Deserto americano

deserto americano 02Una terribile siccità si è abbattuta sulla costa occidentale degli Stati Uniti e ha trasformato la California in un unico grande deserto. I fiumi, il verde, i mammiferi, la vegetazione tropicale e subtropicale, il fogliame lussureggiante, gli agrumi… tutto sembra svanito, svaporato pian piano come l’acqua degli ultimi bacini sorvegliati dalla Guardia nazionale.
Luz e Ray vivono immersi nella luce, sotto il sole implacabile di un canyon, nella casa appartenuta un tempo a un’attrice: un cubo di vetro e ardesia con gli scorpioni che escono dai tombini, un paio di rane mummificate nella fontana asciutta, la carcassa incartapecorita di un coyote nella forra.
Luz è una ex modella venticinquenne, vezzeggiata e poi messa da parte dal mondo della moda. È stata a Parigi, Milano, Londra, ma non ricorda niente di quei viaggi fatti quand’era un’adolescente strappata all’affetto dei suoi. Ray è tornato dalla guerra magro come un chiodo. Anziché raggiungere casa, ha rubato una tavola da surf e si è lasciato alle spalle crisi, carestie e guerre. Volava sulle onde dell’oceano quando Las Vegas è stata sepolta da una duna gigantesca rovente come un mare di lava.
Un giorno, i due tirano fuori una vecchia vettura dell’attrice e scendono dal canyon in una Los Angeles riarsa. Durante la danza della pioggia, un libero raduno di sballati e punk che urlano e saltano nei canali di Venice Beach,
Luz si imbatte in una misteriosa bambina dai capelli biondi e ne rimane ammaliata. La piccola è sola, i suoi unici parenti paiono essere degli sbandati che la maltrattano e la trascurano; il suo è un destino segnato. Luz e Ray prendono allora un’improvvisa decisione: rapiscono la bambina, la portano con loro e la crescono come figlia propria.
Il piano di Ray è di trasferirsi in Wisconsin, oltre il deserto, e cominciare una nuova vita in una terra fertile e verde. È l’inizio di un lungo viaggio su strade arroventate e poco sicure. Un viaggio che li porterà a incontrare un’ine quietante comunità di hippies stabilitasi ai piedi dell’Amargosa, un’enorme duna alimentata dal vento, e il loro leader, Levi, un enigmatico personaggio dotato di capacità rabdomantiche.
Romanzo visionario che racconta di un’epoca oscura, nella cui desolazione è possibile osservare il volto dell’America contemporanea, con una prosa impeccabile, che unisce Steinbeck e Cormack McCarthy, Deserto americano evoca un mondo dominato da disuguaglianze sociali e rapporti di potere, in cui, tra le rovine del sogno americano, germogliano violenza, misticismo e superstizione.

«Si sente l’eco di Cormac McCarthy».
Time Out New York
«Sorprendente».
O, The Oprah Magazine
«La voce più accattivante proveniente dalla costa occidentale dopo Annie Proulx».
The New York Times Book Review
«Un deserto faulkneriano dell’anima… Uno dei punti di forza di Watkins è che ci mostra non soltanto quanto l’amore possa essere tragico, ma che gli esseri umani sono imperfetti, teneri e molto spesso incapaci».
The Boston Globe

Traduzione di Massimo Ortelio
336 pagine
18 euro
ISBN 9788854509719
Bloom

Nata a Bishop, California, nel 1984, Claire Vaye Watkins è cresciuta tra il deserto del Mojave e il Nevada. La sua raccolta di racconti d’esordio, Battleborn, ha vinto nel 2012 lo Story Prize, il Rosenthal Award, il National Book Foundation «5 Under 35» e una borsa di studio della Guggenheim Fellowship. Le sue storie sono apparse su «Granta», «One Story», «The Paris Review». Attualmente è assistant professor alla University of Michigan. Assieme al marito, lo scrittore Derek Palacio, coordina la Mojave School, un workshop di scrittura creativa per ragazzi.

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  1. Claudio says:

    “Deserto americano” è il viaggio metaforico in un incubo futuribile, fantastico ma neppure poi tanto.
    La storia di un gruppo di emarginati come gli eletti di una frontiera in movimento, spinta dall’avanzare dell’Amargosa, la grande duna di sabbia che simboleggia la sconfitta dell’umanità.
    I protagonisti in fuga da un passato ingombrante e da un presente senza futuro, per sopravvivere intraprendono un viaggio purificatore alla ricerca di una vita normale. Troveranno una comunità guidata da un “rabdomante” che si è costruita una realtà fittizia, una setta che insegue ideali epici e sballati, governata da false credenze, miti e droghe e che porterà Luz e Ray, i protagonisti, sull’orlo della distruzione. Si salveranno solo a patto di lasciarsi alle spalle le loro illusioni.
    Un libro sorprendente, una trama armonica sostenuta da una scrittura sicura e precisa. Il disagio e il senso di aridità che ne accompagnano la lettura sono conseguenti alla constatazione che il mondo descritto non è poi così lontano dalla realtà.
    Interessante e impressionante è la storia di questa brillante e giovane scrittrice: figlia di uno dei componenti della setta di Charles Manson che alla fine degli anni sessanta del secolo scorso terrorizzò la California del sogno americano infranto.«Sono cresciuta nella Owens Valley, al confine del Nevada, e già allora c’era il problema della siccità, come oggi. È la fine di un lungo sogno… La California non è più la terra promessa, non possiamo prosciugare le risorse senza pensare al futuro. Questo libro mi ha fatto capire qual è lo scenario peggiore che ci attende. Ma tutto questo è solo un pretesto per un’altra crisi, quella spirituale».

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  2. Anna Maria, Roma says:

    Per due giorni, ovunque fossi, il ritmo e lo stile di narrazione hanno catalizzato la mia attenzione, nonostante il distopico non mi abbia mai incuriosita. Leggendo le prime pagine ho temuto di poter desidestere per via della sensazione (per me insopportabile) di caldo e di soffocamento. Invece, non ho percepito arsura e torrido; non c’è umidità nè in terra nè nell’intimo, la visione terrena e interiore è secca, arida e anestetizzata. Deserto. Un deserto che si espande e ingloba.
    La prosa trasmette una luce accecante ma fredda, bianca, distaccata, e mostra con lo stesso filtro i deserti di sabbia e gli animi. Un trip allucinatorio-ipnotico che non cerca di persuadere o di coinvolgere emotivamente, ma mostra lo stato visionario dei personaggi, affaticati e traumatizzati dall’esistenza, che si abbandonano a qualcosa in cui credere: un nuovo soprannaturale, crudele e ingannevole, che promette speranza, bellezza, trascendenza, un nuovo Messia. Nuovo inizio o fine?
    Procedendo nella lettura ho sentito la necessità di fermarmi per capire, numerose sono le interviste dove la scrittrice parla di sè e della sua famiglia. E’ stato utile per tentare di comprendere la visione e il distacco (non manipolatore!) con cui si offre al lettore.
    Nel romnzo emerge, a mio avviso, un integro, e per me condivisibile, messaggio di “ecologia profonda” in quanto si evidenzia la contemporanea fragilità degli equilibri ecologici ambientale, sociale e mentale. La sete è di verità e di amore; la ricerca di un luogo fertile è necessità di nutrimento spirituale; il desiderio di evoluzione e vita è accompagnato al bisogno di regressione, nell’acqua, nel grembo materno, all’origine. Profetico? Un monito? Si, forse. Fermiamoci, guardiamoci, cooperiamo finché siamo in tempo perchè la rovina o la salvezza dell’ambiente naturale, delle nostre specificità culturali-sociali e delle relazioni umane sono fortemente interdipendenti. Una lettura interessante e particolare che sfiora molte tematiche (guerra, famiglia, relazioni, diversità, catastrofe ambientale, politica, potere, cinismo, decrescita, sette, ecc.) per mostrare la solitudine del nostro tempo. Ma sono ancora qui, con la sensazione che qualcosa mi sfugga e più ci penso e forse più mi addentro e mi perdo tra quegli alberi liofilizzati che si disintegrano soltanto sfiorandoli; sarà interessante discuterne con il mio book club!

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  3. nunzia says:

    Devo ammettere che questo è il romanzo meno amato di questo anno. Ho molte difficoltà (e anche poca voglia) di esprimere un parere. So solo che quando ho chiuso il libro, ho deciso di non aprirlo più. E non perché sia difficile capire l’intento della sua autrice: crollo del mito americano, distruzione dei sogni, ricerca di riti folli e satanici, incoscienza e autodistruzione della natura e dell’umanità o almeno di un’umanità che si è quasi quasi contenti che si distrugga, tanto sembra inutile! Non c’è amore, né materno, né umano, né carnale; non c’è infelicità né souffrance … e, se c’è nell’intento della sua autrice, tutto è freddo, nonostante il caldo ossessionante. Alla fine sembra che il mito dell’acqua purificatrice trionfi su tutto. I quattro elementi della terra vagano nel romanzo intrisi di un’unica costante … la secchezza … la stessa secchezza che mi è rimasta dentro a lettura completata.

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  4. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti Torino n. Roma

    CLAIRE VAYE WATKINS
    Nata nel 1984 Claire Watkins, scrittrice, nonché figlia di Paul Watkins, il braccio destro di Charles Manson, fondatore della setta ‘The Family’, passata alla storia per le sue efferatezze e gli omicidi commessi.
    La scrittrice si è raccontata in un’intervista a Repubblica e inevitabilmente il discorso è finito sulla sua vicenda umana, indissolubilmente legata alla vita dell”Helter Skelter”, l’uomo con la svastica sulla fronte che nel 1969 si introdusse insieme ai suoi adepti nella casa del regista Roman Polanski, uccidendo la moglie Sharon Tate e il piccolo che aveva in grembo.
    Il padre di Claire, morto nel 1990, aveva un ruolo fondamentale all’interno della “Famiglia”, in quanto era lui a procurare le donne per i sabba sessuali di Manson, e fu proprio lui a spiegare, in tribunale, la scritta Helter Skelter pennellata sul frigo di Leno e Rosemary LaBianca, massacrati 24 ore dopo le esecuzioni di casa Polanski. Quella firma di sangue annunciava l’apocalisse interraziale che avrebbe scatenato la sua macelleria itinerante. Non a caso, anche in Deserto Americano c’è una setta che insegue ideali epici e sballati.
    “Papà – dice Claire – finì nella ragnatela di Manson molto giovane, ancora adolescente. Non volevo assolutamente raccontare la sua vita scrivendo questo libro, ma alla fine ho capito che c’è molto di mio padre nel romanzo. Vivevamo in un posto bizzarro, nel deserto vicino alla Death Valley, su decisione di Charles Manson. Secondo il suo progetto, quello doveva essere il rifugio della “Famiglia” una volta esploso il caos. Ma fu proprio dopo quest’ordine che mio padre riuscì a liberarsi dalla stretta di Manson. Rinsavì e tornò a essere un uomo normale”.
    Ho scoperto quasi subito che procurava le donne a Manson, a casa i segreti erano molto rari. È stato uno shock. Ho cercato di immedesimarmi in quelle ragazze. Mio padre era una persona complicata ce ha commesso degli errori. Ma non era un demonio. Una sua frase mi è rimasta impressa: ‘Non c’è niente di sbagliato nel conoscere te stesso’. A quell’età si commettono tanti errori.”.
    Poi spiega che avrebbe voluto incontrare Charles Manson, che ora ha 81 anni, nel carcere californiano di Corcoran, dove ancora ama farsi fotografare con svastiche sulla fronte mentre fuori giovanissime sciroccate dicono di volerlo sposare: “Alla fine ho cambiato idea, so che andando da lui perderei qualcosa di mio padre, per sempre. Manson pensa solo a una cosa, come in tutta la sua vita: farsi pubblicità. E io non voglio fargli pubblicità. Non voglio”.

    DESERTO AMERICANO
    E’ diviso in 3 libri
    Personaggi:
    lei : Luz Dunn una californiana di origini latine , attricetta
    lui: Ray
    la bimbetta Ig che vive tra la comunità di tossicodipendenti.
    Lonnie amico di Ray a cui si rivolge per i documenti falsi
    Rita la compagna di Lonnie.
    Dallas la donna che allatta Ig che fa parte della colonia
    Levi lo pseudo santone
    Jimmer sedicente stregone
    Cody del gruppo dei Mojan .
    L’insegnante di recitazione
    Sal compagno di cella di Ray a Limbo Mine che crea statuine con il talco.

    Già dalle prime pagine emerge dal libro un caldo torrido a rischio incendi Una sete sempre presente e ripetitiva nei dialoghi tra lui e lei .
    I prodotti della terra sono inquinati, tutto è artefatto, i due cercano da mangiare e di contrabbando acquistano dei mirtilli a 100 dollari. Una follia. Un degrado totale in un’atmosfera di fantascienza in un futuro catastrofale dove solo i paesaggi naturali rimangono immutati. Per l’uomo non c’è più futuro quasi come se le colpe di ognuno venissero scaricate su ognuno. Un rapimento, quello di Ig da parte di Luz e Ray, che non li porterà a nulla .

    L’odissea stradale dell’Anguria nasce dalla nostalgia delle cose lontane .
    L’Arizona mostra l’ossatura della terra con i suoi magici Vortex .
    Tante sono le tragiche storie avvenute in questi luoghi tanto da essere chiamate Bloody 66 .
    John Steinbeck descrive la strada come l’infinito nastro di asfalto tra i vari stati per il furore di un popolo in fuga . Nel 1942 con la chiusura delle miniere tutta la tipologia del paesaggio, soprattutto urbano, ha cambiato molte cose .

    Bill Bryson definisce questi luoghi come interminabili, in cui si ha la sensazione di andare verso il nulla.
    La strada, ancora oggi, è difficile da attraversare , racchiusa tra due canyon in cui si raggiungono i 109° Fahrenheit. Il ponte su Colorado River segna il confine tra la California e l’Arizona .
    Nella desolazione pietrosa si sente il rumore assordante del nulla .
    La solitaria e desolata strada attraversa il deserto del Mojave . L’Arizona è la zona più bollente e 79 Pounds è il paradiso del deserto e la porta d ingresso dello Joshua Tree . Un deserto chiamato di Joshua dal profeta Giosuè come stabilito dai mormoni, molto particolare e disseminato da yucche. Sono piante che non hanno cerchi concentrici come gli altri alberi ed è quindi difficile stabilirne l’esatta età. Sono piante che hanno circa 150 anni ognuna, che vivono tra rocce tondeggianti, dalle forme morbide .
    Nonostante le condizioni di vita siano veramente difficili , da tempo si rammentano popolazioni che vi hanno abitato. Nel 1900 si verifico’ uno sterminio a causa del vaiolo .
    Mi rammento i grandi camion/cisterne, come grandi cavalli arrugginiti utilizzati dagli indiani che sopravvivono in queste riserve dimenticate .
    Un altro gioiello incastonato nel deserto è Palm Springs , verso sud, in cui l’inverno è caratterizzato da un clima che ha attirato le più grandi personalità americane nonché artisti che dell’arte moderna ne hanno creato uno stile con una raccolta unica . Una città da sogno in cui possedere una casa era un must. Tra i campi da golf tra Los Angeles e Phoenix il motto continua ad essere : Goditi l’atmosfera.
    Per quanto riguarda Los Angeles si dice che se il mondo fosse rovesciato su un fianco, tutto ciò che è slegato cadrebbe su Los Angeles.
    James Frey uno dei più grandi narratori dell’età contemporanea narra delle sue esperienze di alcolismo e di tossicodipendenza.
    La scrittrice Watkins ne esaspera tutte le vicende utilizzando un linguaggio virile e scarno , arrabbiato e di denuncia di un sistema marcio e povero sia di valori che di rapporti.
    La parte del romanzo che più mi è piaciuta è quella riguardante l’esperienza vissuta da Ray nel deserto, la paura, lo scoprire ciò che conta di più al mondo, era felice di sapere che c’erano due pezzi palpitanti del suo cuore fuori da lui.

    Una luce è rivolta verso il problema che riguarderà le nuove generazioni : le scorie radioattive , il loro stoccaggio ed il loro smaltimento .
    Il degrado della colonia di viziati, sbiellati e immorali, tra i falo’ notturni, seguaci di una pseudo-fede, è caratterizzato anche dai rapporti sessuali di gruppo, propinati nei dettagli.
    Senza alcun freno morale e senza qualsiasi traccia di decenza viene coinvolta tra paripatetiche e patetici, anche Luz, incantata da Levi e dal suo fascino pericoloso.
    Francamente poco mi interessa la sorte ed il destino degli adulti della comunità ostinati nella loro follia .
    Il mio sgomento e lo sconforto sono rivolti a chi è nato in carcere ed alla piccola Ig che subisce, maltrattata , drogata e assetata.
    Dopo questa lettura si dovrebbe rivalutare maggiormente l’acqua,come fonte di vita e tanto umile et preziosa.
    Un romanzo che ha anche lo scopo di mettere in luce le crepe che esistono nei muri apparentemente solidi delle istituzioni , delle ideologie e dell’animo umano.

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  5. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    ‘Deserto Americano’ è innanzitutto una potente esperienza ‘sensoriale’. Accecante, scabra, soffocante. C’è desolazione, rinuncia, disorientamento.

    Tuttavia, l’impressione a caldo è stata di uno sbilanciamento tra la forza innegabile di una scrittura molto evocativa (sebbene a tratti condita di virtuosismi retorici) e la vicenda narrata, piuttosto inconcludente e frammentaria.
    Molti dei fili intessuti e ripetutamente richiamati per generare tensione (penso per esempio, al rapimento di Ig e alla minaccia dello Svitato) non vengono, di fatto, mai sviluppati; anche l’incontro con Lonnie e Rita non ha sviluppi ulteriori; così come le micro-digressioni (per esempio, il libro sugli animali dell’Amargosa) rimangono ininfluenti ai fini dell’evoluzione della storia. Può darsi si tratti di scelte narrative abbastanza comuni nelle distopie (e io ho scarsa esperienza del genere), ma l’impressione generale è stata, comunque, di tante piste aperte e altrettante abbandonate, come se l’autrice non sapesse bene quale direzione far prendere alla propria storia. Perciò, terminato il libro, ho sospeso il giudizio.

    È stata la lettura di un’intervista a Repubblica della Watkins ad offrirmi una nuova chiave interpretativa del libro, una chiave marcatamente legata alla sfera biografica dell’autrice.
    Dice la Watkins, parlando del padre, Paul Watkins, braccio destro di Charles Manson: “non volevo assolutamente raccontare la sua vita scrivendo questo libro. Poi, però, finita l’opera, c’era qualcosa che mi assediava, che mi tormentava. E ho capito che c’è molto di mio padre nel romanzo…”.
    D’un tratto, da questa nuova prospettiva, la vicenda in sé, nella sua coerenza narrativa o nella precisione dell’intreccio, non mi è parsa più così importante, o almeno non più di quanto lo si possa pretendere dai sogni.
    Perché di questo si tratta. Di un sogno. O meglio, di un incubo. Ma non del futuro, bensì del passato e, forse, ancora del presente.
    E nell’incubo c’è Levi alter-ego di Charles Manson, ci sono gli assassinii, le orge, la dipendenza dalle droghe e la “Famiglia”, fondata su un’agghiacciante allucinazione collettiva.
    Non è l’incubo di chi ha vissuto tutto ciò: è la rielaborazione immaginifica di chi, fin dalla nascita, ha dovuto, suo malgrado, farci i conti (“Ho cercato di tornare nei posti dove ha vissuto con la ‘Famiglia’”, dice sempre la Watkins parlando del padre, “e cercare di percepire cosa avesse provato lui, almeno spiritualmente. Ma non è affatto facile”).
    Nell’incubo c’è Ray, alter-ego di Paul Watkins; “l’importante era avere un progetto per quanto futile”, dice Ray, l’uomo dal passato ambiguo, egoista, violento, eppure, a modo suo, anche affidabile e onesto (“Mio padre era una persona complicata, che ha commesso degli errori. Ma non era un demonio”, dice ancora la Watkins nell’intervista).
    E poi c’è Luz. E quel finale che sul momento mi era parso così insensato, precipitoso, così arbitrario, acquista un senso nuovo. Perché Martha Watkins, la madre dell’autrice e moglie di Paul, è morta suicida di overdose, otto anni fa.
    “Andrebbe tutto bene” dice Luz mentre sta per annegare “se solo avessi imparato a nuotare…”.
    Perché bisogna anche essere pronti e, soprattutto, disposti ad accogliere la salvezza quando arriva.
    Altrimenti qualunque salvezza arriva inutilmente.

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  6. luciana (Padova) says:

    Leggendo pensavo : “sta raccontando un sogno … Anzi un incubo generato da una torrida estate californiana…” e sono andata avanti a leggere tenendomi ai margini di una storia che non mi ha per niente appassionata e che attinge ad un repertorio già raccontato da altri in libri e films e probabilmente anche ad una memoria e quindi agli episodi rimbalzati nella cronaca del1968 a proposito della Setta di Mason ( una delle tante) che i più vecchi lettori ricordano a proposito dell’ eccidio nella casa di Polansky .
    Il tutto condito da accuse per l ecosistema distrutto dagli uomini e delle varie lobby .
    Un “The day after ” piuttosto scontato nonostante gli innumerevoli spunti descrittivi , il coro di voci , il bestiario fantastico , la bimba che non è’ mai tale, il sesso , l abuso , i buoni ed i cattivi che risultano tutti un po sfigati e il finale nell acqua melmosa … Avrete capito che non mi è piaciuto .

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  7. Barbara Rosai (Torino) says:

    La California non è uno stato qualunque degli USA.
    Nell’immaginario collettivo americano è il luogo che, come nessun altro, riveste in sé il concetto di sogno americano.
    “ I tuoi antenati sono venuti qui in cerca di qualcosa di meglio, oro, fama, agrumi…Chimere” dice uno dei protagonisti del romanzo d’esordio di Claire Vaye Watkins, ambientato in California in un futuro, neanche troppo lontano, dove il risveglio dal sogno americano si rivela un incubo.
    Quel che resta della California è un girone infernale, nel quale chi rimane, rifiutando la deportazione, sconta le conseguenze dello sfruttamento irresponsabile delle risorse ambientali.
    Il romanzo stupisce per la densità di tematiche trattate che, senza dubbio, forniscono al lettore un ottimo strumento per cogliere le contraddizioni della California contemporanea, e ovviamente estendibili a tutto il pianeta, ma che, nel fluire del racconto, risultano eccessive e non sempre ben collegate.
    L’ambientazione nel prossimo futuro, si rivela purtroppo solo un pretesto per avere più libertà di evidenziare ciò che è già sotto gli occhi di tutti. Manca ancora, a mio parere, alla Vaye Watkins, quella abilità rara che ha fatto sì che alcuni romanzi distopici siano diventati dei classici della letteratura.
    La parte più interessante del romanzo è, senza dubbio, la descrizione della setta che vive ai piedi delle dune. L’autrice ha saputo delineare, con particolare efficacia, i mezzi utilizzati dal leader carismatico che con l’ausilio di retorica, menzogne, droga, sesso, ma anche di violenza psicologica e fisica riesce a legare a sé gli adepti.
    In ogni caso Claire Vaye Watkins, scrive un romanzo d’esordio interessante e ambizioso, legato al mondo letterario, filosofico e protoambientalista della California di Steimbeck, Ricketts e Campbell , un modello di universo in cui il mondo spirituale e quello fisico sono collegati e in cui si integrano realtà a simboli inconsci.

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  8. franco Book Club Padova says:

    Solitamente evito di leggere qualsiasi commento (anche il risvolto di copertina) per immaginare liberamente gli scenari descritti e lo sviluppo del romanzo. Questa volta però (ma è accaduto anche per \”Il ritorno del Ciclone\” di Romana Petri) non si può prescindere dalla conoscenza della storia personale dell\’autrice: la società altamente negativa descritta dalla Watkins, ambientata in un futuro spaventoso, riecheggia il passato familiare (che ho ri-conosciuto leggendo i commenti di altri book-clubbers), quasi ad esorcizzarlo. Ecco quindi, l\’associazione di Levi con Manson, di Kay con il padre dell\’autrice, di Luz con la madre e della bimba Ig con lei stessa; ma forse tutto questo è troppo semplice e banale. A posteriori, non mi sarei impegnato in questa lettura.

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  9. Se un’opera ha bisogno di una legenda per essere compresa, allora non funziona, secondo me. Vero: condividere esperienze dirette con l’autore, rendono la lettura più intima, ne fanno un’esperienza personale (a me fa questo effetto leggere Romana Petri o Cesare Lievi, per esempio, perché della prima sono amica e col secondo ho trascorso giorni alle prove dei suoi spettacoli, e se non avete mai letto nulla di lui, fatelo), ma credo che l’opera d’arte sia quello che rimane se, da essa, togliamo tutte le parti di non fiction, per così dire. Così, la vita di Claire Waye Watkins sicuramente si ritrova nel romanzo (ma non so se ci fossero episodi con sette o santoni nella sua raccolta di racconti che l’ha fatta conoscere ed apprezzare), se però il romanzo fosse tutto lì, o nei suoi commenti sulla precaria condizione dell’ambiente o nelle note ricavate dalle sue interviste, a mio parere non sarebbe un romanzo da ricordare. Al contrario, “Deserto americano” ha una sua dignità letteraria che esula da aspetti biografici o contingenti, mi pare.
    Non amo il genere distopico: per come è concepito, per miei gusti rimane troppo pamphlettistico e non crea quell’empatia di cui io, personalmente, ho bisogno. Però ci sono distopici e distopici: “1984″ non è “La Strada”, Thomas More non è Philip Dick, il genere ha trovato altre modalità espressive e mi pare che “Deserto americano” rientri senza dubbio in questa nuova ‘fase’.
    La scheda che presenta il libro del mese e i commenti che mi precedono, illustrano molto bene la vicenda che si sviluppa (o inviluppa) nel romanzo. Trovo anch’io che non ci sia, in quest’opera, un equilibrio perfetto: qualche esagerazione, sia linguistica che di azione, e qualche ripetizione, digressione o evento prevedibile.
    Tuttavia, trovo che Watkins sia stata estremamente coraggiosa nell’utilizzo della lingua e altrettanto abile nel piegare stili e generi al proprio bisogno: ci sono passaggi che si avvicinano alla saggistica, altri che paiono stralci di giornalismo, continui cambi di punti di vista, registri e salti spazio-temporali. E senza soluzione di continuità: il ritmo non vacilla, regna una unità incontrastata nella narrazione. Certo, questi ‘cambi di marcia’ tengono il lettore sempre all’erta, per questo è impossibile che si crei una vera empatia con qualcuno dei personaggi; ma proprio perché al lettore non è permesso di scivolare acriticamente nella vicenda, si accatastano interrogativi e riflessioni che permangono anche dopo aver terminato la lettura.
    Della responsabilità dell’Uomo sull’ambiente, del suo sfrenato egoismo che condanna a morte la Terra e quindi l’Uomo stesso, si è già detto molto e bene negli interventi precedenti.
    A me ha colpito molto però un’aridità, una perversione dell’animo umano che va al di là della catastrofe ambientale: gli esseri umani sono di base disonesti, con se stessi e con gli altri, tanto prima dell’apocalisse quanto dopo di essa. Non c’è redenzione, non c’è salvezza, persino Ig ha dei tratti a volte mostruosi (la testa grossa, i versi inarticolati), o almeno così appare agli occhi di chi la osserva (e la ama, forse, come Luz o Ray).
    Il santone rabdomante non è mica un’invenzione della siccità, della fine dei tempi, non abbiamo nemmeno bisogno di sapere delle disavventure del padre dell’autrice, di pazzi affetti da delirio di onnipotenza che manipolano intere comunità ne abbiamo avuti e ne avremo anche in tempi di pioggia. Il baccanale nella tenda con le ragazze che copulano con Levi e masturbano Luz mi pare fuori dal tempo e non tanto legato all’Armageddon quanto alla follia dell’Uomo che perde il senso della misura (no ci ricordano scene di libri e film sulla follia lucida nazista? O su imperatori antichi che decidevano della vita e della morte di moltitudini?).
    Ecco, dei più classici romanzi distopici, questo recupera la dimensione mitica, come anche “La strada”: in fondo, i personaggi potrebbero non avere nomi, sono l’umanità senza contestualizzazione, senza sovrastrutture. I personaggi che Watkins ha avuto il fegato di creare e fare agire non mettono freni alle loro pulsioni, sono se stessi in tutto e per tutto, in una situazione deteriorata dall’essere stati se stessi. Alla fine Luz scopre che può finalmente tornare ad essere sempre stata: una fuggiasca, una profittatrice, il passaggio da cui arriva il titolo originale è terribile e splendido insieme (p.332). E Ray un pavido, nonostante tutto. Un cerchio o forse una spirale che invece di chiudersi, scivola verso il basso, verso l’abisso. Il titolo originale “Oro fama e agrumi”, difficile da proporre al mercato editoriale italiano lo riconosco, forse permette di capire molto di più quale sia l’aspetto fondamentale del romanzo (e non mi pare che abbia a che fare con una tragedia ambientale, semmai una tragedia umana, troppo umana, tristemente umana, che inizia e finisce nell’umano). Anche la scelta di far commentare ad alcuni gruppi di personaggi gli avvenimenti in capitoli separati, ricorda il coro della tragedia greca (e non sarà questo l’unico richiamo al teatro).
    Giustamente è stato osservato che a diventare deserto è la California, che per noi è la terra rigogliosa… Però la California è anche Los Angeles, la patria del cinema, dello show biz, dell’apparenza come valore supremo. E così, Luz è proprietà pubblica da quando è in fasce, e viene violentata non solo in senso figurato dalla fabbrica della pubblicità. Quando Luz vuole fare una importante confessione a Levi, questi la porta in un teatro famoso, o quello che ne è rimasto, e trasforma l’atto privato in un momento pubblico, cosicché la confessione diventa recita davanti ad un pubblico. Anche Levi è un personaggio che fa dell’essere pubblico, dell’esibizionismo, il tratto fondamentale del proprio carattere, che è puro carisma. Ma nemmeno l’esporsi nell’agorà porterà catarsi e salvezza. Sono i divi di Hollywood che hanno condotto una vita sregolata, morti prematuramente e di morte violenta, sempre sulle prime pagine dei tabloid, quelli che ricordiamo.Così, gli eccessi di un deserto estremamente vivace ma proibito, attraggono gli essere umani più di una foresta rigogliosa estremamente viva ma ‘banale’.
    In questo gioco di pubblico e privato, di esposizione e nascondimento, di essere se stessi per sé ed essere (esistere) solo perché esistono gli altri, ho trovato l’elemento più interessante ed affascinante del romanzo.
    Un altro aspetto che trovo geniale è il significato ambiguo dell’acqua. Solitamente, l’acqua è vita. Anche nell’arsura dell’Amargosa sembrerebbe essere così, ma poi cosa scopriamo? Che per Luz, per il suo passato e il per il suo futuro, l’acqua porta solo morte e dolore. Che Ray è un uomo ‘monco’, perché è un surfer disperato fuori dal suo elemento, ma solo nel deserto dell’Amargosa ritrova un senso per vivere e l’acqua lo ricaccerà nella sua codardia. Di nuovo, c’è un divertente gioco ironico di ribaltamenti in cui è difficile capire chi sia davvero onesto, chi ami davvero, chi seriamente creda in ciò che dice o ciò che ascolta… E’ come il libro degli animali di Levi: creature fantastiche quasi bibliche che hanno bisogno della fede di chi legge per esistere sul serio.
    L’insieme di voci che raccontano e si raccontano in questo romanzo offrono una descrizione semi-onnisciente del mondo: una voce collettiva, di nuovo una fusione tra singolo e moltitudine, tra individuo e pubblico, che irretisce il lettore senza mai smettere di modificarsi, in simbiosi con le dune mobili del deserto dell’animo

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  10. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    Io ho individuato nel libro, oltre al significato ambiguo dell’acqua rilevato da Paola Rinaldi, anche il significato ambiguo del deserto che è sia distruttore (l’Amargosa inghiotte vite e città) ma è anche vita e occasione di rinascita (come per Ray, Luz e Ig), perchè “l’Amargosa è sia sirena che scoglio mortale”.
    Un’ambivalenza che è anche biblica perchè il deserto è sia luogo di spiritualità profonda, il luogo in cui gli ebrei hanno ricevuto la Legge, la manna, in cui hanno vissuto il rapporto privilegiato con Dio, ma è anche il simbolo del peccato, del male, il luogo in cui Gesù fu tentato da Satana.

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  11. ida poletto says:

    Ho chiuso il libro come quando finivo i “compiti”…basta!
    Non c’è passione non c’è dolore…tutto è brullo e, in fondo, “traditore”, dentro e fuori i protagonisti. Certo, leggere la biografia dell’autrice aiuta… ma serve? Forse a lei.. con una madre suicida e un padre braccio destro di Manson. Facile e immediato fare riferimento a troppi film e libri sull’argomento. La scrittura non l’ho neanche analizzata tanto, mi ha infastidito il racconto comunque un po’ slegato . La disfatta del sogno americano, la denuncia del satanismo, delle sette, di un movimento hippy che ha segnato il secolo breve ( qui riproposto in maniera davvero insopportabile), di una umanità in cerca di fede ed ideali i più vaghi e vani, l’incoscienza dell’umanità nei confronti dell’ecosistema, i grandi poteri occulti…persino l’acqua non è purificatrice o salvifica. Disturbante la figura di Levi , improbabile quella di IG :una specie di ET (!) , Dallas la più femminista (?) Luz la più moderna (?) …sicuramente Ray è il personaggio più positivo più umano …
    Questa siccità è insopportabile da leggere: voleva questo l’autrice …a Padova piove finalmente e la retorica e il compiacimento della scrittura sono alla fine un’attrazione fatale. Mi è piaciuto ? Non so rispondere ma, a posteriori, forse un libro così non l’avrei comprato.

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  12. Giusto Stefania, e non può nemmeno essere un caso che nel deserto ci sia un Levi, tornando ai riferimenti biblici che hai sottolineato

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  13. Cinzia Schena (Torino) says:

    La lettura di “Deserto americano” è stata per me piuttosto tormentata, per il susseguirsi di reazioni contrastanti che essa suscitava in me man mano che la narrazione procedeva: curiosità, turbamento, inquietudine, sgomento, compassione, repulsione, indignazione, disorientamento. Soprattutto disorientamento, sia per una certa frammentarietà che a tratti mi è parso di rilevare fra le sequenze narrative sia per la pressoché totale assenza di punti di riferimento del paesaggio che fa da sfondo alla storia, dominato dalla gigantesca, rovente duna dell’Amargosa, con la sua spietata aridità, in cui la luce, anziché rendere più netti i contorni delle cose, abbacina e sembra poter generare soltanto allucinazioni. E persino l’acqua, quando fa la sua comparsa nell’ultima pagina del romanzo, è “limacciosa” e non ha alcunché di salvifico, ma si configura piuttosto come un “miracolo tardivo” o, ancor peggio, una “bestia vendicativa”, dotata di “tentacoli” e animata da un “furore torbido”. Di sicuro un romanzo che non mi ha lasciata indifferente.

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  14. Anna Maria, Roma says:

    E\’ vero Stefania, il deserto e l\’ambivalenza biblica, luogo di spiritualità ma anche sede del male. Forse è proprio il nodo che non riuscivo a sciogliere

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  15. Donata, torino says:

    Dalle non poche produzioni editoriali che in questi ultimi anni hanno scelto come oggetto ipotetiche catastrofi naturali e la lotta dell’uomo per la sopravvivenza, con il frequente ricorso ad”effetti speciali” trasferiti sulla pagina, DESERTO AMERICANO si differenzia per, pur nella drammaticità dei fatti narrati, sobrietà ed essenzialità, talvolta anche poeticità degli eventi naturali descritti, per spessore di contenuto e per il ivello dei diversi registri linguistici adottati.
    Alla tematica di fondo, lo sconvolgimento ambientale e la conseguente più grave conseguenza della carenza di acqua, se ne affiancano altre di grande significato: l’ interrogativo sul significato stesso dell’esistenza, sulla possibilità di superare un proprio personale difficile passato con cui non si riescono a fare i conti, il ruolo di presunti carismatici leader di una comunità e la fragilità e doppiezze che nascondono, la complessita’ delle relazioni interpersonali e le diverse sfumature di reazioni psicologiche che le accompagnano (bellissimi gli interrogativi che si pone la protagonista, pagg. 188-190,bellissima la scrittura che li esprime, certamente anche la traduzione….)
    Questa ricchezza di problematiche non incide mai sulla compattezza e coerenza del testo che trovano il loro centro nelle figure dei due protagonisti e nel terso stile dell’autrice.
    Tutte le STELLINE, dunque

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  16. Alessandra (Padova) says:

    Deserto Americano inizia come un romanzo distopico ed ecologista, piuttosto convenzionale ma comunque disturbante. Poi però si trasforma in un delirio stilistico, psicologico, retorico e biblico degno del peggior Steven King, in cui è difficile riuscire a vedere qualcosa che abbia valore letterario (o cinematografico, visto che il genere catastrofico/distopico è piuttosto popolare ad Hollywood) o che comunque dia al lettore una qualunque gratificazione. I protagonisti sono tutti troppo antipatici e vanesi per suscitare simpatia, la vicenda non ha capo né coda, il messaggio ambientalista si perde nel ridicolo della pretesa di scientificità (il bestiario delle creature del’Amargosa, i fossili che svelano come la California del Sud sia la vera culla dell’umanità) e quello umanitario viene spazzato via dalla beata stupidità di Ray e Luz, incapaci di qualunque riscatto o redenzione. Gli inserti narrativi (come le interviste ai seguaci di Levi, o le confessioni dello stesso Levi al suo psichiatra) sono insensati, tanto quanto lo è la prosa dell’autrice quando tenta di riflettere o di divagare per accrescere l’aspettativa del lettore. Una vera delusione, sotto tutti i punti di vista.

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  17. Donata, torino says:

    Forse è un libro non facile da comprendere ad una lettura immediata,e che può anche disorientare, ….. Ma del tutto privo di valore proprio no….

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  18. Evidentemente, Ida Poletto ed io abbiamo gusti affini. Ancora una volta, mi trovo a sottoscrivere interamente quanto da lei già affermato.Non ne potevo più. Ho terminato il libro solo per rispetto nei confronti della casa editrice e dei miei compagni di lettura. Tanto materiale, tanti spunti interessanti, ma alla fine? Che resta della storia? Una setta guidata da un folle leader carismatico, una sorta di triangolo amoroso, nessuna redenzione. Asfissiante. Anche nell’edizione italiana, avrei mantenuto il titolo originale del romanzo.

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  19. Irene says:

    Leggendo Deserto americano non ho pensato alla vicenda di Manson, quanto piuttosto a Jonestown, una comunità, ma sarebbe meglio dire una setta, fondata dal pastore Jim Jones negli anni ’70 che ha portato alla morte di più di ’900. Jonestown e la setta di Levi si somigliano molto e questo è un aspetto che mi ha colpito, perché si tratta di uno scenario che è già esistito e che potrebbe, purtroppo, esistere nuovamente. Questo è forse l’unico aspetto che mi è piaciuto veramente del romanzo. Perché
    Claire Vaye Watkins ha scritto un romanzo con del potenziale, ma ha gestito con poca dimestichezza gli elementi che aveva a disposizione. Peccato.

    Un romanzo che parte da un’idea interessante, che vorrebbe essere distopico ma non lo è del tutto, con riferimenti a fatti reali e a fatti non reali che però, ahimé, potrebbero esserlo.
    Del romanzo distopico a Deserto americano manca la descrizione socio-politica del contesto che, a parte che in alcuni discorsi intrapresi da Levi e dai suoi compagni di vita, non è praticamente quasi presente. Ed è davvero un peccato perché così rimane solo una storia che verrà presto dimenticata, senza lasciare un segno indelebile nei lettori (penso al maestro del distopico, Philip Dick, i cui romanzi scombussolano dentro, ad esempio).
    Interessante l’idea, ma sviluppata in modo poco approfondito, come se l’autrice si fosse più concentrata nel rendere “creativa” la struttura del romanzo – introduzione nella seconda parte, bestiario, documenti sulla salute mentale di Levi – dimenticando di porre più attenzione nello svolgersi della trama.

    Potrebbe costituire una lettura piacevole per chi vuole avvicinarsi al romanzo distopico o per chi ha voglia di leggere qualcosa che va un po’ fuori dagli schemi.

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  20. marilena (Roma) says:

    Questo libro ha lasciato strascichi ambivalenti. La storia è una narrazione già vista. Segnalo il recente stazione undici che parla di un’umanità distrutta che si riorganizza per sopravvivere o addirittura la possibilità di un’isola di Hollequbec.
    E’ sicuramente un’opera che mi lascia dentro qualcosa visto che lo stipe ipnotico e sballato mi ha subito preso.
    Ho pensato che l’autrice volesse rendere evidenti le paranoie di un mondo in dissoluzione, in cui ogni logica scompare.
    Molto interessante, come espediente narrativo, l le voci fuori campo dei partecipanti alla comunità religiosa, come un coro greco d’altri tempi.
    Tuttavia alla fine devo dire che ho sentito mancare passione e mordente come se l’esplosione repressa fosse stata disinnescata.
    Glielo perdono. Magari all’autrice manca una forma di pathos maturo che può acquistare con la prossima opera.

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  21. nonostante io definisca la mia esperienza di lettura pienamente riuscita per me solo quando il romanzo mi entra sotto la pelle e si stabilisce empatia tra me e il o i personaggi, non vuol mica dire che un romanzo debba avere necessariamente pathos o portare all’immedesimazione del lettore col protagonista o chi per lui, per essere un bel romanzo. Basti pensare alla scelta di Bertolt Brecht, che non è esattamente un dilettante; anche se io personalmente, come si può intuire, non lo amo. A volte l’autore decide di mantenere un distacco, un senso di straniamento perché il lettore possa porsi lucidamente nei confronti della vicenda o dei personaggi, senza farsi ‘deviare’ da un coinvolgimento emotivo. Anche Mattatoio n 5 non è un campione di pathos, molti romanzi che hanno a che fare con la guerra evitano volontariamente il pathos…
    Ciò detto, è poi una questione molto complessa capire perché un romanzo ci è piaciuto oppure no :)

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  22. Stefania (Padova) says:

    Ho letto volentieri questo romanzo. Ho apprezzato la trama e la prosa: complessa la prima, arida la seconda. Una scrittura studiata per lasciare al lettore l\’impressione di avanzare in un bagliore accecante, affogare nella sabbia e nel suo mutare. Più che simbolismi, ecoteorie e ricordi autoreferenziali quello che mi ha colpito è la lucidità e la descrizione di immagini e sensazioni, come se sudore e sabbia rimanessero addosso ad ogni pagina.

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  23. Marilena, lunedì a Milano says:

    Sicuramente un libro, Deserto Americano, che non lascia indifferenti, sia che lo si apprezzi o meno. Io ne sono stata totalmente catturata, anche per una serie di \”identificazioni geografiche\” personali. Quello descritto è un paesaggio che conosco bene; anni fa sono stata anche ad Amargosa e ho visto il teatro nel quale Luz \”reciterà\” il suo addio alla comunità. Ho conosciuto quel deserto, affascinante e respingente, dove non ci sono dune di sabbia (nella Valle della Morte e in pochi altri luoghi) e quindi le dune che si muovo nel romanzo, coprendo e rivelando cose, sono ancora più terribili perché fatte di scorie. E quindi più terribile è la verosimiglianza della storia, ambientata in un futuro prossimo ma ancorata a luoghi reali, ad archetipi della cultura e della storia americana tutt\’ora molto vivi. L\’autrice è stata molto brava a raccontare una storia inquietante mescolando abilmente istanze ecologiste, esperienze personali, richiami ai miti fondanti degli Stati Uniti (la continua ricerca di una nuova frontiera spesso da parte di persone o gruppi in fuga – dai Padri Pellegrini ai poveri e agli avventurieri della corsa verso il West). Nelle letture di Luz si trovano i grandi ispiratori della scoperta naturale dei grandi territori americani ma, al contempo, la sua vita è intrisa anche dei falsi miti della fama, del denaro, dell\’apparenza. Una storia americana che l\’autrice con grande abilità a saputo rendere universale. Il libro è volutamente freddo per poter fare arrivare al lettore una visione sicuramente negativa del futuro. Non c\’è identificazione con i personaggi ma, come è stato detto, non è sempre necessario identificarsi o essere consolati nella lettura. Per me un romanzo straordinario.

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  24. Ho provato una marcata ambivalenza rispetto a questa storia così americana, opera di un’autrice (ma l’ho appreso a metà lettura) con un passato esistenziale pesante. L’animato incontro di gruppo l’ha per così dire accentuata.
    Il distopico è un genere che frequento senza pregiudizi, praticato da autori di tutto rispetto. Ho letto con interesse la prima parte; la duna che avanza mi è sembrata una discreta metafora punitiva dell’America consumista e inquinatrice, una certa “piattezza” dei due protagonisti efficace rispetto al fulcro vuoto e riarso della narrazione.
    Poi è comparsa la bambina, simbolo secondo me mal gestito (cura, maternità?), e nella seconda parte la trama ha preso una direzione sgradevole e ondivaga.
    La setta è tratteggiata in modo prevedibile e convenzionale, diversi spunti, a volte interessanti (ecologia, credenza, psichiatria…), vengono lasciati cadere senza sviluppi. L’intermezzo dedicato alla prigionia di Ray nel “limbo” ha l’effetto di un poco funzionale racconto denro romanzo.
    Anche l’acqua che infine travolge Luz nel finale rimane metafora immotivata.
    Indovinata invece la cifra stilistica “fredda”, anche se la scrittura palesa la sua origine di scuola.

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  25. Susanna (gruppo Torino centrale) says:

    E’ un’opera articolata e ricca di tematiche fin troppo attuali, che non ha lasciato nessuno indifferente nonostante le reazioni personali molto varie. L’abilità nella scrittura consente all’autrice di alternare con sicurezza differenti registri e di controllare abbastanza bene la coesione del romanzo, ma senza mai cadere nella tentazione di compiacere il pubblico: in questa storia aspra e spigolosa non ci sono personaggi veramente positivi, nulla che possa rassicurare il lettore e lasciarlo mettere comodo e a proprio agio. Quello che viene narrato si caratterizza come un mondo molto americano, non solo per le precise indicazioni geografiche ma per la riproposizione in chiave distopica della tenace epopea della frontiera: però ognuno (anche chi si è meno ritrovato in queste caratteristiche) ha incontrato nel romanzo pagine memorabili – per esempio il catalogo dei fantastici animali del deserto, la prigione-limbo nella miniera di talco con i suoi ospiti teledipendenti, le allucinazioni di Ray durante la fuga, il surf sulle dune e molte altre ancora.

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  26. Gabriella, Milano says:

    Come al solito mi piacciono i romanzi strani, quelli che mi fanno immergere in una realtà diversa e , in qualche modo irreale. E Deserto Americano ci è riuscito: in qualche modo il fatto che un simile ambiente non esista (al momento) sulla Terra mi attira moltissimo e la capacità della scrittrice di creare un mondo alternativo (pur negativo come in questo caso) mi affascina.Dove avrà trovato l\’idea dell\’Amargosa, di questa massa mobile di dune di sabbia che si sposta in continuo? Io ne sono rimasta affascinata. E che dire del bestiario? affascinante, proprio affascinante per me. La lotta dei personaggi tormentati dal loro passato ed il loro spostamento dal passato al presente ad un possibile futuro è simile allo spostamento delle dune, infinito. L\’immagine dell\’acqua finale è come la libertà: tanto desiderata, ma quando arriva può uccidere, se non si sa nuotare.Insomma, lo consiglierei a molte persone, a chi ama immaginare mondi alternativi ed a chi ama la letteratura come evasione totale verso una realtà alternativa.

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  27. Nicoletta (Torino) says:

    Romanzo su un possibile futuro senza acqua o racconto realistico sull ‘aridità già presente nelle nostre città e nelle nostre vite? L’invenzione dell’autrice, vissuta davvero nel deserto americano e in una setta, non si allontana mai troppo dalla realtà, una realtà che sa trasferire bene sulla pagina. Ho apprezzato la qualità della scrittura.

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  28. Sara says:

    Ho odiato questo libro, ho provato repulsione, fastidio, incomprensione. La prima parte ancora ancora passabile, ma arrivati al santone e alle sette ho dovuto riporlo tra i libri indesiderati! Forse l’autrice voleva proprio questo, ma al di là dei contenuti, del suo valore o senso, è una storia e una trama che a me non è arrivata. Prima dell’incontro mi sono informata leggendo vari commenti e sono andata a leggermi il finale. Io non lo consiglio, e nemmeno lo comprerei, nonostante ha il pregio di essere scritto molto bene.

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