Morire in primavera

morire in primavera 02Nel tardo inverno del 1945, nella Germania del nord, Walter e Fiete, diciassette anni ciascuno, lavorano come mungitori in un podere dal magnifico stemma con un cavallo nero sotto due falci incrociate. Il podere mostra tutti i segni della guerra. Lo stemma giace a terra in giardino, le travi della torre dell’orologio si ergono carbonizzate nel cielo, il portico è storto e danneggiato dopo un attacco dei caccia. «Il soldato Ivan è già sull’Oder», sussurrano le donne e sperano che quell’ultimo sussulto di guerra non si porti via, dopo gli uomini, anche i ragazzini del podere, come Walter e Fiete, mungitori dalla faccia pulita.
Walter pensa che non lo spediranno mai al fronte. Sparava storto già nella Gioventú Hitleriana, ha gli occhi che non vanno, munge mucche, fa un lavoro che qualcuno deve pur fare. Inoltre, deve ancora finire di brigare con Elizabeth, la ragazza che fuma come una ciminiera e, con le sue sopracciglia, i riccioli neri e una sfrontatezza senza pari, sembra una zingara.
Fiete, il suo amico piú caro, ha il volto scarno, la carnagione imberbe, le ciglia lunghe e ricce e, se chiude gli occhi pesti, pare una ragazza.
Quando beve, anziché dire «Heil Hitler», dice «Drei Liter». Ha già la fidanzata: Ortrud, dalle labbra rosse come nessuna. Insomma, è tutto fuorché un soldatino di piombo pronto a difendere l’onore della grande Germania.
A una festa, però, lungo il canale, tra barili di birra e un’orchestrina di otto elementi, compaiono anche le Waffen-SS, con le loro divise grigioverdi pulite, stivali lustri e un invito cui nessuno può sottrarsi, pena ritrovarsi un cappio attorno al collo: arruolarsi per sancire la fedeltà al Führer, al popolo, alla patria e alla fede incrollabile nella vittoria!
Walter e Fiete si ritrovano cosí in Ungheria. Walter a trasportare rifornimenti per le truppe e Fiete nell’orrore del fronte. Fiete rimedia una scheggia sotto la clavicola, viene curato alla meglio e rispedito in prima linea, dove gli ufficiali tirano le bombe a mano sui talloni dei loro stessi uomini per riuscire a mandarli all’attacco.
In un giorno di primavera, Walter apprende che Fiete non ha resistito all’orrore: ha disertato, è stato riacciuffato, sprangato e chiuso a chiave proprio nella cantina della sua camerata.
L’indomani tocca proprio alla sua camerata l’onore di «rispedire al mittente», davanti a un plotone d’esecuzione, il giovane amico.
Salutata in Germania come una delle opere piú importanti della narrativa tedesca contemporanea, capace di inaugurare finalmente «l’era post-Günther Grass» (Die Zeit), Morire in primavera è piú di un libro sulla guerra e sulla follia nazista. È un romanzo in cui l’innocenza e la colpa, la libertà e il destino, l’amicizia e il tradimento sono chiamati a raccolta in una prosa limpida e controllata che colpisce al cuore.

«Morire in primavera è un romanzo grandioso, piú forte di qualsiasi esperienza letteraria. Ed è anche molto piú di un romanzo pacifista. Il miglior libro che ho letto quest’anno».
Sebastian Hammelehle, Der Spiegel
«È ormai una certezza: con Morire in primavera è stata ufficialmente e potentemente inaugurata l’era post-Günther Grass».
Die Zeit
«Raramente sono stati descritti in modo così radicale e avvincente la barbarie e l’orrore della guerra. Raramente la letteratura ha usato i propri mezzi in modo tanto magistrale».
Deutschlandradio Kultur

Traduzione dal tedesco di Riccardo Cravero
Euro 16,00
240 pagine
EAN 9788854511620
BLOOM

Ralf Rothmann (1953) è uno scrittore, poeta e drammaturgo tedesco, vincitore del Premio Francoforte-Bergen, del prestigioso Literaturpreis der Konrad-Adenauer-Stiftung e, nel 2013, del Friedrich-Hölderlin-Prize. I suoi romanzi sono tradotti in piú di dieci lingue.

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Morire in primavera, 9.7 out of 10 based on 3 ratings
  1. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    Mi viene da definire “Morire in primavera”, un film: un “film di carta”.
    Con scene nitide e senza sbavature, con descrizioni tanto precise e studiate da non lasciare il minimo spiraglio all’immaginazione, e con personaggi che si rivelano al lettore solo attraverso dialoghi, azioni e le poche lettere scritte ai familiari (nel film, le immagino come delle voci fuori campo).
    Solo nelle primissime pagine, Rothmann pare indugiare su qualche pensiero di Walter (per esempio, quando il giovane annusa la vestaglia di Lisel) ma, dal reclutamento in avanti, il discorso indiretto libero è quasi totalmente bandito e tutto è in ‘presa diretta’.
    E pur non amando questo genere di scrittura, per me troppo asettica, devo ammettere che, in questo caso, ho subito il fascino della scelta scrupolosa di ogni parola e l’accuratezza di ogni dettaglio.
    Solo la ‘sceneggiatura’, rimanendo dentro la metafora, ho avvertito carente. Praticamente scontata.
    Ma, d’altro canto, quale guerra non lo è?

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  2. Se avete pensato a De André e a La guerra di Piero, ci avete quasi preso. Si parla di primavera e di guerra, l’ultima primavera della Seconda Guerra Mondiale, quando la Germania nazista è prossima alla sconfitta ma rastrella le campagne e le città in cerca di ragazzini da mandare a morire sul fronte con una divisa che sembra sempre troppo grande. I rametti di betulla che si vedono sulla sobria e drammatica copertina dell’edizione originale sono quelli che si usavano per costruire improvvisate croci da mettere sulle sterminate distese di soldatini uccisi e lasciati lì, mentre si avanza nonostante tutto, quasi con la speranza di essere catturati dagli Americani, perché l’alternativa è morire per le ferite o trapassati dai russi.
    Di nuovo un altro libro sulla guerra? E che noia, si potrebbe pensare. Ma mentre la guerra è sempre la guerra, anche se spostata nel tempo e nello spazio, ci sono libri e libri sulla guerra. E di romanzi come questo, credetemi, ce ne sono pochissimi e vanno proprio letti.
    Walter e Fiete sono due ragazzi di 17 anni che di mestiere mungono mucche, perché senza latte come si farebbe, anche e soprattutto in guerra? Certo sono più utili lì che sul fronte, dove i russi e gli americani stanno chiaramente per avere la meglio, nonostante i messaggi roboanti della propaganda nazista (anche i tedeschi ascoltano la radio del nemico), ma le SS non sembrano essere della stessa opinione: ormai si ricorre agli stratagemmi più puerili per obbligare gli adolescenti ad arruolarsi, e una sera ci cascano anche i due amici. Spediti tutti e due in Ungheria, lasciandosi dietro le due fidanzate e il posto in stalla, per Walter le cose vanno meno peggio (fa l’autista), mentre Fiete finisce al fronte, viene ferito, alla bell’e meglio ‘ricucito’ e di nuovo mandato al fronte. Fiete, un po’ poeta un po’ contadino insieme, non regge e fugge, solo per venir catturato dai suoi dopo pochi passi e condannato a morte. Il plotone d’esecuzione è fatto dalla camerata in cui si trova anche Walter. Non serve andare oltre con la trama, perché c’è già tutto quello su cui il lettore si sente costantemente interrogato durante la lettura del romanzo: di fatto, la narrazione si apre con il figlio di Walter che si interroga sui silenzi di suo padre, morto a sessantuno anni di vecchiaia, di logorio, consumato dai punti interrogativi di domande che non è mai nemmeno riuscito a tradurre in parole. Cosa avremmo fatto noi al posto di Walter? Al posto di Fiete? Saremmo partiti, avremmo obbedito o ci saremmo opposti, accettando le conseguenze (leggi: la morte)? E cosa avremmo fatto al posto delle fidanzate (oddio, a 17 anni si hanno già fidanzate?!), dei genitori, dei datori di lavori rimasti a casa ma non per questo risparmiati dagli orrori della guerra? Cosa avremmo fatto al posto degli ungheresi occupati? Cosa faremmo, se fossimo in guerra? Perché se Walter e Fiete sono due ragazzini sfigati mandati a morire a pochi mesi dalla fine della guerra nel 1945, ci sono ragazzini e bambini spediti al fronte ogni giorno di ogni anno. Quei loro interrogativi devono essere anche i nostri. Rothmann questo fa: tace, non esprime giudizi né prende posizioni morali, usa una lingua spoglia, realistica, che non ci risparmia nulla, eppure non è mai iperbolica, anzi nella misura di una esposizione quieta e precisa sta la sua violenza, la sua forza. Non c’è pathos, ma d’un tratto in quel lazzaretto ci siamo noi, ci siamo noi su quella BMW alla ricerca della tomba del padre morto nella stessa guerra, noi siamo quelli che non ce la fanno più e non sanno di che pallottola sia meglio morire, siamo noi a vedere quello che non sapremmo raccontare. D’altronde, non è che uno a diciassette anni possa davvero rielaborare l’orrore, non vi pare? Non trova le parole per commentare, registra e basta, passivamente, incapace di reagire se non con qualche lacrima, a bocca aperta ma muta, perché nemmeno un urlo riesce a prendere forma. Cosa rimane dell’amicizia in guerra? Cosa diventa la pietà? Fiete racconta di una teoria secondo cui le cellule hanno la memoria e quindi ai nascituri passeranno anche gli incubi e i ricordi delle sensazioni: il proiettile ferirà non solo il soldato ma anche i suoi figli non ancora nati. E Walter, disperato, si chiede e ci chiede cosa erediteranno dunque i figli di quelli che il proiettile lo hanno dovuto sparare. Un grande monito, questo romanzo: non c’è nessuno che esca salvo dalla guerra, non c’è futuro che non porti segni dell’orrore, anche se continuiamo a fare finta di non vederli.
    Sono certa che la traduzione di Cravero non potrà che rendere giustizia a questo romanzo che così grande successo di critica ed entusiasmo di lettori ha raccolto nei paesi di lingua tedesca (io l’ho letto appunto in originale, prima che arrivasse qui, non sapevo nemmeno che fosse in programma per Neri Pozza e quando l’ho scoperto mesi fa, sono stata davvero molto felice).Se capite il tedesco, vi consiglio questo servizio, con intervista a Rothmann, passato su ARD
    https://www.youtube.com/watch?v=pp-NHI7W4JA
    E qui sentite Rothmann leggere l’incipit ed altri estratti
    https://www.3sat.de/mediathek/?mode=play&obj=52288
    Di nuovo un grandioso esempio di come l’opera d’arte possa anche partire dalla storia personale, ma alla fone si faccia voce per il mondo

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  3. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti Torino n. a Roma

    E’ un romanzo raccontato da un ragazzo di 17 anni che viene arruolato dall’esercito tedesco ai tempi del Fuhrer.
    Alla continua ricerca della tomba del padre , Walter, alla guida dei mezzi militari, permette al lettore di conoscere luoghi e circostanze della guerra.
    Intelligentemente ha studiato per acquisire tutte le patenti ma ij particolare guida un Henschel.
    E’ scritto in prima persona , il romanzo comincia dalla storia del padre di Walter, nel 1987 ha 60 anni, è sordo per i lavori nella miniera. Ha anche una sorella di 12 anni, Helene , malata ai polmoni, per vivere in una città altamente inquinata.
    Il lavoro in campagna ed in specialmodo con le mucche , hanno reso Walter , detto Ata, un esperto nella nascita dei vitellini.
    Ha una fidanzata , Elisabeth detta Liesel, che lavora in un bar, con cui riesce a comunicare, anche dopo la partenza, tramite alcune lettere.
    Ma non solo le lettere della morte dei cari venivano fatte transitare tra i militari , a quanto pare. Segno di forza e di vita e testimonianza per i posteri.
    La madre , una donna frivola , ha una relazione con un imprenditore di pompe funebri , un uomo abietto e spregevole che mi ha fatto pensare al libro di Boll: Foto di gruppo con signora .

    Anche Fiete Caroli è arruolato, nella Baviera, tra le reclute delle SS per raggiungere Budapest con altri 38 ragazzi.
    La sorte di questo ragazzo , purtroppo è ancora, se destino può definirsi peggiore, più avversa che per Walter Urban. Ha una ragazza , Ortrud, che sposerà per procura e che è incinta, ma morirà fucilato, proprio poco tempo prima dell’arrivo degli americani.

    E’ un libro struggente e leggendolo il cuore si rimpicciolisce. Nota particolare per l’impiccagione di chi aiutava i partigiani ( pag. 69 ).

    Si pensi anche alla storia dei tre pesci risalente a tempi antichissimi.
    C’erano una volta tre pesci che vivevano in uno stagno: uno era intelligente , un altro lo era a metà e il terzo era stupido . La loro vita era quella di tutti i pesci di questo mondo, finchè un giorno arrivò… un uomo .
    L’uomo portava una rete e il pesce intelligente lo vide attraverso l’acqua. Facendo appello all’esperienza, alle storie che aveva sentito e alla propria intelligenza, il pesce decise di passare all’azione .
    “Dato che ci sono pochi posti dove nascondersi in questo stagno, farò finta di essere morto”, pensò.
    Raccolse tutte le sue forze, balzò fuori dall’acqua e atterrò ai piedi del pescatore, che si mostrò piuttosto sorpreso. Tuttavia, visto che il pesce tratteneva il respiro, l’uomo lo credette morto e lo ributtò nello stagno. Allora il nostro pesce si lasciò scivolare in una piccola cavità sotto la riva.
    Il secondo pesce, quello semintelligente, non aveva capito bene quanto era accaduto. Raggiunse quindi il pesce intelligente per chiedergli spiegazioni. “ E’ semplice,” disse il pesce intelligente “ho fatto finta di essere morto e così mi ha ributtato in acqua” . Immediatamente, il pesce semintelligente balzò fuori dall’acqua e cadde ai piedi del pescatore . “Strano” pensò il pescatore “tutti questi pesci che saltano fuori dappertutto!” Ma il pesce semintelligente si era dimenticato di trattenere il respiro, così il pescatore si accorse che era vivo e lo mise nel suo secchio.
    Riprese quindi a scrutare la superficie dell’acqua, ma lo spettacolo di quei pesci che atterravano sulla riva , ai suoi piedi, lo aveva in qualche modo turbato, sicchè si dimenticò di chiudere il secchio.
    Quando il pesce semintelligente se ne accorse, riuscì faticosamente a scivolare fuori e a riguadagnare lo stagno a piccoli salti. Andò a raggiungere il primo pesce e, ansimando, si nascose accanto a lui.
    Ora, il terzo pesce, quello stupido, non era naturalmente in grado di trarre vantaggio dagli eventi , nemmeno dopo aver ascoltato il racconto del primo e del secondo pesce. Allora riesaminarono ogni dettaglio con lui, sottolineando l’importanza di non respirare quando si finge di essere morti.
    “Molte grazie adesso ho capito “, disse il pesce stupido e con quelle parole si lanciò fuori dall’acqua e andò ad atterrare proprio accanto al pescatore .
    Ora, il pescatore, che aveva già perso due pesci, lo rimise subito nel secchio senza preoccuparsi di verificare se respirava o no. Poi lanciò ancora ripetutamente la sua rete nello stagno, ma i primi due pesci erano ormai al sicuro nella cavità sotto la riva . E questa volta il suo secchio era ben chiuso . Il pescatore finì col rinunciare . Aprì il secchio, si accorse che il pesce stupido non respirava, lo portò a casa e lo diede da mangiare al gatto.

    E’ un Romanzo letto tutto in un sorso.

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  4. ciao Sabrina, il romanzo è in prima persona solo nel prologo e nell’epilogo, quando a narrare è il figlio di Ata: la vicenda che invece occupa il romanzo è in terza persona, con una onniscienza fredda, di un narratore che per scelta sta dietro la penna con la quale registra gli avvenimenti e a volte anche i pensieri. Il paradosso di questa scelta è che da una totale assenza di pathos nella narrativa nasce un forte coinvolgimento emotivo del lettore, che si trova lì accanto ad Ata o a Fiete in ogni istante (purtroppo…)

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  5. tra l’altro, se è vero che la ricerca del padre è fondamentale e ha certo un senso quasi universale, è solo dopo che parte questo viaggio di Walter alla ricerca di quelle origini che, quando il padre era in vita, avrebbe voluto essere diverse (anche sua sorella si stupisce di come in fondo un po’ le manchi suo padre, sapendo che è morto). Non so, forse la guerra non solo lascia tracce nelle generazioni future, ma mina anche quelle passate, in una sorta di processo di negazione di senso che procede in tutte le direzioni.
    Romanzo che davvero offre molti spunti di riflessione, meno male che c’è il blog (e il bookclub ovviamente) :)

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  6. marilena (Roma) says:

    L’ho letto di corsa. Affranta catturata addolorata.
    Non ho abbastanza parole per descrivere la dolorosa bellezza della solitudine di Walter e Fiete. Uno sognatore, studente e l’altro concreto pratico. Uniti dal comune destino di mancanza di prospettive. Fiete Caroli non sarebbe mai stato mandato a mungere mucche se non ci fosse stato un mondo sottosopra e i due non si sarebbero conosciuti e non sarebbero mai andati in guerra.
    La bellezza lucida asciutta e in un certo modo cattiva di questo libro è tutta qui. L’umanità di alcuni, la follia di tutti. Un cielo che sgancia bombe che colpiscono a caso.
    E la voglia di andare avanti caparbiamente dei sopravvissuti che non si possono permettere di raccontare storie che chi non ha provato fame, non ha visto e sangue e puzzo di carne che va a male non ha voglia di ascoltare.
    Le vite di tutti i sopravvissuti si somigliano tutte.
    Tentativi e fili sparsi.
    Mi è piaciuto tanto. Mi ha fatto male.

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  7. Se avete pensato a De André e a La guerra di Piero, ci avete quasi preso. Si parla di primavera e di guerra, l’ultima primavera della Seconda Guerra Mondiale, quando la Germania nazista è prossima alla sconfitta ma rastrella le campagne e le città in cerca di ragazzini da mandare a morire sul fronte con una divisa che sembra sempre troppo grande. I rametti di betulla che si vedono sulla sobria e drammatica copertina dell’edizione originale sono quelli che si usavano per costruire improvvisate croci da mettere sulle sterminate distese di soldatini uccisi e lasciati lì, mentre si avanza nonostante tutto, quasi con la speranza di essere catturati dagli Americani, perché l’alternativa è morire per le ferite o trapassati dai russi.
    Di nuovo un altro libro sulla guerra? E che noia, si potrebbe pensare. Ma mentre la guerra è sempre la guerra, anche se spostata nel tempo e nello spazio, ci sono libri e libri sulla guerra. E di romanzi come questo, credetemi, ce ne sono pochissimi e vanno proprio letti.
    Walter e Fiete sono due ragazzi di 17 anni che di mestiere mungono mucche, perché senza latte come si farebbe, anche e soprattutto in guerra? Certo sono più utili lì che sul fronte, dove i russi e gli americani stanno chiaramente per avere la meglio, nonostante i messaggi roboanti della propaganda nazista (anche i tedeschi ascoltano la radio del nemico), ma le SS non sembrano essere della stessa opinione: ormai si ricorre agli stratagemmi più puerili per obbligare gli adolescenti ad arruolarsi, e una sera ci cascano anche i due amici. Spediti tutti e due in Ungheria, lasciandosi dietro le due fidanzate e il posto in stalla, per Walter le cose vanno meno peggio (fa l’autista), mentre Fiete finisce al fronte, viene ferito, alla bell’e meglio ‘ricucito’ e di nuovo mandato al fronte. Fiete, un po’ poeta un po’ contadino insieme, non regge e fugge, solo per venir catturato dai suoi dopo pochi passi e condannato a morte. Il plotone d’esecuzione è fatto dalla camerata in cui si trova anche Walter. Non serve andare oltre con la trama, perché c’è già tutto quello su cui il lettore si sente costantemente interrogato durante la lettura del romanzo: di fatto, la narrazione si apre con il figlio di Walter che si interroga sui silenzi di suo padre, morto a sessantuno anni di vecchiaia, di logorio, consumato dai punti interrogativi di domande che non è mai nemmeno riuscito a tradurre in parole. Cosa avremmo fatto noi al posto di Walter? Al posto di Fiete? Saremmo partiti, avremmo obbedito o ci saremmo opposti, accettando le conseguenze (leggi: la morte)? E cosa avremmo fatto al posto delle fidanzate (oddio, a 17 anni si hanno già fidanzate?!), dei genitori, dei datori di lavori rimasti a casa ma non per questo risparmiati dagli orrori della guerra? Cosa avremmo fatto al posto degli ungheresi occupati? Cosa faremmo, se fossimo in guerra? Perché se Walter e Fiete sono due ragazzini sfigati mandati a morire a pochi mesi dalla fine della guerra nel 1945, ci sono ragazzini e bambini spediti al fronte ogni giorno di ogni anno. Quei loro interrogativi devono essere anche i nostri. Rothmann questo fa: tace, non esprime giudizi né prende posizioni morali, usa una lingua spoglia, realistica, che non ci risparmia nulla, eppure non è mai iperbolica, anzi nella misura di una esposizione quieta e precisa sta la sua violenza, la sua forza. Non c’è pathos, ma d’un tratto in quel lazzaretto ci siamo noi, ci siamo noi su quella BMW alla ricerca della tomba del padre morto nella stessa guerra, noi siamo quelli che non ce la fanno più e non sanno di che pallottola sia meglio morire, siamo noi a vedere quello che non sapremmo raccontare. D’altronde, non è che uno a diciassette anni possa davvero rielaborare l’orrore, non vi pare? Non trova le parole per commentare, registra e basta, passivamente, incapace di reagire se non con qualche lacrima, a bocca aperta ma muta, perché nemmeno un urlo riesce a prendere forma. Cosa rimane dell’amicizia in guerra? Cosa diventa la pietà? Fiete racconta di una teoria secondo cui le cellule hanno la memoria e quindi ai nascituri passeranno anche gli incubi e i ricordi delle sensazioni: il proiettile ferirà non solo il soldato ma anche i suoi figli non ancora nati. E Walter, disperato, si chiede e ci chiede cosa erediteranno dunque i figli di quelli che il proiettile lo hanno dovuto sparare. Un grande monito, questo romanzo: non c’è nessuno che esca salvo dalla guerra, non c’è futuro che non porti segni dell’orrore, anche se continuiamo a fare finta di non vederli.
    Sono certa che la traduzione di Cravero non potrà che rendere giustizia a questo romanzo che così grande successo di critica ed entusiasmo di lettori ha raccolto nei paesi di lingua tedesca (io l’ho letto appunto in originale, prima che arrivasse qui, non sapevo nemmeno che fosse in programma per Neri Pozza e quando l’ho scoperto mesi fa, sono stata davvero molto felice).Se capite il tedesco, vi consiglio questo servizio, con intervista a Rothmann, passato su ARD
    https://www.youtube.com/watch?v=pp-NHI7W4JA
    E qui sentite Rothmann leggere l’incipit ed altri estratti
    https://www.3sat.de/mediathek/?mode=play&obj=52288
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  8. Silvia Milano says:

    Non amo i libri sulla guerra, per la cattiveria e l\’orrore inevitabili che portano con sé. E anche questo romanzo non si sottrae, ma questo romanzo mi è piaciuto. C\’è una delicatezza sottile in questa scrittura asciutta e accurata. Nella tremenda tragedia, che si sente in ogni parola, c\’è una umanità potente che esce dal testo e mi ha catturato. E\’ un libro triste ma bello!

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  9. Rita C. says:

    L’orrore della guerra si imprime dentro le cellule e diventa parte del patrimonio genetico che si tramanda di padre in figlio, ma anche il valore dell’amicizia si tramanda, valore così importante che attutisce il senso di orribile solitudine che si prova davanti alla morte! Dopo tanta letteratura sulla Seconda Guerra Mondiale si può ancora scrivere qualcosa di nuovo, per non dimenticare… Bellissimo libro!

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  10. rosaria alba fontana (milano) says:

    Un romanzo lucido ed essenziale che, dall’ultimo periodo della seconda guerra mondiale in Germania, ci trascina nel solito dilemma. Nonostante secoli e secoli di conflitti atroci ricadiamo nel medesimo orrore, come se la guerra appartenesse alle caratteristiche proprie dell’essere umano. Walter, il protagonista diciasettenne, costretto a partecipare alle ultime fasi del conflitto mondiale, deve fronteggiare un dolore tremendo: far parte del plotone di esecuzione contro l’ amico disertore Fiete. Nella squallida cella di prigionia, Walter trascorre l’ultima notte con il suo amico. Fiete gli racconta che suo padre, medico, aveva una teoria: “le cellule del nostro corpo hanno memoria, anche quelle dei semi e delle uova… se ti feriscono nell’animo o nel corpo, avrà effetto sui tuoi discendenti”. C’è quindi una memoria delle paure, delle sofferenze che Rothmann, con grande maestria, ci fa intuire non solo nelle persone, ma anche nei paesaggi che descrive con particolari crudi, ma poetici al tempo stesso. È un romanzo al maschile, in cui il “femminino” trova poco spazio (la mamma e la fidanzata di Walter sono pragmatiche e poco sensibili), mentre assume una grande importanza la figura del padre come punto di riferimento per comprendersi meglio.” I padri han mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati”. Ciascuno risponde solo delle proprie colpe? O Le colpe dei padri ricadono sui propri figli?

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  11. Rosalba mi trovi concorde su tutti i fronti, hai ragione a richiamare l’attenzione sulle descrizioni geografiche e degli oggetti (la copertina tedesca va in questa direzione), sono quasi un correlativo oggettivo che riflette quello che immaginiamo alberghi nel cuore di Ata e Fiete. Non so se le colpe passino di generazione in generazione, certo passa il senso di colpa inteso come dolore muto, e probabilmente ce ne liberiamo solo quando riusciamo a dare ad esso una espressione, a farlo uscire in parole (cfr incipit del romanzo). Sulle donne: sai che non so se proprio tutte le donne sono figure così negative? certo, la madre di Walter è pessima, sono d’accordo con te, ma temo che non sia una questione di guerra. Invece pensavo alle fidanzate, che aiutano a dare un senso all’attesa, da tutte e due le parti. Il silenzio di Ata che fugge alla vista della pancia della fidanzata di Fiete è un momento molto duro della narrazione.
    E pesando ad Ata e a Fiete, al loro modo diverso di affrontare la vita, ho ripensato alla teoria di Primo Levi sui sommersi e sui salvati e mi sono detta che tra errore ed orrore c’è proprio solo una piccola differenza, a cui sbadatamente ci ostiniamo a non prestare attenzione, noi dislessici della Storia.
    So che è i tedesco, ma per chi può (o al massimo provate con google translator!): allego l’articolo che al romanzo dedicò Die Zeit, notevole come sempre
    http://www.zeit.de/2015/25/ralf-rothmann-im-fruehling-sterben

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  12. ida poletto says:

    il narrare è distaccato , ricorre spesso a immagini e paesaggi che mescolano orrore e bellezza senza particolare commozione; una Natura , quella che accomuna l\’uomo , l\’albero , gli animali, che vive di leggi proprie…naturali appunti. sembra quasi di leggere il canovaccio di qualcosa che forse non diventerà un romanzo …la scrittura è pulita e ricca di spunti ma non mi ha catturato

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  13. Alessandra (Padova) says:

    Quello che più mi ha colpito di questo libro è il tono, incredibilmente pacato e distaccato, che l’autore ha scelto di usare, nonostante stia raccontando degli eventi terribili accaduti al suo stesso padre. Credo che l’intento di rimanere lontano sia dal patetico che dal melodrammatico sia lodevole, e forse si tratta in parte di un meccanismo di difesa, ma certe volte la narrazione è così didascalicamente descrittiva da risultare piatta, a causa della monotona sintassi paratattica e del morigerato utilizzo di punteggiatura, tanto che l’attenzione del lettore viene a calare, con il rischio di perdere fatti e passaggi rilevanti, che in genere sono mimetizzati nel flusso narrativo anziché evidenziati. Forse questa scelta stilistica è frutto di una riflessione sul modo in cui la guerra inaridisca ed appiattisca l’anima e le emozioni di chi vi resta coinvolto, e sicuramente il desiderio di ricordare e testimoniare va di pari passo con quello di dimenticare (non credo sia un caso se, nel libro, tutti i figli perdono le tracce delle tombe dei padri). Penso si tratti di un racconto interessante dal punto di vista contenutistico, ma che non riesce davvero a far breccia nel cuore e nella memoria del lettore (tranne, a mio avviso, per quanto riguarda la sequenza della fucilazione di Fiete, l’unico punto in cui io mi sia sentita emotivamente coinvolta). Una buona testimonianza, di certo, il racconto lucido e puntuale di una vicenda umana universale (solo per caso il giovane mungitore Walter è un tedesco, potrebbe trattarsi di un soldato di qualunque nazionalità in una qualunque guerra) ma senza grande valore letterario.

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  14. francesco book club di Roma says:

    L’incipit, molto bello, di questo libro definisce lo stile di questo romanzo che ho molto apprezzato.
    La storia di un uomo che nonostante le prove durissime che la vita gli ha proposto, ha mantenuto una qualità interiore molto alta.Tutto questo non è però bastato ad elaborare e annullare le brutture che ha visto e delle quali è stato artefice, con effetti rilevanti sul suo carattere ed il suo stile di vita.
    Scritto con eleganza e grande pacatezza con una prosa asciutta ma molto descrittiva racconta una storia di ragazzi in guerra e di come tutto questo ha influenzato il loro futuro.

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  15. Ciao Alessandra,
    in tedesco Rothmann usa assai spesso quello che in latino è l’ablativo assoluto (con participi presenti e passati in inizio di frase) e quella costruzione tedesca che è costituita da un’intera frase che diventa ‘aggettivo’ del sostantivo a cui si riferisce (esempio stupido: la che stava per essere ridipinta casa), quindi poi sì effettivamente non aggrava ulteriormente con altri costrutti, anche se ci sono parecchie secondarie, a dir la verità. Immagino che la scelta di una prosa fluida abbia sempre a che fare con l’impressione di voler semplicemente ritrarre tutto com’è, compreso il tempo che passa, come successione di eventi, senza ‘manipolazioni’, per così dire

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  16. nunzia says:

    “Morire in primavera” è un romanzo, la cui vicenda è analizzata dall’occhio innocente e sensibile di un soldato giovanissimo, alla sua prima esperienza bellica. Non è tanto la figura fisica che ci guida nelle situazioni, quanto l’ingenuità di chi, costretto a entrare in guerra, quando sperava di essersela cavata, vede atrocità, sofferenze, fisiche e morali, ingiustizie. Il suo goffo tentativo di confutare le regole assurde sbandierate dai suoi capi, non è il frutto di un profondo antinazismo, ma, secondo me, è solo l’angoscia di un giovane che non comprende le ragioni delle guerre. La ferocia di alcune pagine, molto coinvolgenti, è quell’istinto disumano che prende il sopravvento negli uomini mandati a morire per la pazzia di interessi altrui. Valter è un agnello tra i lupi … di fronte al quale si resta allibiti, soprattutto se si pensa che il protagonista è un soldato che siamo abituati a immaginare un miserabile assassino senza cuore. L’opera abile del traduttore ci dà la certezza di trovarci di fronte a una prosa efficace e lineare, senza la quale il libro non sarebbe così dolorosamente vissuto.

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  17. L’ultimo conflitto mondiale è stato argomento di un tal numero di romanzi che ho iniziato con modesto interessamento la lettura di “Morire in primavera”.
    Il titolo mi richiamava banalmente la canzone di De André; piuttosto a sproposito, visto che Fiete muore molto peggio di Piero e Walter torna a casa. Passa soltanto, per la precisione: rivede la sorella, l’unica che gli manifesta affetto, mentre la madre si mostra imbarazzata e glaciale.
    Tutta la narrazione è caratterizzata dal contrasto tra le vicende drammatiche e l’asciutta pacatezza della scrittura, che mai indulge al pathos, quasi riproponendo una versione peculiare del realismo d’antan.
    Le descrizioni spesso minuziose di privazioni, sofferenze e paure sono presentate con controllata oggettività, i sentimenti vengono espressi attraverso le azioni i che i giovanissimi protagonisti si trovano a dover compiere.Questa “freddezza” connota in maniera più efficace di tante denunce l’inutile brutalità brutalità della guerra.
    Il mio giudizio sull’opera è senz’altro positivo.

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  18. Claudio says:

    Questo è un libro che ha tutte le caratteristiche per essere un grande romanzo. È scritto bene, ha una storia di notevole spessore, dosa con efficacia tono cronachistico e pathos, non si dilunga sulle descrizioni delle brutture della guerra pur riferendole con notevole efficacia. Tratteggia la figura di un ragazzo integro, che mantiene la sua personalità nonostante ciò che ha vissuto, anzi proprio per quello.
    Eppure qualcosa non mi torna.
    La storia di ragazzini buttati a perdersi nel calderone, nel caos del disfacimento del Reich è un fatto purtroppo reale, vissuto da un’intera generazione di tedeschi. Nel racconto di Ralf Rothmann la storia assume una efficacia, una verosimiglianza notevole, ma mi pare un po’ costruita, magistralmente tesa a catturare il lettore, a colpirlo senza darlo a vedere, ma proprio per questo lascia una sensazione amara, si percepisce un suono falso, un’eco di già sentito, una galleria di fatti, caratteristiche e personaggi che danno la sensazione di essere preconfezionati.
    La storia di un ragazzo che passa attraverso le brutture della guerra e ne esce uomo a tutto tondo è molto bella, descritta con tono volutamente distaccato seppure partecipe, si dipana con buon ritmo, senza soluzione di continuità, senza mai perdere l’attenzione del lettore. Ma Ata pare già troppo maturo per la sua età, per la sua esperienza di vita, per la formazione familiare e sociale; sa troppe cose della vita , dopo pochi mesi di addestramento padroneggia come un veterano l’arte del sopravvivere in guerra. Ha sentimenti profondi e solari nei confronti dell’amico, della famiglia, della fidanzata, che sono già quelli di un uomo di buon spessore morale e non più le pulsioni di un diciassettenne apprendista mungitore di mucche.
    Lascio il libro ammirato per la bravura dello scrittore, per la sua capacità di raccontare una storia difficile in modo superbo, ma non ne sono rimasto coinvolto, mi ha lasciato la percezione di un’immagine ritoccata… ecco, di un’immagine.

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  19. Alessandra (Padova) says:

    Ciao Paola,
    per fortuna conosco un pochettino di tedesco, perciò capisco quello che vuoi dire, e ti ringrazio moltissimo: credo che sia fondamentale il riscontro di chi ha letto tutto il libro in lingua originale e può fornire dettagli illuminanti sulla lingua utilizzata realmente dall’autore. Quello che mi dici sembra confermare il fatto che, anche in tedesco, l’autore abbia voluto scegliere consapevolmente uno stile di prosa descrittivo più che narrativo, lasciando che l’orrore e l’angoscia della vicenda trasparissero dai fatti stessi e non da funambolismi retorici, e credo sia stata una scelta molto intelligente, adatta a un’opera come Morire in primavera.
    Come dice Sabrina, nel primo commento, leggendo il libro si può già quasi vederlo su uno schermo, tradotto il formato cinematografico: se così fosse, credo che Morire in primavera sarebbe un documentario, lontano sia dall’originalità dei veri capolavori del cinema (come Orizzonti di Gloria o Lettere da Iwo Jima) che dai film più modesti che puntano alla lacrima facile (come Il Pianista o La Vita è Bella).

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  20. Ciao Alessandra,
    sì, Rothmann ha dichiarato ovunque di non voler suscitare empatia, ma di far cascare li lettore nell’azione senza (apparente) commento. Però non è un memoriale, nonostante la vicenda peschi dalla realtà familiare di Rothmann: è proprio pura fiction, è costruzione prima che ricostruzione. La scrittura è solo apparentemente diretta: la costruzione attributiva richiede attenzione, non è la riproduzione del linguaggio ‘naturale’ (nessun tedesco nel parlare userebbe una roba così), anzi il livello di letterarietà è estremamente elevato, proprio per riuscire a dare l’impressione di un’assenza di un piano narrativo dell’autore.
    Per quanto mi riguarda, è molto lontano dal documentario. E attenzione al valore della testimonianza… Ti allego qui sotto il link di una intervista ad una autrice che ha appena pubblicato un libro in Italia che ricostruisce un darmmatico momento storico autobiografico attravreso il cosciente utilizzo della finzione:
    http://www.repubblica.it/cultura/2016/01/15/news/raquel_robles_noi_vittime_della_storia_siamo_tutti_una_famiglia_-131331271/
    ho letto il romanzo della scrittrice proprio dopo quello di Rothmann e l’ho trovato molto vicino nelle intenzioni (per questo lo avevo inserito nella triade dei libri di cui parlavo qui, perdona l’autocitazione:
    http://chooze.it/blog/2016/01/look-back-in-anger-sundaybooks/
    E mi raccomando, non perdere il tedesco!
    :)

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  21. Ciao Claudio,
    ma siamo proprio sicuri sicuri che quella di walter sia “la storia di un ragazzo che passa attraverso le brutture della guerra e ne esce uomo a tutto tondo”?
    Walter non sa ‘dire’ quello che vede, quello che gli succede intorno; costruisce della ancore nelle lettere che in qualche modo gli permettano di non andare alla deriva, anche se poi si accorge bene che anche la vita non al fronte è corrotta, malata (quando va a trovare madre e sorella). Sopravvive, quello sì, ma a che prezzo? e quando capirà davvero quello che è stato, perderà il sonno e di nuovo, non saprà metterlo in parole, precludendosi l’assoluzione di chi lo ama.
    Tu dove hai trovato la bellezza di questa storia e il tutto tondo di Walter?
    Perché a me invece sembra che qui il tondo,l l’integrità (quell’interezza di vita che aveva così perfettamente costruito Seethaler nel romanzo dell’anno scorso), proprio sia quello che si è sommamente, drammaticamente, definitivamente perduto: non solo nella vita di Ata, non solo fisicamente nell’esistenza di Fiete, bensì nella vita dei padri, di chi è venuto dunque prima e ha condiviso il disordine della guerra, e nella vita dei figli (prologo ed epilogo), di chi è venuto dopo.
    Il padre di Walter, come anche il padre della voce narrante che apre e chiude il romanzo, cioè proprio Walter, sono uomini zoppi, feriti a morte prima ancora che davvero morti. Walter e suo figlio sono uomini menomati nell’animo più di quanto non lo sia Fiete nel corpo.
    O no?

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  22. Claudio says:

    Un ragazzo che a poco più di diciotto anni sa interpretare ciò che è meglio per lui e per la sua famiglia futura, che sa scegliere la via di fuga prima dalla guerra e poi progettarsi e costruirsi un futuro direi che dimostra una maturità e una fortezza d’animo notevole. Quanto poi all’integrità, non credo che ci sia solo la vita “pura”di Andreas Egger, ma anche l’onestà d’animo e la capacità di farsi carico delle proprie responsabilità, di sapersi “sporcare” e il saper far tesoro degli errori propri e degli altri. Anche nel vivere in situazioni tremende si può conservare la propria dignità ed evitare di perdersi ( sia quando si bloccano i freni in mezzo al nulla sia nel caos fisico e morale della disfatta). Questo è quello che vedo attribuito al protagonista da Rothmann, è quello che ho percepito ( ma ovviamente ho letto la traduzione italiana e non sono a conoscenza dell’intento dello scrittore, né di quello che ha dichiarato nelle interviste) e che mi lascia perplesso.
    Il padre, “figlio” di Walter, voce narrante, e Ata non sono uomini menomati nell’animo, neppure sconfitti dalla guerra e dalla vita. Essere “incupito” dal passato o dalla gravità della vita non dà conto di rimorso o di rammarico per ciò che si è fatto in passato (una waffen SS qualche motivo ce l’avrebbe), la presa di coscienza del prologo e l’allontanamento dai morti dell’epilogo li voglio considerare un superamento e non rinnegamento del passato.
    La nota di tenerezza del narratore nei confronti del padre sta nell’aver ritratto una persona che rivela molte qualità, anche solo pratiche, che riesce ad uscire dall’orrore (e non semplicemente disordine) della guerra, che trattiene per sé la tristezza e le miserie di ciò che ha vissuto (forse perché non le sa esprimere?). Ed è proprio questo ritratto che non mi convince, che mi sembra il ricordo abbellito di un’immagine.
    Quanto alla bellezza del racconto credo proprio che ci sia, anche se non mi ha lasciato dubbi e perplessità. Non penso che sia necessaria una storia positiva (bella) per costruire un bella storia.

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  23. Ciao Claudio,
    Grazie del post.
    Mi sono spiegata male, forse: l’integrità a cui mi riferisco non ha connotazione morale, forse è più vicino al concetto di equilibro. Andreas accoglie la vita come gli si presenta per in qualche modo rispetta una sorta di ordine cosmico la cui legenda è comprensibile ad Andreas. La vita di Ata e Fiete non conosce questo ordine, non c’è più una scala di valori a cui poter fare riferimento per poter comprendere, decifrare quello che accade.
    Ata smette di vivere, con quella che ha sperimentato in guerra,infatti della vita dopo il ritorno non si fa praticamente parola. E suo figlio, la prima persona di prologo ed epilogo, s3 lo ricorda perseguitato da incubi per i quali non si sa dare giustificazione. Non vive in pace Walter, non vive in pace suo figlio, e tutti e due cercano una continuità nel proprio passato per quanto drammatico che però non riescono a ristabilire. Non credo che si rinnega nulla ma direi che non mi pare ci sua consolazione o superamento: c’è solo smarrimento e l’unica pietà (anzi pietas) nasce da quell’interrogativo irrisolto che è “cosa avrei fatto io al suo posto? “. Ma che a un Walter si dica: tranquillo, cosa avresti potuto fare? Anch’io al tuo posto avrei agito così, non avresti cambiato l’esito delle cose e saresti morto pure tu, ecco tutto questo ragionamento non basta a Walter per ritrovare un equilibrio e il riposo, nemmeno da morto.
    Sul fatto che lopera sia di grande valore (bella), concordo con te al 100%.
    Grazie del tempo che mi hai dedicato

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  24. Anna Maria (Roma) says:

    “Ninetta mia, crepare di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio. Ninetta bella diritto all’inferno avrei preferito andarci in inverno”.
    Una lettura intensa e sofferta. Grande traduzione, narrazione asciutta, apparentemente distaccata e al contempo molto descrittiva. Potrebbe far intuire un difficile coinvolgimento emotivo, invece no, trasporta negli ambiti umani e ambientali, nelle emozioni e nelle riflessioni…anche postume alla lettura. Ho avuto necessità di concedermi pause, di riflettere, di cercare di elaborare sensazioni in ragionamenti, personali.
    Tutte le guerre sono ugualmente feroci, sanguinarie e ingiuste. Tutte le guerre sono fonte di soprusi e di vigliaccheria.
    “Morire a primavera” ci mostra una guerra terribile, distruzioni, crudeltà, aguzzini e ragazzini inconsapevoli, ma collocata in un frammento di Storia preciso: un esercito, un territorio, una primavera, un popolo.
    Incontriamo una natura che si risveglia nonostante le distruzioni, abbraccia ma non accoglie; c’è bontà e ingenuità e, soprattutto, desiderio di salvare sé stessi. C’è crudelta e ignoranza, militari squilibrati e crudeli, soldati spaventati e piegati dal terrore o dagli psicofarmaci.
    Ma in particolare emerge inequivocabile una forte rappresentazione del sentimento dell’amicizia: due amici belli, diversi, soldati per forza. Due vite e due responsabilità individuali nei confronti di scelte forzate dalle circostanze. Due scelte diverse come reazione ad un “dovere” imposto, ed uno sarà Caino, pur amando Abele.
    Desideravo ma temevo leggere “Morire a primavera” in quanto non ero certa di essere pronta a immergermi in una storia che forse cerca di mitigare lo sguardo nei confronti della Storia.
    La contestualizzazione mi consegna, più che un romanzo contro la guerra, un messaggio-testimonianza sull’anima scalfita dagli orrori del nazismo e ammutolita per via delle scelte assunte.
    - Sono riuscita a trovare il testo dell’intervento “I tedeschi di fronte al loro passato”, di Christian Blasberg (docente di Storia Contemporanea, Scienze Politiche e Linguaggio e Cultura Tedesca all’ Università di Heidelberg e non solo), svolto a Roma nel 2008 durante una celebrazione della Giornata memoria. Ne riporto un frammento che in un qualche modo conforta le mie riflessioni: “Anche la spinta revisionista, però, è rimasta viva e vuole, se non sostituirla, almeno abbinare alla memoria dell’olocausto una memoria anche dei tedeschi vittime di crimini di guerra. I telefilm sui milioni di profughi cacciati dai territori orientali della Germania – oggi situati in Polonia e Russia – oppure le iniziative per un monumento di memoria ai profughi a Berlino rischiano di confondere nella mente collettiva le idee sui ruoli e le responsabilità degli uni e degli altri. Se oltre 10 milioni di tedeschi hanno dovuto fuggire dalle loro terre negli anni a partire dal ‘44, e centinaia di migliaia hanno perso la vita, era comunque sempre una conseguenza della guerra scatenata dai loro connazionali; e la guerra, soprattutto quella del ventesimo secolo, assume sempre più delle dinamiche incontrollabili, perché coinvolge in pieno le popolazioni civili; il soldato perde la sua qualità umana e si trasforma in un abulico strumento omicida che non fa più distinzioni tra responsabili e innocenti tra la popolazione nemica. Mai, quindi, l’ingiustizia inflitta ai tedeschi potrebbe essere messa sulla bilancia per alleggerire il peso delle colpe di chi ha ucciso sistematicamente 6 milioni di ebrei e altri perseguitati nei campi di sterminio.”
    - In una intervista pubblicata su il Venerdì di Repubblica, Ralf Rothmann afferma: “Mio nonno, che era disoccupato, finì a fare la guardia nel campo. L’unica volta in cui mostrò un po’ di pietà per i prigionieri firmò la sua condanna a morte: Se vogliamo capire non dobbiamo semplificare. Pur con tutta la bestialità del regime nazista, non tutti quelli che ne facevano parte erano assassini patentati. “O fai come gli altri o finisci al muro”, per molti la situazione era questa. Vorrei che chi legge si chiedesse: “Cosa avrei fatto io?”».
    Ed io mi chiedo, cosa avrei fatto io? Con certezza non posso affermarlo, eppoi sono così diversa per età e cultura da Walter e Fiete!, ma sogno che se ci fosse stata anche per me la notte dell’ingaggio forzato sarei scappata per raggiungere mio padre, partigiano.
    Si, una bella lettura che se non contestualizzata avrei vissuto come un potente richiamo contro tutte le guerre. Percepisco il desiderio e la difficoltà di lenire il senso di colpa in un romanzo che non mi ha pacificata con il dolore della Storia ma che mi suggerisce l’avvio di una profonda e lunga riflessione.

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  25. Chiara da Milano - lunedì says:

    grazie a tutte/i per l\’abbondanza di stimoli, annotazioni, spiegazioni e approfondimentidifficile aggiungere qualcosa di nuovoun libro che si presta davvero ad un argomentare appassionato; uno scrittore dalla vita particolare che ha fatto strada da umili origini, che non ha paura di cimentarsi con la sua biografia e che entra nel panorama della letteratura di guerra con scelte molto interessanti: quella estetica (tanti dettagli di precisione maniacale che dipingono realisticamente i fatti, gli animali, il paesaggio, grazie al linguaggio asciutto, senza parole superflue) e quella morale (nessun moralismo ma chiedersi cosa avrei fatto al loro posto, la sfida di dare una risposta alla domanda come hanno potuto e come hanno vissuto poi la colpa).pensavamo che fosse stato scritto tutto sulla Guerra, eppure qui emerge uno sguardo diverso.mi ha molto colpito

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  26. Brava Anna Maria che hai sottolineato l’amicizia, a furia di pensare alla guerra rischiamo di dimenticarcela, insieme a quella promessa tra fidanzati che tiene caldo al cuore di Ata. Pensavo tra l’altro che in questo caso nemmeno la guerra, nemmeno la mancanza di senso, mina un’amicizia senza tanti fronzoli, essenziale (forse anche perché maschile) e profondissima; tanto forte, appunto, che riesce ad esistere anche quando i ruoli sono definiti e chi spara e chi sarà colpito si abbracciano e si fanno forza a vicenda. Forse è lì che Walter trova il modo di portare la colpa, o il senso di colpa, o anche solo il dolore di quel gesto che sa di stare per compiere, colpa o non colpa. Chissà se in qualche modo davvero l’Umanità alla fine trova un interstizio per sfuggire all’annientamento e , come la ginestra di Leopardi, e ritrovare in se stessa la forza di rigenerarsi.
    Anch’io, come Chiara, credo che la grandezza di un’opera stia nelle domande che fa sorgere, nelle discussioni che scatena: Rothmann offre così tanto spunti in così poche pagine che merita un monumento :)

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  27. Cetty Spadaro Roma says:

    Senza la minima concessione alla retorica e ai luoghi comuni che solitamente caratterizzano anche i libri più riusciti sulla guerra, Rothmann scrive una testimonianza sull’argomento destinata a rimanere nelle bibliografie di riferimento sul tema.
    Con uno stile asciutto, apparentemente distaccato dalla materia trattata, pagina dopo pagina prende forma la descrizione degli eventi che accompagnano la disfatta dell’esercito tedesco sul fronte orientale. In questo momento del conflitto, proprio quando tutto sta per finire, quando si moltiplicano gli orrori e le miserie umane di cui sono capaci i vinti, si inserisce la rievocazione delle vicende vissute dai due protagonisti, arruolati per forza e catapultati in una realtà che inevitabilmente li stritolera’.
    In un’opera che vuole essere un processo alla guerra, i due amici poco più che adolescenti, diventano i testimoni di una tragedia dalla quale non si esce vivi, sia che si muoia fucilati per diserzione, sia che si sopravviva.
    Il libro è un contributo riuscito alla comprensione di una situazione tipica della realtà bellica e di un momento storico in cui non si può che “ordinare e ubbidire”. Così, il suggerimento dell’autore di riflettere su Che cosa avrei fatto io?” racchiude in sé un interrogativo retorico, la cui risposta, scontata e inevitabile, non può essere che quella di Walter, nonostante la forza dell’amicizia. L’impotenza e l’assenza di altre possibilità di scelta produrranno effetti che il tempo non potrà più sanare. Walter, infatti, dopo un’inerziale voglia di ricostruire la sua esistenza e di andare avanti, viene di fatto risucchiato dal senso di colpa e inghiottito dal silenzio per tutta la vita.
    Tra i pregi di “Morire a primavera” bisogna sottolineare l’assenza di sovrastrutture narrative. Ciò consente al lettore di concentrasi sulla chiarezza del messaggio e sulla complessità del tema, apprezzando la cura dei dettagli e l’attenzione alle sfumature nella descrizione dei luoghi e dei personaggi che non sono mai casuali e banali. Tanti e interessanti anche i sottotemi che si intravedono tra le righe, che introdotti con equilibrio e armonia non distraggono mai il lettore dal soggetto principale del libro.

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  28. Sara says:

    Un piccolo libro che ha toccato fin da subito le corde del mio cuore…Protagonista la seconda guerra mondiale, protagonisti due ragazzi tedeschi di soli 17 anni che sono costretti ad arruolarsi in una guerra che non comprendono…Questo romanzo non vuole parlare degli orrori neri e profondi del Terzo Reich, perché è altrettanto spaventosa e crudele la guerra e la realtà di chi è chiamato alle armi. La primavera è espressione di giovinezza, quella giovinezza che inevitabilmente la guerra porta via ai soldati che come scrive lo stesso scrittore “avrebbero meritato di meglio”. Molto bello.

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  29. Stefania Milano says:

    Un libro che toglie il respiro e fa riflettere sulle parole di Eschilo, ‘quando inizia una guerra la prima vittima è la verità’. Perché la verità manda dei ragazzi a morire sul fronte, perché la verità la leggi negli occhi degli ideali che stai uccidendo…una scrittura essenziale che ricorda ‘Una vita intera’ di Seethaler, parole che ti entrano sotto pelle come schegge di vetro.

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  30. Donata, torino says:

    Un incipit ed una conclusione, giocati entrambi sul tema del silenzio, chiudono come in un guscio protettivo, quasi a ribadire la necessità di quel tragico silenzio, la dolorosa storia di Walter, ma sarebbe meglio dire di una giovane generazione drammaticamente coinvolta nell’ultima fase del secondo conflitto mondiale. Lo stile, pur nel suo carattere essenziale, povero nell’aggettivazione o nei riferimenti all’introspezione psicologica, o proprio per queste caratteristiche, comunica in modo estremamente efficace il dramma dei protagonisti e le ragioni di quel non-poter- dire evidenziato dall’incipit. Ma la totale ignoranza del figlio non riguarda solo il passato del padre: gli si rivela solo accanto al letto di morte la profonda comunicazione che legava i genitori, al di là delle apparenze, mentre sembra restargli ignoto il ruolo del padre in quella sottolineatura del testo biblico, sottolineatura in cui, tra bilancio del passato ed apertura al futuro, c’è certamente una delle chiavi di lettura del libro.
    Libro bello e di rara efficacia nella sua sintesi ed essenzialità.

    Vorrei approfittare di questo blog per segnalare ai lettori Neri Pozza un romanzo recentemente edito, bellissimo interrogarsi sul significato della produzione di un’opera d’arte attraverso la ricostruzione di una fase della vita del pittore Vogeler.
    Un vero libro Neri Pozza, che ce ne ricorda altri di qualche anno fa, come Il ragazzo di Bruges.
    Si intitola: Concerto di una sera d’estate senza poeta.

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  31. GIO MILANO says:

    ‘Il silenzio, il rifiuto assoluto di parlare, soprattutto riguardo ai morti, è un vuoto che prima o poi la vita finisce con il riempire di verità per conto suo”
    Inizia così questo libricino, ogni pagina entra dritta dritta nel cuore.
    Molto ben scritto, un racconto importante che apre tanti interrogativi sulla vita, la morte, la guerra, l’amore …

    Grazie Neri Pozza per averci regalato questa splendida opera.

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  32. Gabriella bookclub Milano says:

    Bel libro, ben scritto (Direi molto ben scritto), con una trama che ti prende e non ti dà tregua. Tutti sappiamo come va a finire la Storia, ma cosa succede alla storia? Anche quella si intuisce subito, dopo le prime pagine. Ma forse è proprio questa la forza del libro: non serve leggerlo tutto per \”sapere\”, bisogna assaporare per \”conoscere\”. Conoscere l\’amicizia, l\’amore, i silenzi e capirli. Ogni episodio raccontato cerca solo di esplorare questo per me: l\’amore per il proprio lavoro, per l\’amico, per il padre, per la madre, per il figlio e la fidanzata/moglie. Come se la quantità d\’amore possibile fosse definita: il protagonista ne ha consumata tanta negli anni più giovani (morire per amore del proprio amico, rischiare la vita per difenderlo ed ancora rischiara per la ricerca delle ossa del padre, ultimo atto di amore per un uomo non così amato e capito in vita) e gli dia rimasto poco per la moglie ed il figlio.Questa ricerca un po affannosa dell\’analisi dell\’amore ha portato alla descrizione di situazioni irreali (come può un comandante dare moto e benzina ad un soldato in licenza, altra assurdità, per la ricerca del padre caduto, quando il padre fa parte dei reietti, del battaglione dei suicidi, della carne da,macello?). Non so, ci sono un po\’ di episodi che mi lasciano perplessa

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  33. Marilena, lunedì a Milano says:

    Vorrei solo aggiungere un commento alla qualità della scrittura. Qualcuno l’ha definita asettica, qualcun altro fin troppo esplicita. Io credo che questo romanzo, oltre ai tanti pregi sopra elencati e che attengono al contenuto del racconto, ci abbia fornito un esempio altissimo di scrittura, concisa ma ricca di elementi visivi, con una scelta accuratissima delle parole e degli aggettivi spesso – ma solo apparentemente – scelti a contrasto (“un proletario elegante”, “empatia accorta”). Ma soprattutto appare evidente la straordinaria capacità dell’autore di descrivere paesaggi, animali, silenzi facendo contemporaneamente un raffinato lavoro nel togliere il superfluo, lasciando al lettore il completamento, nella propria testa, di quelle che, descritte, sarebbero state immagini di cruda violenza, e che, invece, suggerite diventano di potente e angosciosa efficacia ( come ad esempio l’accenno alle tenaglie che portano appese alla cintura le guardie che accompagnano un gruppo di ebrei in trasferimento e delle quali intuiamo l’uso, crudele e feroce).

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  34. Alberta, Padova says:

    Penso che, al di là di tutto, questo bellissimo e commovente romanzo di Rothmann racconti un’innocente storia di amicizia fra due giovanissimi ragazzi, Walter e Fete, che si ritrovano, loro malgrado, arruolati al servizio del Furher e che, da subito, corrono verso destini diversi. Questa loro storia si snoda attraverso eventi e paesaggi che lo scrittore ritrae in una prosa incredibile, unica nella sua semplicità e limpidezza, e che proprio per questo ‘annienta’ trasmettendo al lettore tutto l’atrocità della guerra.

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  1. […] a forza per combattere una guerra persa. Un romanzo-caso in Germania. Ralf Rothmann «Morire in primavera» (trad. di Riccardo Cravero) Neri Pozza pp. 205, € […]

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