileen suscita una forte empatia per la sua determinazione, per le sofferenze che prova e la capacità di affrontarle e venirne fuori”. “E’ un libro complesso, la storia di una vita e di più vite, con personaggi ben tratteggiati, tutti, anche quelli minori, dagli indiani a Sergei dipinto come persona positiva”. (Uberto Noro). “E’ un libro molto umano, perché parla della vita, che è la realtà più importante. La protagonista, pur tra dubbi e mancanze, non la vedo in contraddizione. In realtà ci si affeziona ai personaggi, che diventano amici. Ti chiedi: io cosa vrei fatto al posto loro? Ho pianto quando ho letto la lettera al figlio” (Sara De Falco)
    La schiera dei contrari punta su molte osservazioni critiche. “La distinzione tra prima e seconda parte non dà continuità, sono due libri slegati. Il vero libro inizia a pagina 385. La prima parte si apprezza poco, il lettore finisce per chidersi: ma la protagonista lo capisce o no che il marito ha l’alzheimer?. Quando lo scopre, cambia atteggiamento, ma non è credibile” (Chiara Tizian). “Molti personaggi appaiono ordinari e così lo diventa anche la narrazione, che non è stimolante. Manca di qualsiasi estensione introspettiva e storica. È un romanzo lontano dalla sensibilità degli europei. (Emanuela Dalla Libera). “Ho letto il libro due volte, ma non cambia il giudizio. Manca la capacità che hanno i pittori di trattare la tela con successive velature e rendere così vivo il personaggio. Qui non risalta lo spessore psicologico né dei personaggi né della situazione, non c’è cromatismo”. (Giuseppe De Concini). “Viene voglia di incoraggiarlo, di dirgli ‘Dài spingi’. Ed è un personaggio fantastico, vivo (“Non voglio essere malato”), gli altri sembrano spaventati e persi. Connell non sembra neanche loro figlio, non ha la sensibilità della madre né l’amore del padre”. (Eliana Roverato). “Non c’è un’immagine che squarcia il velo e ti fa dire ‘L’ha scritto per me’. Mi ha inoltre disturbato l’ansia dell’autore di spiegare: quello che è una persona emerge da quello che fa, non c’è bisogno di spiegarlo”. (Stefania Martini). “Serviva un libro più corto e più pregnante. La storia c’è, ma resta in potenza. Troppo didascalico per creare empatia: vedo la foto ma non entro nella storia”. (Alberto Cosaro). “Troppo lungo, non riesce a coinvolgere. Ogni tanto ha degli sprazzi, ma non bastano”. (Manuel Righele).

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  22. Irene says:

    Un romanzo la cui narrazione, sebbene il numero considerevole di pagine, parte come si trattasse di una raccolta di episodi della vita di Eileen, una bambina di origini irlandesi che, nell\’America degli anni \’50, vive un forte disagio: una famiglia debole e manchevole di affetto. Si fa le ossa, Eileen, con un padre più preoccupato di ciò che la gente pensa di lui e del suo \”personaggio\”, amato e stimato da tutti e soprannominato Big Mike dalla comunità di irlandesi trapiantati negli Stati Uniti, e con una madre anaffettiva e, purtroppo, alcolizzata. Si fa le ossa, Eileen, combattendo con il forte desiderio di avere lei, un giorno, una famiglia normale composta da un marito che nutra per lei un amore onesto e sincero e da un figlio, che lei amerebbe senza remore. Si fa le ossa, appunto, e affronta la vita di petto. Ormai una ragazza, incontra Ed – un docente universitario di origini irlandesi – e si innamora del suo modo di fare, del suo stare bene insieme a lui. Da quel momento in poi, fino alla fine, il romanzo di Matthew Thomas smette di somigliare a un racconto e assume le sembianze di un vero romanzo americano la cui protagonista non è, come possa sembrare, una famiglia ma la vita. Uno spaccato reale della vita di due persone, così diverse tra loro ma che, comunque, si impegnano a stare insieme e a far funzionare le cose. Coerentemente con quanto subito da piccola, Eileen si trasforma e, da ragazza irlandese di provincia, diventa una donna insoddisfatta appartenente alla middle-class americana: ossessionata dal sogno americano, dalla grande casa situata in un quartiere perbene, con una punta di razzismo misto a snobismo tipico delle donne di Wisteria Lane. Questa perenne insoddisfazione, questo correre dietro a qualcosa di \”migliore\” senza accontentarsi mai, mi ha indispettita e, alcune volte, profondamente infastidita. Un personaggio che, ammetto, non ho gradito in particolar modo anzi, in alcuni punti della narrazione l\’ho quasi sofferto.Ed, di contro, mantiene un certo garbo e un aplomb da marito perfetto che, quando questo atteggiamento comincia a venir meno, si sospetta subito ci sia qualcosa che non va. Come, effettivamente, è. Un malessere che, se Ed vuole fingere di non scorgere, è invece palese sia a Connell, il loro figlio adolescente, che al lettore. Anche se non a Eileen. Il libro, però, a questo punto prende una direzione diversa e con esso lo fanno anche i personaggi. La protagonista non è più la vita di una famiglia, ma la malattia progressiva di Ed e l\’effetto devastante che ha su Eileen e Connell. Questa è la parte, insieme all\’inizio, che mi ha fatto rivalutare tutto il romanzo. Parole commoventi, scene che mi hanno riportato alla memoria qualcosa che ho vissuto quando ero più piccola e che credevo di aver dimenticato. Ho trovato diverse parti eccezionalmente toccanti e, delle volte, alcuni passaggi erano così dolorosi (come, ad esempio, la festa di Natale in casa di Eileen) che il mio cuore non ha retto e ho pianto. Credo che la parte iniziale, più o meno 150 pagine, e la parte finale (da poco più della metà in poi) siano ben raccontate, a dispetto di una parte centrale che invece è un po\’ povera, macchinosa e prolissa. Interessante e ben riuscito l\’evolversi dei personaggi e la loro maturazione, in particolar modo di Eileen che, infatti, nell\’ultima parte del romanzo si trasforma e riesce a scacciar via la sgradevolezza e l\’antipatia che l\’ha avvolta per tutta la parte centrale del romanzo.I dieci anni e le numerose correzioni di Thomas temo che abbiano creato qualche problema perché, ogni tanto durante la lettura si ha la sensazione che cambi il PoV che, in verità, non dovrebbe esserci considerando che la storia è narrata in terza persona. Nonostante tutto, comunque, è un libro che mi ha sorpresa e che, probabilmente, non dimenticherò facilmente.

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  23. Francesco says:

    Sera..ho letto tutti i vs. Commenti circa il libro. Alcuni di essi sono prolissi e credo inutile se qualcuno ha intenzione di leggere il libro, in quanto più o meno avete riassunto la storia stessa. altri meno. Ho finito da poco di leggere il libro e posso dire solo una cosa al riguardo. È stupendo. Consiglio a tutti di leggerlo.

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  24. marco turella says:

    Un romanzo magnifico che fa pensare a cosa rimane della persona che conoscevamo una volta che si ammala di una malattia come l’Alzheimer. Forse solo i ricordi custoditi unicamente da noi. Da qui il tentativo e il bisogno di entrare nel nuovo mondo dell’altro più che andare a ricercare il suo e il nostro passato. Tutto ciò può portare una donna come Eileen a rivedere i discutibili sogni che hanno accompagnato la sua esistenza, per comprendere che tutto ciò che realmente contava era già presente nella sua vita. Forse troppo tardi per le persone che non ci sono più, ma non per lei, né per suo figlio, né per tutti \”noi\”.

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  25. Maggie, Book Club di Milano says:

    Vi segnalo la puntata di Fahrenheit con Matthew Thomas come ospite!Dai un\\\’occhiata a questa puntata: https://itunes.apple.com/it/podcast/fahrenheit/id306742464?mt=2&i=345376813

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  26. Claudio says:

    Fuori tempo massimo ho terminato la lettura di “Non siamo più gli stessi”, interrotta più volte e ripresa anche grazie alle interessanti e intelligenti considerazioni ascoltate e recepite nella riunione di maggio del book club. Alla fine però il libro non mi è piaciuto.
    Ho letto con un po’ di curiosità gli interventi a proposito di questo lavoro letterario. E devo dire che ritrovo in molti post aspetti del libro che ho colto anch’io, ma anche annotazioni su cose che forse mi sono sfuggite. Quello che mi discosta dalla disamina di molti commenti è il giudizio finale. Non lo trovo un bel libro. Per molte ragioni: per avere avuto una gestazione così lunga avrebbe dovuto lasciar decantare il superfluo, invece è prolisso oltre ogni limite; trovo che tutta la prima parte sia sostanzialmente il racconto di una donna banale, che sogna una vita piccolo borghese (o da sogno americano un po’ stereotipato), che si emoziona per gli uomini affidabili, prevedibili, che ama un uomo sensibile sì, ma anche di mentalità ristretta; forse non ho letto con sufficiente attenzione, ma non ho trovato il personaggio di Eileen “indimenticabile”, non ho visto il suo “amore puro e disinteressato”, ma solo un pratico adattamento ai casi della vita e una ricerca di sicurezza anche “fisica”; non ho trovato accenni alla storia americana, con i suoi fermenti sociali e culturali, con i numerosi cambiamenti, se non la variazione sociale degli insediamenti urbani e le loro conseguenze per Eileen; il racconto della malattia di Ed è sicuramente molto particolareggiato, ma non è necessario spendere tutte queste pagine per farci capire la malattia e per arrivare al riconoscimento e alla successiva gestione, o incapacità di gestione da parte dei famigliari; non ho la curiosità di leggere le miserie della malattia in modo così particolareggiato, una sintesi a volte è più efficace di un manuale di procedure.
    Alcuni passaggi sono interessanti, qualche parte è sicuramente ottima, ma settecento pagine infarcite di descrizioni minuziose e pedanti sono tante, così da rendere la lettura superficiale e un po’ affrettata. Va dato merito all’autore di aver costruito un romanzo complesso, in cui i personaggi, a volte inseriti a sorpresa, si muovono, parlano e pensano con la giusta dose di umanità.

    Mi chiedo però , alla fine, cosa abbia voluto trasmetterci l’Autore. L’amore per suo padre andato alla deriva per un male ingordo e impossibile, la sensazione di essere poca cosa finché come figlio non segue le orme del padre, il disagio di fronte ad una madre legata al sogno piccolo borghese americano, razzista e conservatore, l’amore viscerale per il baseball? Perché Connell è l’autore… e forse è la sua vita che ci ha raccontato.

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  27. Un libro su una vita che ci racconta la vita.
    Un romanzo sulla famiglia , sulla malattia , sugli atti mancati , sulle cose che potevano essere e non sono state.
    Un romanzo di ampio respiro che ricorda i grandi narratori americani da Singer a Dos Passos passando per Steinbeck.
    Immigrazione , famiglia , malattia e una vita che va dove gli pare in barba ai desideri e alle aspettative .
    Un romanzo pregno , intenso , profondo capace di prendere il lettore per mano e portarlo lontano nella New York degli anni 40 e in quella del duemila e di traghettarlo attraverso tutte le mille difficoltà della vita : famiglia , affetti , lavoro, malattia , paure , ansie , guai.
    Thomas ha impiegato dieci anni della sua vita e del.suo talento per scrivere questo romanzo : dieci anni spesi bene

    Gabriella Bardaro book club Torino Centrale

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