L’estate degli annegamenti

l'estate degli annegamenti 02Liv ha vissuto i suoi primi tre anni a Oslo, ma non rammenta nulla di quel tempo. Conosce bene solo Kvaløya, settanta gradi di latitudine nord, nel circolo polare artico, l’isola che sua madre, pittrice di talento, ha scelto quando ha deciso di rifugiarsi in un luogo remoto dove dipingere in pace.
La baita grigia in cui la ragazza vive è affacciata sul fiordo di Malangen, un tratto di costa dove non c’è nulla, a parte la casa e la hytte di Kyrre Opdahl, un minuscolo rifugio usato un tempo per la caccia o la pesca.
Il tempo scorre diversamente sull’isola, le antiche leggende impregnano legni di rimesse, pontili e dimore, come quella di Kyrre, dove si conserva la memoria di antichi e funesti eventi: ragazzi di campagna usciti alle prime luci dell’alba e tornati a casa contaminati da qualcosa di innominabile, un battito d’ali o un soffio di vento nella testa, al posto dei pensieri. Nella fantasia popolare i troll sono mostri e la huldra una fata che, vestita di rosso, danza nei prati in attesa di giovani uomini da ammaliare e distruggere, ma nella memoria di Kyrre sono forze maligne all’origine di accadimenti reali. Con una tazza di caffè tra le mani, Liv ascolta incantata e tremante i racconti del suo vecchio vicino di casa. In cuor suo, tuttavia, non crede affatto all’esistenza di tali forze o esseri.
L’estate, però, in cui la ragazza compie 18 anni accadono eventi così letali da sradicare le più solide e ferme convinzioni.
Mats e Harald Sigfridsson, due fratelli dai capelli chiarissimi, così inseparabili da apparire simili come due gocce d’acqua, trovano, uno dopo l’altro, la morte nello stesso identico modo: sgaiattolando di casa in una tranquilla notte di luna, avviandosi verso la riva nel crepuscolo e, dopo aver preso il largo su una barca, annegando inspiegabilmente nel mare piatto come l’olio. Prima di morire erano stati visti alla sfilata del Giorno della Costituzione; spiccavano, coi loro capelli quasi bianchi, tra la folla in compagnia di Maia, una ragazza cupa, guardinga e così sicura di sé da incutere timore. Le loro morti, così come quella di Marti Crosbie che si verifica di lì a poco, inquietano profondamente l’intera Kvaløya e Liv in modo particolare, impietrita e sgomenta quando scorge Kyrre Opdahl, il vicino, svanire nel nulla insieme a Maia, lungo il sentiero che scende da casa sua alla spiaggia, lasciandosi dietro soltanto una scia di cenere o di polvere. «Follia, mistero e mito si danno la mano» (Financial Times) in quest’opera in cui John Burnside mostra tutta la bellezza e la maestria della sua scrittura.
«Un libro meraviglioso, avvincente e strano».
The Times«Questo libro parla di sesso, d’amore e di morte: delle cose, insomma, della vita reale».
John Burnside

«L’aspetto che più spicca del lavoro di Burnside, a parte l’esattezza del linguaggio, è la bellezza della prosa. Detto in maniera molto semplice: scrive meravigliosamente».
The Irish Times

«Un romanzo che allude a Lewis Carroll, usando le tecniche narrative di Alfred Hitchcock e di David Lynch».
Daily Telegraph

John Burnside, nato in Scozia nel 1955, era un ingegnere informatico prima di consacrarsi alla letteratura. La prima delle sue tredici raccolte di poesie, The Hoop, è stata pubblicata nel 1988; l’ultima, Black Cat Bone (2011), gli è valso il Forward Poetry Prize (assegnato in passato a Seamus Heaney, Don Paterson e Ted Hughes). È autore di numerosi racconti e romanzi, tra cui A Summer of Drowning e Glister. Attualmente insegna scrittura creativa alla University of St Andrews, in Scozia, dove vive con la moglie e i due figli.
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  1. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    “La nostra è una terra scabra, vuota all’apparenza e così immobile di notte da suscitare pensieri soprannaturali anche negli spiriti più pragmatici”.
    Ma illusione e irrealtà non sono confinati all’isola remota di Kvaløya, perchè come dice Liv, riflettendo su Martin, “forse, non era solo questo posto a essere irreale ma tutto ciò che aveva visto in vita sua”.
    “Il mondo è più strano di quello che pensiamo. Più strano e pericoloso” e sono proprio questa stranezza e questa pericolosità latente ad attraversare il romanzo come un filo sempre teso in cui, in “un’attesa piena di speranza o venata di paura”, di volta in volta, qualcuno inciampa.

    Le storie individuali paiono schegge, frammenti scomposti di un nulla in agguato: la storia di Angelika con Frank Verne, l’annoso corteggiamento di Ryvold, il viaggio di Liv in Inghilterra, l’incontro con Kate, i regali del padre morto, alla fin fine non conducono a niente e a nessuno.
    Perchè, in fondo, dice Ryvold, “le storie individuali fanno parte di un’unica e sterminata narrazione che non appartiene a nessuno”, mentre “solo le leggende sono reali”, quelle in cui, a un certo punto, “l’invisibile affiora e nessuno può più continuare a credere nell’ordine illusorio delle cose”.
    E l’invisibile è il caos, la huldra che penetra nel mondo, inghiottendo vite umane.
    Perciò Liv dice che “abbiamo bisogno di spazio perchè è nello spazio che risiede l’ordine”.
    E lo spazio dello spirito è la solitudine, perchè “i legami non sono l’unica cosa che conta”, e la solitudine “più che un allontanarsi dagli altri” è in realtà un “volersi affrancare dal tempo”.
    Ed è lì la felicità. La stessa delle favole, del vissero felici e contenti, del tempo che si ferma, dell’eterno presente, senza passato e senza futuro. “Niente futuro”, ripete Liv, “solo il presente, e il passato che sceglievo di ricordare”.

    C’è più psicologia che azione nel romanzo di Burnside, nonostante 2 morti e 3 sparizioni: una psicologia da bisturi che denuda senza stigmatizzare anche l’incoerenza. Dopotutto, coerenti, “solo i mediocri lo sono”.

    Leggendo il romanzo di Burnside ho pensato a Robert Graves e, in particolare, alla prefazione al suo splendido libro “La Dea Bianca”: per Graves spetta ai poeti svelare la sapienza dei miti che non sono affatto, come voleva Socrate, fantasie per spiriti di “grossolano ingegno”, bensì scrigni di, ancorchè misteriose, antichissime verità.
    I poeti si fanno dunque testimoni della verità. I poeti ma, secondo Burnside, anche gli artisti, capaci di trasformare ciò che ritraggono “in un’idea, una forma definitiva, destinata a durare per sempre”.
    Perchè se è pur vero che sarà il vecchio Kyrre ad “eliminare” l’huldra, purtuttavia sarà stata Angelika col suo ritratto a imprigionarne, per sempre, l’essenza e il mistero.

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  2. Alessandra (Padova) says:

    Il più grande difetto di questo libro è quello di essere insopportabilmente ripetitivo: ogni pensiero, descrizione, accadimento (e ce ne sono davvero pochi) viene anticipato, poi raccontato, poi ripreso, poi ripetuto ancora, senza rielaborazioni o variazioni, portando il lettore allo sfinimento già nelle prime pagine. Prime pagine in cui, tra l’altro, è già anticipato tutto quello che accadrà (ma proprio tutto), con un espediente narrativo che forse vorrebbe suscitare curiosità e suspense, ma di fatto porta il lettore a sperare che, alla fine, ci sia un colpo di scena, una svolta imprevista, una rivelazione inaspettata, una nuova chiave di lettura per gli eventi, un qualcosa che invece non c’è affatto (con tanti cari saluti alle “tecniche narrative di Hitchcock e di Lynch” annunciate in copertina): nessuna sorpresa, tutto è proprio come sembra dalle prime righe, e non c’è nulla più di questo.
    Il secondo grande difetto è quello di voler, più che raccontare una storia, sostenere una tesi sempre affascinante ma per nulla originale: nel mondo possono accadere cose che non sono spiegabili tramite la ragione e la logica umana. Nel caso specifico si parla di una huldra, una strega che affascina gli uomini portandoli a morire o a sparire. Ma oltre a questo non c’è altro, nessun arricchimento né approfondimento in nessuna direzione, niente che possa davvero rendere questa vecchia leggenda vivida, intrigante o inquietante.
    Il terzo grande difetto di L’estate degli annegamenti va a braccetto con il secondo, perché l’autore, oltre a inventarsi davvero pochissimi eventi e azioni, pur avendo scelto di calare la storia della huldra in un mondo in tutto e per tutto reale (e geograficamente molto connotato) non si è affatto preoccupato di approfondire nessuno dei personaggi, nemmeno quello di Liv (protagonista e al tempo stesso voce narrante), che dunque appaiono privi di carattere, di storia e di spessore psicologico. In questo romanzo tutti i personaggi esistono solo e soltanto in funzione della vicenda della huldra, parlano e agiscono esclusivamente se questo favorisce la narrazione di questa specifica vicenda, come se non avessero mai avuto una vita prima e non ne potessero avere alcuna dopo, e non potessero avere altre occupazioni o interessi che quelli funzionali all’economia del racconto. Burnside ha scelto come protagonisti non delle persone, ma delle figure narrative generiche che gli servono per far progredire il racconto, esattamente come lo sono la fata buona o il lupo cattivo nelle favole. Impossibile dunque provare comprensione, affetto o pietà per questi personaggi, che altro non sono che maschere vuote che interpretano ruoli prestabiliti, che parlano e agiscono in modo prevedibile, scontato, sempre fastidiosamente coerente con il proprio ruolo, come ne fossero consapevoli, senza mai abbandonarsi a emozioni o sentimenti umani, impermeabili a qualunque empatia.
    In conclusione: meglio morire in primavera che annegare in estate…

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  3. Silvia Milano says:

    Poca azione e pochi fatti in questo romanzo ambiguo che si presta a molte letture. Ma del resto, il messaggio sta proprio qui: i pochi fatti importanti della vita si interpretano in modo soggettivo, ognuno come può e come riesce. Tema già trattato e anche in modo magistrale in letteratura. Eppure, questo libro emana un’atmosfera particolare, mi ha catturato e l’ho divorato. La prosa è elegante e il detto e non detto mi ha intrigato e ha creato curiosità.

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  4. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti – Torino n. Roma

    Ho sempre creduto che la sintesi sia difficile da realizzare, soprattutto quando si vuole dire tutto con poche parole.

    Complessa la costruzione del pensiero, ma raffinato.
    La scrittura sapiente esalta la tundra meravigliosa e tutto il paesaggio nordico.
    L’io narrativo è una ragazza diciottenne che vive in prossimità del circolo polare artico, con una madre pittrice eccentrica ed un padre scrittore che non ha mai conosciuto. Liv legge Ibsen ed è una fotografa compulsiva . Per la madre i suoi quadri erano come i suoi diari.

    C’è l’elemento del soprannaturale e le leggende, come tema principale, sono sempre presenti.

    I personaggi con pochi sentimenti, ma interessanti dal punto di vista psicologico, sembrano come pedine su una scacchiera, che scompaiono .
    Il lavoro di Liv , che diventerà disegnatrice di mappe, cerca forse di riscattare una ricerca , tra i luoghi come la casa del vecchio Kyrre , una ricerca di verità .

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  5. Francesco Book Club di Roma says:

    Ho letto questo romanzo con grande piacere fino a 30 pagine dalla fine. Mi è piaciuto l’andamento del racconto con l’inserimento di nuovi personaggi o eventi proprio nel momento in cui la narrazione sembrava rallentare; ho gradito la prosa e la capacità dello scrittore di farmi vedere il profondo Nord, la natura rigogliosa e potente, le descrizioni molto belle delle notti bianche.
    Ad un certo punto però ho capito che l’autore non avrebbe chiuso nessuno degli eventi narrati, che nessuno dei personaggi avrebbe avuto una definizione e la storia sarebbe sfociata in un finale tra il fantasy, l’esoterico e il caos.
    Questo mi è molto dispiaciuto perchè a mio avviso l’autore ha perso l’occasione per lasciare ai lettori un ottimo lavoro

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  6. L’autore è scozzese, mi sono chiesta se quanto a lungo abbia soggiornato oltre il circolo polare…
    Il fascino del profondo Nord c’è tutto, con la sue notti estive dalla luminosità straniante, i paesaggi caliginosi in cui si aggirano presenze ingannevoli e il mare calmo quanto minaccioso.
    Una scrittura raffinata e accattivante per narrare storie in gran parte sottintese, a partire dalla strana morte dei due ragazzi e dalle relazioni tra personaggi che parlano pochissimo, lasciando al lettore la responsabilità del discorso.
    Liv, la narratrice, trascorre i mesi successivi al suo diciottesimo compleanno in una inazione mai monotona, intenta a spiare, con o senza videocamera, le poche persone del circondario. Ed esse sono tutte doppie, cioè celano altro io: in alcuni casi abbastanza innocente, in altri spaventoso. Così la compagna-non amica Maia, la cui natura di “huldra” si palesa infine nel ritratto dipinto e nella scena conclusiva.
    Non ho “sofferto” la monotonia lamentata da Alessandra, se non nei dialoghi tra madre e figlia, dove il non detto diventa a un certo punto troppo ripetitivo.
    La narrazione in realtà offre diversi accadimenti, ma inspiegati e inconclusi: la particolarità dei luoghi impedisce che abbiano un ragionevole sviluppo ed esito. È il più definito, il viaggio di Liv, ad apparire deludente e in certo senso arbitrario. Forse perché ci siamo spostati in Inghilterra.
    Un romanzo insolito, ricco di suggestioni.

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  7. Anna Maria (Roma) says:

    Amo il nord anche se non sono ancora riuscita a viaggiare così a nord. Ne consegue che non potevo desiderare ambientazione migliore, anche se l\’occhio che ti scruta dalla copertina mi inquietava non poco. Con questi presupposti ho iniziato la lettura di questo romanzo che, a distanza dei giorni necessari per metabolizzare una certa delusione da curiosità insoddisfatta, posso dire che mi è piaciuto parecchio! Letto quasi senza pause, un coinvolgimento totale anche grazie ad una scrittura perfetta e poetica ed una abile e potente capacità di analizzare le tipologie psicologiche che popolano quel lembo di terra e soprattutto la mente di colei che vede e racconta. L\’ atmosfera è magica, acquosa, e così bianca che abbaglia. E l\’occhio ci accompagna, benigno e maligno.Riconosco che il finale mi ha spiazzata (ci sono rimasta male!), ero certa sarebbero state fornite le risposte alle curiosità suscitate. Mi sono subito chiesta se non avessi colto simbolismi, riferimenti mitologici o pittorici, logicità dei fatti. Molte domande e, con il passare dei giorni, molte risposte e ancora altre domande. La mia parziale conclusione è che il tema centrale non è scoprire cosa è successo agli scomparsi, padre compreso, ma entrare nella retina di questo occhio che scruta e che vede ciò che vede o ciò che desidera vedere. Tutto c\’è o forse non c\’è. Tutto è vero ma forse è falso. Tutto è reale oppure immaginato. C\’è una madre che può essere incomprensibilmente assente e fredda oppure perfetta perché segue e non interferisce e che è Penelope con suoi proci, oppure non è così e non c\’è nemmeno Penelope o la madre. Incontriamo un vecchio che appare un pò folle e ossessionato dalle credenze locali o forse è semplicemente un anziano coerente con gli accadimenti. Giunge una specie di pedofilo in vacanza oppure un fotografo che ha bisogno di quiete. Eppoi, ci sono i quadri e un ritratto incompleto che forse potrebbe essere stato terminato; gli annegati; gli spariti; la natura così presente e protagonista e variabile; una huldra pericolosa o una ragazzina emarginata.E c\’è Liv e la sua strana necessaria solitudine apatica, in cui si isola per non scalfirsi, che si affianca al desiderio di \”vedere\”, non vista , gli altri e di coinvolgersi. E la sua crescente paranoia che si svela un pò alla volta e che da un certo momento in poi ci costringe, con il fiato corto, a riconsiderare ciò che abbiamo assimilato. Ma soprattutto c\’è il percorso inquieto della sua mente che elabora pensieri, immagini, sentieri che si modificano da un momento all\’altro: delirio , mistero , concreta realtà? Insomma, qualunque sia la storia si può scegliere quella in cui credere di vedere, e sono tutte affascinanti. Sono sicura che ognuno avrà letto una storia, osservata con il proprio occhio indagatore, ne parleremo!

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  8. Anna Maria (Roma) says:

    ah, dimenticavo. Durante la lettura ho cercato l’immagine del quadro di Harald Sohlberg – Fisherman’s Cottage, 1907. Fantastico!!!
    http://www.artchive.com/artchive/S/sohlberg/fishermans_cottage.jpg.html

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  9. ida poletto says:

    sto finendolo ma con fatica …mi trascina solo l’uso sapiente della scrittura che probabilmente usa la metrica della poesia visto il talento lirico dell’autore…deve però talmente sempre accadere qualcosa nel libro che poi non ti aspetti più niente! non so perché questo mondo così mitico e fantastico o sovrannaturale mi fa venire in mente la narrativa sud americana…alla fine la natura non è buona ma piuttosto porta con sè caos e pericoli….l’occhio umano non vede la realtà ma un’illusione , una convinzione che forse l’arte la pittura in particolare può svelare…ho preferito la prima parte alla seconda e una volta di più lode al traduttore, e mi permetto qunidi qui di segnalarvi questo “corso”…lo tiene …mio fratello!
    http://traduzione-editoria.fusp.it/news/tradurre-cuore-di-tenebra

    http://traduzione-editoria.fusp.it/seminari-tradurre-letteratura/tradurre-cuore-di-
    tenebra/il-coordinatore-simone-barillari

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  10. marco (roma) says:

    non l’ho ancora terminato anche se non manca molto. Mi aspettavo un libro diverso, più caratterizzato in alcuni aspetti, eppure non mi dispiace. Ho letto dai commenti che è un po’ lento: vero, forse alcuni passaggi potevano essere più snelli. Cmq è un bel romanzo (almeno fino a una settantina di pagine dalla fine): corposo, articolato.

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  11. franco Book Club Padova says:

    La lettura di questo romanzo è stata faticosa, non più di 30 – 40 pagine per volta: ragionamenti intensi, si possono riconoscere qua e la sensazioni che a volte rimangono inespresse in fondo al nostro animo.E\’ un romanzo triste, che segue sottilmente il filo di un\’ossessione (anche le ripetizioni sono ossessive, hai ragione Alessandra) che, nascosta all\’inizio nella storia dell\’huldra, si svela solo alla fine, cioè che il nostro comportamento, anzi proprio i nostri pensieri possano determinare la vita degli altri, minare la loro felicità.Possiamo riconoscere qualcosa di simile nel rapporto tra genitori e figli, i figli se ne affrancano con la maturità, i genitori forse mai. Quindi Angelika si isola fisicamente e sentimentalmente per permettere a Liv di progettare autonomamente il proprio futuro, mentre Liv diventa l\’osservatore neutro esterno al sistema per non minare quello che lei considera il perfetto equilibrio raggiunto dalla madre. In pratica una rinunzia alla felicità che, come detto nel romanzo deriva dal \”vivere bene il presente\”.

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  12. franco Book Club Padova says:

    Grazie Annamaria! la descrizione del quadro di Sohlberg mi aveva fatto pensare ad un dipinto di Renè Magritte http://www.grafica3dblog.it/wp-content/uploads/2014/01/magritte-final-big.jpg della serie L’impero delle luci

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  13. Claudio says:

    “L’ estate degli annegamenti” ci fa immergere nell’atmosfera algida del profondo Nord, il cui fascino, con le sue estati a luce perenne, è trasmesso in tutta la sua cruda bellezza. Un’atmosfera estrema, che può influenzare soggetti particolarmente sensibili con il suo clima, la sua luce, la sua abbacinante solitudine, il suo essere senza tempo, il suo assordante silenzio e le allucinazioni che crea.
    Si tratta di un romanzo da meditare, che induce alla riflessione, e che lascia più domande che risposte. La trama non è la cosa più importante: lo sono invece la scrittura e il modo in cui l’Autore racconta.

    La storia ha come protagonista e voce narrante Liv, una adolescente particolarmente “sensibile”, solitaria, quasi reclusa, che non ha altra scelta che rimanere appartata in quel luogo senza tempo, senza sapere cosa fare del suo futuro, senza ambizione, senza nessuno degli interessi che preoccupano la maggior parte delle ragazze della sua età. Lei e sua madre Angelika, interamente dedicata alla sua pittura, vivono insieme in una “casa di sole grigio sopra i prati”. Angelika, che è estremamente solitaria e che “non ha bisogno di altre persone”, emerge raramente dal suo studio se non per cena, o il sabato mattina per il caffè, ma nel complesso è assente nella vita della figlia. La sua pittura, dice, è la sua vita, e la sua esclusione dal mondo è intenzionale. Nella casa non sembra ci sia nessuno, la due abitanti si evitano per non disturbarsi, in una inanizione che scaturisce dalla assoluta incapacità di esprimere i sentimenti e dal disagio che crea la vicinanza di altre persone.

    A tratti questo libro è affascinante, pieno di tutta la strana luce e la bellezza selvaggia del Circolo Polare. Ma è volutamente ambiguo, e questa ambiguità è inquietante. E sono presenti degli squarci nel soprannaturale, ma solo accennati. Infatti questo non è un libro sul soprannaturale, ma sulla falsa percezione e sulla inattendibilità di ciò che vediamo con i nostri occhi. Il lettore si rende conto che il soggetto centrale del libro non è il mistero di quello che succede ma Liv stessa, che permea la narrazione di isteria, di paranoia, tanto che non siamo in grado di dire se gli eventi siano dentro la sua testa, o se stiano realmente accadendo.

    Non ho amato questo libro, ma posso immaginare che non si rivolga a tutti. È piuttosto un sogno, spesso lento, e ci sono momenti in cui gli eventi svaniscono senza significato annullando ogni tensione nella narrazione. In alcuni punti è faticoso: ci sono voli di pensiero e di fantasia che sembrano privi di fondamento e irrilevanti, e che possono irritare. Così come sono presenti molte inutili ripetizioni, soprattutto per quanto riguarda le domande retoriche della narratrice adolescente.

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  14. ida poletto says:

    un racconto fantasy che si trasforma in romanzo grazie ad una straordinaria scrittura …no non è il mio genere …l’ho finito e la fine è forse la parte meno bella , uno scivolone davvero insopportabile che comunque non definisce , neanche nell’ultima pagina, nessun personaggio

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  15. Luciana ( Padova) says:

    La prima esigenza e stata quella di cercare i luoghi, di cercarli su un atlante, per calarsi meglio in una narrazione fervida di descrizioni minute, di particolari, di luci e colori descritti appunto come in quelle mappe a cui la protagonista si dedica, alla fine del libro, a “contenere” la sua mente.
    Ho letto aspettando un finale in cui, con buona pace di Htchcock e Lynch, tutti gli elementi si sarebbero chiariti,i personaggi avrebbero trovato una messa a fuoco e la storia si sarebbe svelata andando oltre le legende, un finale in cui il rapporto madre-figlia si sarebbe dischiuso finalmente in un vero dialogo.
    Ho letto con questa aspettativa fino al capitolo dedicato a La huldra… Poi crollo ! Nulla di tutto ciò … Solo la fatica di arrivare in fondo a scoprire quanto già noto dalle prime pagine. Una storia di profonda solitudine, di sentimenti inespressi, di domande non fatte, di risposte non date in un dialogo incessante svolto interamente nella testa dell io narrante che osserva, solo in apparenza mossa da curiosità e slancio verso l’esterno, ma che non si confronta mai realmente con l’ altro e svolge un dialogo non dialogo che fa da eco a se stesso in cui nulla viene disvelato se non il disturbo di personalità della protagonista, in un contesto che risulta “incubotico” e claustrofobico!

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  16. Gio - Milano says:

    Ho aspettato ad iniziare questo libro; la copertina ed il titolo non mi ispiravano. Invece con grande sorpresa ho trovato un romanzo ben scritto, ambientato nel nord, di cui poco ho letto, molto affascinante nelle descrizioni tanto che il paesaggio lo si vede, lo si sente e lo si percorre con le belle mappe disegnate da Liv, ed i quadri della madre.In diversi passi non si capisce se è la realtà che Liv vive o è la sua immaginazione a vivere; fa effetto pensare che una ragazza così giovane possa accettare di vivere in un luogo tanto isolato con pochissimi contatti con altri esseri umani. Felice di aver fatto questo viaggio.

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  17. rosaria alba fontana (milano) says:

    “L’estate degli annegamenti” è scritto con uno stile elegante e affascinante. Esprimo con alcuni ossimori ciò che mi ha trasmesso:
    - le parole del silenzio (nella narrazione della vita di due donne che scelgono di vivere nel mondo isolato del nord Europa; il rimando è ai quadri del pittore danese Hammershøi, ambienti solitari e tonalità grigie e bianche).
    - l’oscurità della luce (nella descrizione delle atmosfere estive del sole di mezzanotte c’è il mondo interiore con i suoi lati oscuri, i fantasmi dell’anima e l’enigma della vita; il rimando è ai quadri del pittore norvegese Harald Sohlberg, in particolare Summer Night del 1899 e Fisherman’s cottage del 1906).

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  18. rosaria alba fontana (milano) says:

    “L’estate degli annegamenti” è scritto con uno stile elegante e affascinante. Esprimo con alcuni ossimori ciò che mi ha trasmesso: - le parole del silenzio (nella narrazione della vita di due donne che scelgono di vivere nel mondo isolato del nord Europa; il rimando è ai quadri del pittore danese Hammershøi, ambienti solitari e tonalità grigie e bianche).- l’oscurità della luce (nella descrizione delle atmosfere estive del sole di mezzanotte c’è il mondo interiore con i suoi lati oscuri, i fantasmi dell’anima e l’enigma della vita; il rimando è ai quadri del pittore norvegese Harald Sohlberg, in particolare Summer Night del 1899 e Fisherman\’s cottage del 1906).

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  19. Barbara Rosai (Torino) says:

    Midnattsol, illusioni e panico.
    Paesaggi immobili e luce innaturale delle notti dell’estremo nord. Notti in cui è difficile dormire, ma nella veglia tutto sembra illusione, anche il tempo.
    Ho trovato affascinante il percorso nel quale Burnside ci conduce attraverso i pensieri di una ragazza diciottenne. L’esperienza mette subito il lettore a disagio, come se si percepisse un potenziale, ma allo stesso tempo una minaccia. Ben presto l’esperienza si fa claustrofobica, come se i pensieri della protagonista trovassero continuamente vicoli chiusi nel labirinto della sua mente, senza trovare una via d’uscita.
    Mi piace interpretare questo romanzo come un omaggio a Borges.
    Tuttavia, come ha spiegato Italo Cavino in un articolo del 1984 , Borges possedeva l’arte di “scrivere breve”, poiché “ Riesce ad inserire in testi di pochissime pagine tante suggestioni poetiche e di pensieri: fatti narrati o suggeriti, aperture vertiginose sull’infinito. E idee, idee, idee (…) Leggendo Borges ho avuto tante volte la tentazione di fare una poetica dello ‘scrivere breve’, elogiando la sua supremazia sullo ‘scrivere lungo’(…).

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  20. Marilena, lunedì a Milano says:

    Un romanzo che, piaciuto o meno, non ha lasciato indifferenti, a partire dalla scrittura, certo ripetitiva, ma perfetta per rendere il flusso di ricordi e pensieri della voce narrante, sospesa tra realtà e illusione, verità e mistero e per trasportarci in un nord immobile e luminoso.
    Molti i temi suggeriti (l’arte come mezzo per controllare e gestire l’illusione e il mistero, la solitudine che induce ad analizzare la propria coscienza, il rapporto madre/figlia con i detti e i non-detti, la natura, ), molti i rimandi letterari e cinematografici (Alice di Lewis Carrol e il suo passare attraverso un varco tra mondo reale e mondo virtuale; il fotografo della Finestra sul Cortile di Hitchcock, anche lui osservatore impotente di quello che accade; la Penelope di Omero che rivive, in parte, nella figura della madre e dei suoi pretendenti.).
    Personalmente, credo che la mancata spiegazione finale sui fatti accaduti sia funzionale all’atmosfera sospesa del racconto e alla probabile “follia” della protagonista

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  21. “Chi vuole essere sicuro? Chi vuole essere sano di mente? Chi vuol essere normale?” si chiede Burnside nel secondo volume delle sue memorie. La normalità è una maschera da indossare per il bene degli altri e toglierla può gettarci in un reame fatto di tabù e pericoli (chissà se ha letto Pirandello!). Ottime premesse eh?! Non è una sorpresa, dunque, che quest’ultimo suo romanzo sia allo stesso tempo un horror ricco di suspense e un mystery a cui si aggiungono elementi della fiaba, un romanzo sull’angoscia adolescenziale e quindi anche un romanzo di formazione, narrato dalla voce di una giovane ragazza, Liv. Anche se all’inizio ha quasi trent’anni, Liv, per gran parte del romanzo, cerca di tornare nella mente del suo io adolescente, ricordando gli eventi di una “strana estate” di circa una decina di anni fa (lei ne aveva 18), zeppa di fantasmi e segreti e bugie. “Alla fine del maggio 2001 […] Mats Sigfridsson fu ripescato nello Stretto di Malangen”: l’attacco dell’azione è collocato nel nord della Norvegia, su una remota isola chiamata Kvaløya, un luogo di “neve e luce opaca” d’inverno, e di “richiami di uccelli e mormorii attutiti dal vento” d’estate. Due fratelli, Mats e Harald, sono annegati. Un terzo, Liv spiega, annegherà prima della fine dell’estate; un quarto uomo scomparirà. “I prati erano deserti e silenziosi, il cielo terso e l’acqua immobile […] quei tre annegamenti non hanno nessun senso”. Come sua madre, pittrice famosa e reclusa che non ha bisogno degli altri, Liv è una donna solitaria e vigile, una delle “spie di Dio”, il cui attento osservare altro non fa che portarle storie a cui nessuno crederebbe mai, e trascorre quell’estate alla deriva in una dimensione onirica: “la luce era immobile, con una sfumatura bianca e argentea che dava ad ogni cosa un che di spettrale […], uccelli fantasma si libravano nell’aria”, quando arriva lo straniero, pure lui uno spettro, Martin Crosbie: “alto e magro, sulla trentina […] un essere smarrito se non ferito […] uno spirito angosciato, la sensibilità di chi è sempre in attesa di qualcosa”. Con fitte a metà tra la compassione e pietà, Liv stringe amicizia con Crosbie, della cui esistenza reale ancora non è forse troppo convinta. Liv si introduce di nascosto nella casa dell’uomo che ha una volta e mezzo gli anni suoi, e rovista tra le sue cose. Così scopre il suo segreto: un computer pieno di immagini di ragazze adolescenti. In un primo momento Liv cerca di convincersi che Crosbie è semplicemente una spia, proprio come lei. Eppure, mentre si passa le duecento immagini di ragazze in abiti sportivi e uniformi, bionde, brune, rosse, si rende conto della verità insopportabile: le ragazze non sono oggetto di osservazione, bensì di desiderio. Liv cancella tutte le immagini e si rifiuta di parlare ancora con Crosbie. Pedofilia? Mah… forse piuttosto la storia di qualcuno disconnesso dal mondo degli altri esseri umani al quale, una volta che riesce a stabilire un contatto con un’altra persona, non importa niente di tutte le altre cose, come l’età. Crosbie è, nei ricordi di Liv, un uomo che sembra essere altrove, in un altro mondo, o in un altro momento. Crosbie inizia a vedere una studentessa, Maia, un’amica dei ragazzi annegati. Per Liv, Maia è simbolicamente connessa con un personaggio misterioso che ci accompagna sin dal principio: l’huldra – una figura della mitologia norrena, una bellissima donna che seduce, ricompensa o uccide gli uomini, a seconda di come le gira. O forse no, Maia è solo un’adolescente, in questo romanzo in cui le parole sono apparenza, nascondono citazioni e trappole (“Aprile è crudele?” chiedere a T.S. Eliot!) e la prosa va sottobraccio alla poesia e alla musica, creando immagini che escono dalla pagine per trafiggere il nostro conscio e inconscio. L’arte, il fare arte, l’essere artisti, è uno dei temi che più mi ha affascinato: trovo quasi commovente la negazione di sé della madre di Liv, la consapevolezza silenziosa di Liv in quanto oggetto d’arte e trovo che anche Liv, come spia di Dio, come osservatrice e quasi custode della realtà al di là della sua oggettività, della sua tangibilità e verosimiglianza, sia un’artista proprio come sua madre, e lavori sopratutto con le immagini.
    Il finale è volutamente ambiguo; non sappiamo se Liv, la ragazza che cammina nei suoi sogno sommersi in Norvegia invece che su Marte, sia riuscita a realizzare la sua versione onirica degli eventi, a cui deve ancora decidere se credere o ne lei per prima. Cos’è che Liv non riesce a dirci? Ammesso che ci sia, qualcosa di non detto… Scritto con eleganza ingannevole, pieno di ‘buchi’ e non sequitur sulla cui illogicità c’è da dubitare, questo romanzo è un libro provocatorio, inquietante, una parodia intelligente di diversi generi, ma è soprattutto un esempio di come la vita reale possa trovare parole, espressioni, strutture in prosa, che la rendono incredibile e magica e poetica. Grande scrittura capace di veicolare immagini e suoni prima che singole parole (l’ho letto in inglese ma confido nella bontà della traduzione italiana, una scrittura che travolge la storia. Di tutti.

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  22. Rita C. says:

    Ho appena terminato una entusiasmante full immersion nelle letture nordiche, quando mi accingo a leggere “L’estate degli annegamenti”.
    Piacevolmente scopro che il racconto si svolge a Kvaløya, piccola e quasi disabitata isola del circolo polare artico, prevalentemente montuosa e ricca di fiordi e mi incuriosisco molto.
    Questo libro di John Burnside (che non conosco come scrittore) racconta, attraverso la voce della giovane Liv, di una strana estate, di strani personaggi e di tanta solitudine, in uno stile impeccabile, desueto e paesaggisticamente molto descrittivo.
    Mi ritrovo così a leggere di protagonisti instabili, freddi, contraddittori e quasi psicotici, che si muovono in una sussurrante tundra, assumendo colori strani, come strani sono i colori che si rilevano nella luce della Midnattsol.
    Immersa in questo libro dal clima fantasioso, (il libro non è un giallo e, pertanto, non porta a nessuna soluzione) che mi riporta a leggende nordiche, quasi intravedo troll e folletti ed incontro la figura della huldra, che si muove, quasi magicamente, in luoghi resi affascinanti dalla descrizione dell’autore.
    Burnside riesce così a stimolare in me la più vivida immaginazione ed irrazionalità, trasportandomi in una dimensione illusoria e fantastica, ove Liv si fonde con Maia (la huldra) e Angelika può finalmente portare a termine il ritratto di Liv, o di Maia, che aveva lasciato incompleto anni addietro…

    Liv, in fondo, non è Maia?

    Incuriosita ho cercato notizie sulla huldra.
    Nella leggenda norvegese (usata dai genitori nordici per spaventare i loro ragazzi ed obbligarli, pertanto, a rincasare prima del buio) la huldra è una fatale ragazza in rosso con coda bovina e fascino da sirena che si aggira solitaria, col calar delle tenebre, per ammaliare giovani uomini e distruggerli.

    Ed ancor più incuriosita ho cercato il significato del nome Maia.
    In greco significa «creatrice», in ebraico «acqua» ed in sanscrito «illusione».

    Ciò che i nostri occhi vedono può essere anche solo pura illusione!

    Sicuramente leggerò dello stesso autore Una bugia su mio padre, libro pubblicato dalla Neri Pozza nel 2012.

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  23. Francesca (Padova) says:

    Il romanzo di Burnside è stato una lenta scoperta: l’autore riesce a creare una costruzione complessa ed enigmatica, compiuta in se stessa e tuttavia non risolta. La realtà evocata è immersa nella luce straniante dell’estate nordica, che sembra diradare gli eventi, dilatando il tempo. La voce narrante si limita a osservare gli eventi cui ha assistito, ma mette da subito in dubbio, con la propria credibilità, anche la veridicità e la verisimiglianza di quanto avviene intorno a lei. Dato che ogni cosa si mostra nella sua ambiguità, autorizzando letture diverse e opposte, viene spesso chiamato in causa il mito (che ingloba gli elementi del folklore nordico) per cercare di trovare una spiegazione a fenomeni perturbanti e sfuggenti, e proprio l’aggiunta di questo piano amplia ulteriormente le possibilità di lettura.
    Non è facile trovare un romanzo capace di mantenersi sospeso al di sopra degli eventi narrati, suscitando tante domande e problemi: gli stessi personaggi e i rapporti che intrecciano gli uni con gli altri, raccontati con grande approfondimento psicologico, danno luogo a configurazioni misteriose. E così l’autore, che non per niente gioca con i generi letterari mescolando tratti del romanzo di formazione, del giallo, ecc. senza che la sua opera si lasci inserire in nessuno scomparto, gioca anche con l’orizzonte delle attese.
    Per questi motivi e per la qualità della scrittura, si tratta di un libro che consiglierò con piacere.

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  24. donatella says:

    La luce opaca della anonima stagione della neve è svanita, e arrivata l\’estate di spazio e luce.La luce protagonista del bellissimo romanzo di Burnside. La luce del mattino che ti guida in un angolo solitario dove il tempo si è fermato e rallenta le stagioni. La luce verde dei prati, quella arancione foca ed ambrata dei lampioni. La luce grigia dove mare e cielo si confondono. In questo paesaggio diviso in zone di luce e di buio, di luce illusoria che evoca spettri e svela segreti della huldra, Liv entra nell\’età adulta. Liv vede l\’invisibile.

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  25. Ilaria C. Torino says:

    L’inabissarsi dell’attesa

    “L’estate degli annegamenti” è il romanzo dell’attesa dello svelamento di un mistero che viene costantemente negato. E’ il romanzo della sospensione in cui vivono gli abitanti di Kvaløya che tendono di sopprimere con la logica della ragione quelle voci lontane e perturbanti che provengono dal sottosuolo e si diffondono con folate di vento, rendendo l’aria gravida di inquietante mistero. La maggior parte degli uomini preferisce ignorare queste voci che possono condurre alla perdizione, altri invece più suscettibili tendono il loro orecchio più o meno consapevolmente a quei richiami arcani e oscuri come il vecchio Kyrre Opdahl, la pittrice Angelika Rossdal e la figlia Liv. Il romanzo affronta i possibili modi di accostarsi all’imperscrutabilità del mistero della natura che la huldra è chiamata a incarnare: c’è chi si lascia ingenuamente sedurre, chi scende a patti rovinosamente con essa, chi cerca di ritrarla e chi la osserva tentando di segnalarne la presenza in mappe che non servono a viaggiare ma a vedere. L’autore sembra suggerire che l’atteggiamento più consono per l’uomo sia quello di rimanere sulla soglia del mistero, tentando di riconciliare il mondo razionale con quello leggendario, vivendo in quel tratto di matita che più che delineare contorni, svela nuovi possibili sentieri.
    Dal punto di vista narrativo il senso dell’imperscrutabilità della natura si riversa anche nei personaggi crisalidi che non riescono a uscire dal loro bozzolo per librarsi nelle pagine della narrazione a partire dalla protagonista Liv del cui percorso di formazione ci accorgiamo solo sul finire del romanzo. L’incontro con la huldra e lo shock che questo ha in lei prodotto, ha cambiato il suo modo di stare al mondo non più spia della vita altrui ma osservatrice della esistenza universale. I personaggi soffocano in quelle parole che non riescono a proferire, dissolvendosi pian piano sulla scena della narrazione. Qualsiasi traccia vitale viene prosciugata, ogni sentimento castrato dall’amore, alla amicizia, alla curiosità, al desiderio di azione, domina, invece, un senso di insopportabile apatia e di ricercata imperturbabilità. Tutto ciò contribuisce a trasformare i personaggi in esseri vegetativi che traggono la loro linfa da un’attesa inesorabile che come prodotta da un incantesimo non osano spezzare. Personaggi fragili, dunque, che non riuscendo a conservare in quei luoghi la loro natura umana, si arrendono a rinnegarla. C’è chi, invece, volutamente e con determinazione, la pittrice, si spoglia di queste vesti umane che la radicano a una percezione troppo carnale dell’esistenza per aspirare alla comprensione dell’assoluto attraverso l’arte. Tale ricerca perseguita con sacrificio dalla pittrice non viene rivelata dall’autore, ne percepiamo, soltanto, l’evoluzione attraverso la compiutezza di quel dipinto che per lungo tempo era rimasto incompleto, quadro che ancora una volta viene negato agli occhi del lettore. Il lettore si sente tradito e frustrato da questa costante impossibilità non di accedere al mistero che, per sua natura, è insondabile, ma di partecipare alla ricerca che viene tentata soltanto da pochi personaggi. Il lettore avrebbe preferito perdersi nei meandri dell’animo umano, piuttosto che inoltrarsi nei vicoli ciechi del labirinto degli specchi creato dalla macchina della narrazione. Anche alle alti latitudini il lettore avrebbe sperato di ascoltare i battiti del cuore che, sebbene più lenti e tardi, pulsano ancora nei personaggi.
    Infine, non bisogna dimenticare che, anche in un romanzo che fa dell’attesa la sua spinta propulsiva, il lettore non deve vivere di sole proiezioni future ma deve assaporare il presente della pagina, la vera rivelazione risiede nella scrittura stessa capace di dare voce all’ineffabile.

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  26. Benedetta (Milano) says:

    Certo non è il mio genere di storia né di ambientazione. Che poi, che genere è in realtà? Non è un thriller vero e proprio, eppure inquieta e fa paura. Quest’estate nordica con il chiarore anche di notte che tira un po’ fuori di testa, questi personaggi strani un po’ trattenuti, questa ragazzina che fa un misto di pena e angoscia, tra allucinazioni (?…), crisi di panico e questa devozione nei confronti della madre artista, a sua volta un personaggio vagamente inquietante… e la huldra, che appare e scompare e contamina e fa accadere cose strane. Non so valutare, avendomi provocato – come spesso le cose sinistre – un misto di repulsione e attrazione.

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  27. Sara says:

    Da annegare!!!!!
    Mollato dopo un centinaio di pagine e ripreso capire come andasse a finire. Noioso, senza senso, senza una storia che decolli…Non riuscivo a capire dove volesse andare a parare…ma forse è proprio questa la volontà dello scrittore…Non a caso la trama che cattura l’attenzione si dissolve nel nulla senza un senso, e questa famosa estate di cambiamento non avviene… Belle solo le atmosfere nordiche che descrive.

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