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Il Book Club incontra la Casa Editrice

Milano, Biblioteca Sormani, lunedì 22 luglio 2013.

Per chi c’era, e per chi non c’era (ma è sempre e comunque nei nostri cuori libreschi), un piccolo riassunto dell’incontro del Neri Pozza Book Club, per l’occasione congiunto in un unico gruppo, con il direttore editoriale della Cassa Editrice Neri Pozza dott. Giuseppe Russo e la editor della narrativa straniera Sabine Schultz.
Prima di tutto, il dott. Russo ha espresso piena soddisfazione per l’iniziativa del Book Club, che ha consentito alla Neri Pozza di avvicinare i lettori, coinvolgerli e scambiare con loro pareri interessanti e sicuramente arricchenti. Anche le discussioni ed eventuali pareri negativi sono accolti con favore, nella convinzione che sia giusto e bello avere la libertà di esprimere la propria idea. Sempre, però, con la dovuta cortesia e i toni appropriati, anche perché è solo in questo modo che le critiche possono essere davvero costruttive. La cortesia costringe ad argomentare, a sostenere il proprio parere sottolineandone le motivazioni: questo è il giusto modo per discutere di un libro e di un’iniziativa editoriale, amplificando, attraverso i pareri (argomentati) di tutti, la comprensione e la visione di un testo.

A proposito di critiche, molto ci si è soffermati su quelle ricevute dal libro Il mondo di Belle.
Innanzitutto è stato sottolineato come la Casa Editrice Neri Pozza abbia nel suo DNA la vocazione per la narratività, ovvero il raccontare una storia che riesca ad avvincere il lettore aprendogli un piccolo mondo diverso e ben argomentato. Questa vocazione si esprime sia attraverso libri che possono definirsi di grande letteratura (anche se, come più volte rimarcato da tutti i presenti, definire cosa sia “grande letteratura” non è per nulla semplice e non avrà mai una risposta univoca), sia con romanzi che rimangono nell’ambito dell’intrattenimento. Intrattenimento che, però, significa anche apertura di nuove prospettive; significa portare i lettori in un piccolo mondo storicamente ambientato facendoli incontrare con personaggi credibili e ben disegnati, che portino avanti una storia coinvolgente.
Questo è ciò che accade ne Il Mondo di Belle. Nel libro c’è la questione, reale, della condivisione, da parte degli uomini e le donne bianche arrivati per diversi motivi nelle piantagioni dell’America schiavista, del destino degli schiavi neri. C’è il problema della loro convivenza, dei rapporti che si creano e, nel libro della Grissom, anche del ribaltamento dei ruoli, quando Lavinia, cresciuta nella casa degli schiavi, si ritrova a diventarne la padrona.
C’è la questione, altrettanto storicamente vera, dei figli nati dai rapporti tra schiavisti e schiavi.
C’è, insomma, un piccolo pezzo di mondo sul quale l’autrice si è ben documentata e che nella sua storia riesce a comunicare e trasmettere al lettore.

Per quanto riguarda le critiche alla traduzione, la Casa Editrice era consapevole che questo sarebbe potuto succedere, ma ha tenuto a sottolineare quanto il lavoro non sia stato per nulla agevole.
Il paragone con Via col Vento che molti hanno fatto regge fino a un certo punto, in quanto il periodo in cui è ambientata la vicenda di Belle è il mondo afroamericano della fine del Settecento e non quello del 1861, anno in cui comincia la storia degli O’Hara. Una differenza notevole, anche dal punto di vista linguistico, perché, nel mondo che la Grissom ha studiato a lungo, la lingua parlata dagli schiavi neri era veramente un idioma di difficile comprensione, lontanissimo dal parlato di settant’anni dopo e a maggior ragione da quello di oggi. La traduzione che inizialmente era stata fatta non aveva convinto fino in fondo, così la scelta è stata quella di utilizzare una lingua che favorisse il ritmo della narrazione, consapevoli della possibilità di andare incontro a qualche possibile critica dei lettori. D’altra parte in Italia non esiste una lingua popolare condivisa e orientarsi verso qualche dialetto (ovvero la lingua popolare che, nel nostro Paese, assume subito caratteristiche diverse e peculiari a seconda delle diverse zone), è apparsa immediatamente una scelta impropria.

Per il titolo, invece, vista la sostanziale povertà di una traduzione che avesse cercato di rendere letteralmente l’originale The Kitchen House, si è pensato a Il Mondo di Belle perché, fondamentalmente, è lì che è ambientata la vicenda. È vero che la voce preponderante del romanzo è quella di Lavinia, ma il mondo in cui si svolge la storia è quello delle piantagioni, è la casa degli schiavi, è la cucina di Mamma Mae. È, in sostanza, “Il mondo di Belle”.

Un ultimo aspetto su cui ci si è soffermati (o almeno in cui ci si sofferma in questo riassunto per forza di cose non completamente esaustivo… si fa quel che si può) è l’appunto mosso da qualcuno sul perché Neri Pozza abbia scelto di pubblicare questo romanzo. In parte le motivazioni sono già state espresse all’inizio, ma vale la pena tornarci un attimo.
Le linee della Casa Editrice nella scelta di un testo da pubblicare si possono sommariamente riassumere in tre punti (in Casa Editrice mi perdoneranno per l’estremità della sintesi e la semplificazione nello spiegare un lavoro che racchiude dinamiche difficilmente riassumibili qui).
Un libro deve, innanzitutto, avere una storia ben costruita, credibile, che sappia intrattenere il lettore.
Un libro deve anche avere dei personaggi ben delineati, nei quali ci si possa immedesimare e il cui destino illumini lo spirito di un’epoca.
Il terzo punto è quello che raggiunge l’apice, ovvero quando un libro, unendo le due caratteristiche precedenti, arriva a toccare il mondo dell’arte e della letteratura (con tutte le difficoltà di definizione di cui si è già detto). In questo caso si hanno i capolavori.
Avere due su tre di queste caratteristiche è già un motivo sufficiente per pubblicare un libro, anche perché, nell’arco di un anno, sicuramente non esistono 100 romanzi che possano arrivare ad essere opere d’arte, e il catalogo di un editore non può certo vivere di soli, indiscutibili, capolavori. La letteratura è anche intrattenimento. E l’intrattenimento, quando è di qualità, come nel caso dell’opera della Grissom, è sempre un buon motivo per pubblicare, e leggere, un libro.

Ci sono state, poi, una serie di domande e di altri spunti interessanti. Riassumerli tutti è davvero difficile. Due ultime considerazioni, però, vale la pena sottolinarle. La prima è quella di chi ha ringraziato il Book Club perché permette di ri-leggere i libri anche attraverso gli occhi degli altri: condividere i pareri riguardo un testo, scambiarsi opinioni, spiegare i motivi del proprio gradimento o della propria delusione, sempre con la cortesia di cui si diceva all’inizio e le corrette argomentazioni, è qualcosa che non può che arricchire tutti i lettori e la stessa casa editrice stessa.
La seconda è che, date queste premesse, se ben argomentato ed espresso con pacatezza e semplicità, ogni parere ha lo stesso valore e lo stesso diritto di esistere ed essere espresso, in piena libertà. Quindi, nessuno si faccia intimidire da chi non la pensa come lui e da chi sostiene con più forza, per carattere e indole, il proprio punto di vista. Vale sempre la pena “lottare” per un’idea. Anche quando questa riguarda un semplice romanzo.

Buone letture a tutti.

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Incontro di venerdì 28 giugno: Il mondo di Belle

Dibattito interessante quello suscitato dal libro “Il mondo di Belle”, di Kathleen Grissom nell’ultimo incontro del Neri Pozza Book Club.
Onestamente, non tutti i lettori sono rimasti pienamente soddisfatti dalla lettura: il parere condiviso è che la scrittrice sappia assolutamente il fatto suo, ma a volte “pecchi” di troppo mestiere, se così si può dire, costruendo una storia scorrevolissima e ben articolata, ma troppo piena di eventi e, soprattutto, di disgrazie e non così approfondita per quanto riguarda i personaggi.
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Aspettando Tracy Chevalier

Approfittando della possibilità di incontrare Tracy Chevalier, a Milano in occasione della Milanesiana, ripropongo una piccola recensione con intervista all’autrice statunitense sul suo libro “Strane Creature”, pubblicato da Neri Pozza nel 2010.

strane_creature

La firma di Tracy Chevalier, nel suo ultimo libro “Strane creature”, è più che mai riconoscibile. Ancora una volta, l’autrice diventata nota in tutto il Mondo grazie a “La ragazza con l’orecchino di perla” regala ai suoi lettori una storia di donne storicamente ambientata. Questa volta siamo nell’Inghilterra dei primi dell’Ottocento, dove il piccolo centro costiero di Lyme è smosso nella sua abituale routine di rapporti artefatti e decoro in stile molto british, dalla “strana coppia” di protagoniste formata dall’istruita Elizabeth, proveniente con le due sorelle dalla “moderna” Londra e pronta a destabilizzare usanze e tradizioni dell’epoca con un atteggiamento deciso e sicuro di sé, e la piccola Mary Anning, vivace adolescente con un talento straordinario nel trovare fossili e un’indomabile voglia di nuove scoperte.
Basato sulla vera storia di Mary Anning, che per prima scoprì un cranio di ittiosauro e a suo modo segnò una traccia negli studi sull’evoluzionismo resa, poi, indelebile da Darwin, il romanzo procede tra rapporti difficili e forti, ostacoli quotidiani e pregiudizi che sembra impossibile sradicare, in un ritmo lento e costante in cui l’amicizia vince sulla storia: “Elizabeth era una vera amica di Mary – racconta l’autrice – ma del loro rapporto si sa poco, e questo mi ha lasciato maggiore libertà nell’immaginare il suo personaggio”.
In che senso?
Elizabeth è una donna più vicina a noi, al “lettore comune”, è una persona che ha una grande passione, nel suo caso i fossili, e del tempo da dedicarci. È la contrapposizione con lei che ci permette di vedere Mary con occhi diversi, come una ragazza con una marcia in più, con quella “scintilla” che le permette di andare oltre.
Il suo è un libro “evoluzionista”?
Non è un libro che prende le parti, e nei Paesi dove è stato pubblicato sinora (non ancora negli USA, in cui arriverà a Gennaio n.d.r.) non ha suscitato alcun tipo di discussione a questo riguardo, la vicenda narrata fa semplicemente vedere cosa può succedere quando si mette in discussione il pensiero dominante di un’epoca.

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Michael Crummey, “Dal ventre della balena”. Suggestioni e spunti dal Book Club

ventreBalena_cover Entusiasmi e perplessità; angosce e sorrisi; curiosità per i rimandi biblici e fascino davanti agli avvenimenti magici. La lettura del libro di Michael Crummey Dal ventre della balena suscita emozioni e reazioni molto diverse tra i lettori del Book Club. Nessuno, però, rimane indifferente di fronte a una lettura sicuramente impegnativa e diversa dal solito (clicca qui per leggere la trama del libro) che offre tantissimi spunti di discussione, come sempre succede davanti a una narrazione letteraria di questo livello. Perché sul fatto che l’autore nato sulle coste del Labrador abbia fatto un lavoro egregio sul piano della trama, dell’uso della lingua e, soprattutto, della costruzione dei personaggi, nessuno dissente.
Svettano, in particolare, le figure femminili, con la Vedova Devine a tenere le fila della prima parte del romanzo, Mary Tryphena che ne prende l’eredità e Esther che riannoda i fili tra passato e futuro. Ma anche le donne meno “magiche” lasciano il segno, regalando delle figure che rimangono ben impresse anche una volta terminata la lettura.
In generale colpisce molto la prima parte del libro, nel suo porsi come il racconto epico di un “mondo alla fine del mondo”, o forse, addirittura, fuori dal mondo e dal tempo. Un microcosmo familiare dominato da una natura dura e inospitale, dalla fatica di riuscire a sopravvivere, dalle difficoltà che si incarnano in malformazioni e difetti fisici. Eppure, nonostante tutto, la vita va avanti, e viene raccontata da Crummey con non poca, e molto apprezzata, ironia.
Più disomogenee le reazioni davanti alla seconda parte del romanzo, in cui irrompe la “modernità”, la politica, la guerra e che, forse proprio perché sentita in qualche modo più vicina, sembra trasmettere più cupezza e rassegnazione.

Tantissimi i rimandi più o meno palesi riscontrati: la Bibbia, in particolare il Vecchio Testamento, onnipresente nelle continue citazioni e richiamata in molti episodi; ma anche l’Odissea, come racconto mitico e saga della tradizione orale. Palese e apprezzato l’omaggio al realismo magico di Marquez; interessanti gli accostamenti alla letteratura sudamericana della Allende e di Coloane; pertinente il richiamo ai Malavoglia di Verga; provocatoria, infine, la lettura nietzschiana della struttura ciclica del romanzo.
Proprio il finale del libro, lungi dal porre solamente il punto fermo al termine del racconto, apre a infinite interpretazioni e reazioni da parte del lettore.
La discussione è appena cominciata…

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Questo suono è una leggenda

es Questo suono e  una leggenda_esecutivo SnobRecensione a Questo suono è una leggenda, Esi Edugyan.

Da una parte la magia della musica jazz, dall’altra il delirio senza scampo del nazismo. È su questi due campi inconciliabili che Esi Edugyan, nel suo libro Questo suono è una leggenda, fa svolgere la partita della vita di Hieronymus Falk, eccezionale talento della tromba, segnato dal drammatico destino che inevitabilmente spettava, nella Germania del 1940, ai figli di donne tedesche e dei neri provenienti dalle colonie francesi. Preciso nella ricostruzione storica, evocativo nell’intreccio di passato e futuro, emozionante nell’emergere di verità mai confessate, il pluripremiato romanzo parte mettendo sul piatto quello che di Hieronymus la storia ha sancito: ovvero il possesso di un talento inimitabile, inutilmente fuggito da Berlino a Parigi e finito a Mauthausen lasciando dietro di sé solo una registrazione rattoppata. Abbastanza, però, per essere consacrato come il “Louis Armstrong tedesco” e per spalancare i palcoscenici più prestigiosi a tutti gli altri componenti della band. Proprio a uno di loro, l’ormai ottantenne Sidney Griffiths (voce narrante del romanzo), è affidato il compito di riannodare i fili della vicenda: tornato in Europa in occasione del lancio di un documentario su Hieronymus con l’amico di sempre Chip Jones, è attraverso i suoi ricordi che la pagine del passato vengono sfogliate di nuovo, rivivendo le paure degli anni della guerra, la dolce storia d’amore con la bella Delilah, ma facendo anche emergere verità diverse da quelle tramandate dalla storia. Come se la vita fosse una jam session di jazz, in cui ogni refrain non può mai essere uguale a quello che lo ha preceduto.

Pubblicata sul mensile Class, maggio 2013

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