All posts by Paola Rinaldi

About Paola Rinaldi

Born in 1967 in Milan where I live. After studying Foreign Languages and Literatures (English, German Spanish) and getting my revenge teaching German Lturature at university, I decided to leave libraries for bookshops: since 1996 I've been a bookseller and not only do I sell books, but read (and comment on) them quite a lot, almost everywhere!

Sul giudicare

Waltz e i criteri del giurato – ZDF

Breve intervista a Christoph Waltz, membro della giuria della Berlinare 2014 (già membro della giuria a Cannes, tra l’altro).

Traducendo ‘al volo’: per Waltz ciò che rende fantastica una giuria e il farne parte è poter vedere nuovi film insieme agli altri giurati con intensa concentrazione e discuterne poi ad alto livello. Jo Schückt chiede a Waltz quali siano i criteri di giudizio, al di là delle caratteristiche tecniche della pellicola, perché a volte a Schückt capita di vedere un film che lo travolge, da cui è preso, coinvolto, senza saperne bene il perché. Può essere questo un criterio per premiare un film? Waltz risponde che “non sapere il perché” non può essere un criterio e che il sentirsi preso da un film semmai è una possibilità, anche se naturalmente questo è un aspetto importante dell’esperienza del vedere un film. Tuttavia, non c’è niente di più insopportabile di esperti presuntuosi che si ritengono tali solo per aver letto un libro o studiato sull’argomento. E’ DOVERE del pubblico reagire come pubblico e non come esperti. Frasi come “mah, non l’ho trovato un gran ché ma è ben fatto” non significano nulla per il pubblico: a volte ci sono splendidi film che di per sé sono ‘fatti male’. “Mi è piaciuto?” “L’ho apprezzato?” “L’ho trovato buono?”… Ecco questi sono i punti di vista che, secondo Waltz, sono importanti per il pubblico, e per il giurato, che è parte del pubblico

Niente di trascendentale ma ascoltando Waltz che insiste sul giurato innanzitutto come spettatore, come parte del pubblico, e non sopporta il critico che invece pensa di essere diverso dal pubblico, m’è venuto naturale pensare al bookclub e ai suoi membri un po’ come alla giuria della Berlinale (a me basterebbe essere brava la metà di Waltz, sia chiaro), e mi è venuta voglia di condividere queste riflessioni con i colleghi giurati Neri Pozza (soprattutto quando Waltz dice che le cose funzionano solo se la giuria è di qualità :) ). Viel Spaß!

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Herman Koch, ODESSA STAR – “Breaking Bad” all’olandese

Fred Moorman ha 47 anni e li sente tutti: profondamente in crisi, sogna una Jeep Cherokee nera  o qualcosa che lo  riscatti agli occhi di sua moglie e suo figlio adolescente. Se dall’esterno Moorman mostra un sorriso di facciata, nel suo intimo si scatena un massacro alla Tarantino per ogni sciocchezza. Fred si imbatte per caso nel suo vecchio compagno del liceo, Max G., e capisce cosa manca alla sua vita miserabile: blindato da guardie del corpo, Max è un maschio alfa, aggressivo, brutale, assertivo, circondato di belle donne su belle auto. Insomma, tutto quello che Fred vorrebbe essere. La lamentatio delle sue sfortune, che Fed propina a Max come a tutto il mondo, sortisce il suo effetto e gli ‘amici’ di Mad Max si occupano di risolvere i problemi di Fred (sparisce la vecchietta che lascia la cacca del cane nel giardino dei Moorman…), ma Max non fa beneficenza e in cambio chiede a Fred di essere suo complice in una truffa a Chi vuol essere miliardario? E Fred ci prende gusto, perdendo inibizioni e scrupoli per strada. Come poi ne La cena e Villetta con piscina (scritti più tardi), anche qui il rispettabile stile di vita borghese si avvicina pericolosamente a quello criminale e il male contamina l’esistenza dell’innocuo, noioso uomo medio: il Tarantino che c’è in ognuno di noi si fa strada ed sale con prepotenza in superficie, noi tutti bastardi senza gloria…

(http://chooze.it/blog/2014/02/sunday-books-il-ritorno-del-king/ mi scuso per l’auto-citazione ma prendo atto con rammarico che sempre e solo 24 ore sono quelle che compongono la giornata)

Trovo sempre molto stimolante seguire il percorso di un artista, perché a stare bene attenti si rischia di cogliere qualche lampo di genialità, di intuire quale sia il processo creativo che culmina nell’opera.

Ecco, leggendo Odessa Star, che è stato scritto una decina di anni fa da Koch, ho trovato anche questo: come si arriva poi a La cena.

I romanzi di Koch mi fanno pensare ad una forma narrativa del dramma borghese, da Harold Pinter a Roland Schimmelpfennig passando da Yasmina Reza: una situazione piuttosto normale anzi banale viene sconvolta da un evento altrettanto ordinario e si innesca una reazione a catena che scoperchia il vaso di Pandora della borghesia, della condizione media e consolidata dell’individuo nella società occidentale oggi.

Che ciascuno di noi, nel nostro intimo, possa anche solo immaginare di formulare pensieri malvagi, immorali, al di là di ogni limite lecito… Beh, è certo un’esperienza da capogiro.

Più la situazione presentata nel romanzo è vicina alla nostra quotidianità, più la ‘metamorfosi’ (e non è che diventiamo un gran ché meglio degli scarafaggi di kafkiana memoria) ci terrorizza, perché davvero ci chiediamo se e dove stai la differenza, almeno in apparenza, tra noi e i protagonisti dei romanzi di Koch.

Tuttavia, Odessa Star, a differenza de La cena, ci offre un alibi iniziale: Fred è un inetto (a casa nostra, si veda Svevo) da cui possiamo legittimamente prendere le distanze, almeno un po’; almeno all’inizio. E’ in questo che percepisco Odessa Star come uno dei gradini che Herman Koch sale per arrivare alle sue opere della maturità. L’io narrante, Fred appunto, non è così ricco di sfumature e di contraddizioni come Paul (come dire, parte già perdente) e le sue emozioni sono unidirezionali: odio, odio e ancora odio; o malvagità; anche il sesso è violenza nelle espressioni usate per descrivere le fantasie sull’insegnante di francese (ecco, su come ci immaginiamo gli altri in situazioni intime, mi ci sono ritrovata tanto; ma non sono pericolosa, lo giuro). Se dunque Odessa Star mi sembra u po’ il fratello minore della prole letteraria di Koch, in esso si trovano già le grandezze dei romanzi futuri: l’incrocio tra romanzo familiare e thriller, la costruzione narrativa raffinata a scatole cinesi (che confonde e sorprende insieme), l’incedere per allusioni e rimandi, e soprattutto la scelta di un narratore inaffidabile che ammette con attendibilità di essere totalmente inattendibile. Koch crede nell’intelligenza del suo lettore, e non è poca cosa.

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Moll (Flanders) incontra Clarissa (Harlowe) e con Richard (Fenwick) vanno al Truman Show – su “Il teschio e l’Usignolo” di Micheal Irwin

Che grande gioia per l’intelletto e per l’umore leggere un romanzo che annulla quattro secoli di distanza nel primo paragrafo d’apertura. Questo fa, meravigliosamente bene, l’autore, Micheal Irwin (esordiente in Italia a 80 anni, davvero molto meglio tardi che mai!): perché mai, nell’intera lettura, sorge il dubbio che non si tratti di un romanzo veramente scritto più o meno a metà del Settecento, appunto quando vennero pubblicati Moll Flanders, Clarissa, I Viaggi di Gulliver, Tom Jones, che risuonano alti nello stile di Irwin.

La storia è quasi incredibile, eppure, nel momento in cui siamo chiamati ad essere testimoni del patto tra il giovane Richard Fenwick e il padrino James Gilbert, noi per primi non ci tiriamo indietro: Richard sarà il ‘burattino sensoriale’ di Gilbert, che ha deciso di voler provare tutte quelle emozioni, meglio se esagerate, che si è negato in gioventù. Il ricco signore di campagna sovvenzionerà Richard perché seduca, cornifichi, ecceda… e poi stili un resoconto scientifico degli esiti di questo mefistofelico esperimento.

La genialità di Irwin sta, da un lato, nell’aver metabolizzato così bene un periodo letterario da produrre ex novo un romanzo che è storico perché di fatto appartenente ad un’altra epoca; e dall’altro da essere un uomo del XXI secolo, che quindi già sa come dove è andata a finire la letteratura.

Così, Gilbert è sì Machiavelli e Mefistofele, certo Richard è Faust e un po’ Don Giovanni (che delizia le maiuscole per le passioni, come nei morality plays della grande tradizione anglosassone!), ma le certezze del passato si sono lentamente indebolite nel tempo, e in fondo Richard e Gilbert poterebbero, a volte, tranquillamente scambiarsi di ruolo. Se Faust e Don Giovanni si disperano perché sono certi della loro dannazione, Richard non abbassa la sguardo, non desiste, più diabolico del diavolo, o semplicemente più razionale e utilitarista dei suoi compari tremebondi del passato.

Se il XVIII secolo vede la nascita della Royal Society e, nel nome di Newton, l’esperimento è il metro con cui misurare il grado di verità di ogni cosa, di ogni emozione, e giustifica in sé e per sé le azioni che si stanno sperimentando, quasi che il presupposto di essere ‘scienziato’ sollevi l’uomo da ogni remora morale, i secoli successivi sono molto più sospettosi nei confronti della scienza: l’esperimento di Gilbert ci sembra cinico e immorale, Richard stesso (nei passaggi in prima persona che si inseriscono splendidamente tra una lettera e l’altra, fornendo al lettore un altro punto di vista, più partecipato, e una realtà più autentica, non corretta e rimaneggiata, prima di divenire materiale epistolare) a volte ne prende le distanze e si perde tra il suo vero io e il personaggio che interpreta per Gilbert.

Ecco il nuovo senso dell’esperimento di Gilbert che si fa strada ed esplode nella sua prepotente attualità: se nel Settecento la regola diceva che la realtà imponeva di comportarsi secondo schemi precisi che forzavano i comportamenti in maniera innaturale, ora è l’uomo, Faust e Mefistofele insieme, a decidere di vivere in un ruolo preciso, di ‘recitare’ la propria vita, di metterla in scena. E non solo metaforicamente: come ha giustamente sottolineato Francesco Elli all’incontro del venerdì del Bookclub Neri Pozza, quello che fa Richard e sembra così malignamente bizzarro, oggi è la quotidianità dei reality shows, in cui non l’attore di professione, ma l’uomo comune si pone il problema di cosa dire o come agire cercando di indovinare le reazioni che susciterà nel pubblico che lo guarda. E non serve aver letto i classici per ritrovarci, tutti, in questa (dis)avventura, dai numerosi coli di scena ma caratterizzata dalla massima coerenza.

Il teschio e l’usignolo è un romanzo costruito con grande abilità, capace di offrire molti diversi livelli di lettura, e di divertirci garantendo un distacco emotivo che mantiene il nostro senso critico sempre vigile.

Da leggere, dopo Downton Abbey 🙂

 

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Enon – quando ricordare è un arte (e di arte ne ha da vendere, Paul Harding)

Trovo l’incipit semplicemente eccezionale (e splendidamente dolorosa la scena nel parcheggio): eccoci qui a confrontarci con la realtà nuda dei fatti; è più facile far fronte a un disastro, un enorme dolore, una tragedia, se si riesce a considerare il tutto come un evento asettico, come se stessimo segnalando una notizia che riguarda qualcun altro. Ci aiuta a rimanere freddi e a dominare il senso di colpa, di solito ingiustificato. Come se fossimo osservatori della tragedia, piuttosto che farne. Le prime righe indicano al lettore tutta la storia e ne definiscono il personaggio (un sopravvissuto, non un eroe che ha vinto la battaglia). Poche parole, un sacco di vite (quella di Charlie, di suo nonno, di Kate…). A pensarci bene, tutte le storie si somigliano e cose simili accadono sempre, ovunque, a molti. Ma diventano uniche nel momento in cui ciascuno di noi le trasforma in ricordo, in memoria. L’atto di ricordare rende uniche ed eterne le cose: ri-cor-dare, cioè dare cuore nuovo alle cose, prenderle e portarle nella nostra intimità emotiva per farle emergere più pesanti perché si sono attaccate ad esse i nostri sentimenti e le nostre sensazioni ad esse legate in qualche modo diretto o indiretto. I ricordi dicono della cosa che ricordiamo ma parlano soprattutto di noi, del nostro legame con essa. Così ho inteso i flashback e le riflessioni che partono sin dall’inizio, non appena Charlie ci dice che Kate è morta. Se il passato e i ricordi sono un luogo sicuro per lasciarsi andare, per lasciare che i sentimenti prendano il sopravvento (e Charlie dice di saper ricordare benissimo), il presente deve essere sottomesso attraverso un distacco sicuro; non per niente Charlie è ironico ed è rivelatore il fatto che nella famiglia di Susan l’ironia non sia compresa, come se quei giganti finlandesi non fossero in grado di fare a meno della tangibilità, della praticità che nasce da una simbiosi con la realtà tangibile.

La morte un figlio sconvolge le leggi della natura (e la natura è uno dei personaggi più potenti del romanzo), l’equilibrio è rovesciato: è il Caos che invade e distrugge l’Ordine (quando arriva la famiglia di Susan, la donna torna ad essere figlia invece che madre lei stessa). I ricordi sembrano essere l’unica bussola rimasta per cercare di non perdersi sulla strada, sempre che ci sia ancora una destinazione comprensibile verso cui fare rotta.

Charlie non è un personaggio che suscita particolare empatia ‘di pancia’, perché il suo dolore non si apre verso l’esterno, ma si riversa verso l’interno. Non permette che abbiamo pena di lui, non piange se non raramente e con vergogna se è in pubblico, non chiede di essere consolato. E’ paralizzato da un dolore che non sa come esprimere o gestire. Per questo semplicemente, non fa. Si ferma, come un orologio che si è rotto perché qualcuno ha voluto muovere le lancette nel senso sbagliato. Quando ci prova, si spezza (la mano – che diventa una ennesima circostanza per un flashback e ricordare Kate viva). Sa però muoversi nel passato, nel “prima”, quando ancora c’era ordine, e appena può fugge via da una realtà in cui il ricordo non è intimità e non porta consolazione (come quando si ritrova con la famiglia di Sue).

In fondo, Charlie è sempre stato più orientato all’indietro o forse solo alla fuga dal qui e ora: la lettura è per lui vero escapism, vuol dire uscire dalla realtà e avventurarsi in un altrove che ama, mentre la scuola è noiosa, Charlie sembra non essere capace di inserirsi nella realtà codificata, pare non essere mai in grado di concentrarsi sulla realtà dell’hic et nunc. Persino per capire la propria stessa esistenza ricorre ad un artificio che Harding costruisce con genialità e porta avanti qua e là nel romanzo: vede la propria situazione da estraneo, è un attore che fa la parte del marito, così come per Sue c’è un’attrice; con un copione, un palcoscenico e un pubblico.  La propria esperienza diventa esperienza teatrale del pubblico che assiste alla rappresentazione. E’ come se Charlie ponesse tra sé e la vita reale sempre più filtri.

La morte di Kate obbliga Charlie a venire a patti con la sua vita fallimentare, a cominciare da un matrimonio senza senso: lo dice il passaggio in cui Charlie descrive se stesso e Sue come due individui uniti dall’amore per Kate. E la vita di Charlie scivola nell’abisso della dimenticanza di sé, dell’auto-annientamento… ma anche della ricerca di una modalità che gli renda sopportabile la vita senza Kate e il ricordo di Kate nella sua vita.

La natura, che è quasi un correlativo oggettivo dello stato d’animo di Charlie, si perde e sparisce con la progressiva decomposizione della coscienza di Charlie. Fino ad arrivare alle pagine finali, in cui la discesa agli inferi è talmente veloce da necessitare un linguaggio altro e una serie di metafore non più ‘naturalistiche’, bensì decisamente oniriche. L’ultima cena nel mondo all’incontrario inventato da Charlie per Kate morta, l’arrivo dell’uragano, sono il segnale che Charlie ha lentamente compreso come devono essere i suoi ricordi per Kate, come gestire questa vita nella morte e morte nella vita. Poco per volta torna la natura, torna la coscienza di Charlie che smette di inventare e torna a ricordare, nel senso in cui dicevo sopra. Allora, seppure la morte rimane morte, l’assenza rimane vuoto, il dolore al massimo diventa un’abitudine ma è lungi dallo scomparire, arriva per Charlie la consolazione:

“As upsetting as these meetings are, there is consolation in them, too—real joy at seeing my daughter—whether they anticipate an eventual reunion or are just figments that comfort me once in a while until I, too, simply cease and there isn’t a soul left in Enon or anywhere else on this awful miracle of a planet to remember either of us”

E Charlie sa che deve farsela bastare.

Da leggere, dopo Un lungo inverno, e prima dell’annunciato volume, ultimo della trilogia della famiglia degli orologiai un po’ sfasati.

PS: speriamo di poterne parare con Harding direttamente, che sarà a Como o da quelle parti a giugno, ho sentito…

 

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At Last, Mr. St. Aubyn: quando rimanere orfani è il Lieto Fine

Trovo Lieto Fine intelligente come il titolo, che è ironico e lieve nella sua tragicità (anche in originale non male: At last, come a dire finalmente orfano!). La Melrosíade è arrivata alla fine con uno svolgimento molto simile alle tragedie greche classiche. Il progetto portante della serie di St. Aubyn è una sorta di atto investigativo di autoriparazione, con Patrick che deve ammettere e affrontare il fatto che la madre non solo sapesse ma fosse anche complice del padre/marito aguzzino. Da qui l’intensità emotiva, che pochissimo concede a digressioni e descrizioni. Persino la fine satira sociale finisce in secondo piano per non oscurare il riflettore costantemente puntato sulla situazione di Patrick, che rivive tutta la sua vita tra riflessioni, flashback, ricordi e presente. Bello il continuo cambio del punto di vista che ci piazza sempre nella testa e nelle budella dei personaggi, ovviamente di Patrick in primis.
Se i personaggi hanno esistenza e spessore autonomi, anche perché tutti carichi del passato del volume precedente, che percepiamo attraverso i brillanti passaggi loro dedicati, essi svolgono sopratutto la funzione di presenze emblematiche nella complicata cerimonia interiore di Patrick che si affianca a quella reale esterna del funerale della madre. e nella lunga galleria di sostituti che sostituiscono sostituti, c’è pure quello del padre, Nicholas Pratt.
Complimenti alla traduzione di Luca Briasco che rende bene l’atmosfera di emergenza psicologica che trasforma la narrazione da levigata a tesa, tersa, drammatica, anche nelle parti divertenti.
Al lettore non rimane che godere del progressivo scontrarsi dei punti di vista, delle diverse prospettive dei personaggi con la mente lucida e spietata di Patrick. Davvero un bel romanzo, una grandiosa saga di disgregazione familiare (la perdita dell’eredità ne è il correlativo oggettivo) che dimostra ancora una volta che solo gli scrittori veri sanno essere profondi, complessi, classici, rimanendo lievi e offrendo intrattenimento fruibile da tutti.

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Varcare la soglia?! Intorno a La Porta di Soseki

Quando si dice che ogni libro è un viaggio, ecco, si deve per forza pensare a questo: un viaggio nello spazio e nel tempo; e nella storia, nelle tradizioni, nell’animo.

Leggere La Porta è una sorta di atto di fede: se non si è già conoscitori della cultura giapponese (come nel mio caso), è necessario fidarsi delle sensazioni dei personaggi. Perché le ragioni in sé, quelle, io non le saprei accettare. Ma conosco le emozioni che tali ragioni suscitano nei protagonisti, perché non l’oggetto dell’emozione, ma l’emozione in sé è universale.

Non condivido l’accettazione del destino, l’assunzione di colpa (perché non riconosco la colpa come tale; ma io vivo ora qui, non laggiù a quei tempi), la mancanza di aspettative che trasforma la felicità (o la serenità, o l’equilibrio) in uno status quo e non in una tensione verso: eh sì, sono troppo mitteleuropea. Ma altri, a loro volta, non condividono le mie modalità di vita.

Quello che, per me, misura il valore di un’opera è la sua capacità di non lasciarmi indifferente. E La Porta ha scosso un po’ tutti noi del Book Club che ci siamo incontrati venerdì scorso.

Del libro in sé non mi sento di parlare: si tratta di una storia intima, coperta da un pudore estremo, che ha un movimento interiore, come se l’azione fosse più che altro un movimento dell’animo e non delle cose.

L’attenzione per i particolari, l’eccezionalità del dettaglio quotidiano, la descrizione a volte poetica ma pure a volte sorprendentemente prosaica, che in un certo senso santifica l’anti-climax, la scelta precisa, quasi sofferta di ogni parola, sono elementi che spero aiutino a comprendere perché quest’opera sia soprattutto da leggere, e meno da raccontare.

Adoro Murakami, che è distante da Soseki: eppure, di nuovo, sazio e tempo sono relativi, perché leggendo Soseki capisco che, senza, non avrei mai avuto Murakami.

Non sempre è necessario aprire una porta per capire che c’è un mistero dall’altra parte

 

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il potere della letteratura… Intorno a Tre Camerati di Erich Maria Remarque

Oggi ci siamo incontrati per confrontare le nostre impressioni dopo la lettura del romanzo di Remarque in uscita a fine settembre.

Di cosa ci siamo detti, però, non voglio scrivere. Ma della magia che un romanzo intenso, umano, letterariamente perfetto o quasi, è capace di esercitare su chi lo legge… ecco di questo sì, vorrei scrivere.

L’incontro di oggi è stato bello: non perché fossimo tutti d’accordo sulla grandezza del romanzo (d’altronde, è realmente un classico della narrativa mondiale che ANDAVA ripubblicato), ma perché, pur essendo tutti d’accordo, abbiamo raccontato Tre Camerati in modi tutti diversi; ci siamo c0mpletati l’un l’altro, ponendo ciascuno l’accento su aspetti differenti; abbiamo ritrovato, nelle parole degli altri, la nostra stessa commozione, ma abbiamo pure riso insieme. Abbiamo consegnato l’oscar al miglior personaggio non protagonista, ci siamo consolati a vicenda nel prender atto che la Germania degli Anni ’30 purtroppo è così pericolosamente simile alla nostra Italia del 2013; abbiamo deciso che il senso della vita è la vita, ed è un senso così grande che basta e avanza.

Ecco: io volevo ringraziare i miei compagni di lettura, Francesco e ovviamente Neri Pozza (e Remarque!), perché l’incontro di oggi è la dimostrazione tangibile del potere della parola scritta, quando è scritta così bene

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KATHLEEN GRISSOM, IL MONDO DI BELLE ovvero Wille zum Leben batte Wille zur Macht 2 a 0: quando il pragmatismo salva la vita e ti lascia anche (un po’) amare

Gli Americani si sono accorti di avere un passato razzista: certo, Harper Lee lo aveva scoperto negli Anni Sessanta, ma spesso la digestione è lunga. Così, ecco arrivare The Help di Kathryn Stockett nel 2009, che presto diviene un film. Segue Julie Kibler con Calling me home – Tra la notte e il cuore (già opzionato per il grande schermo) nel 2013. Ma ci sono anche Lincoln  e Django (se proprio dovesse sopravviverne solo uno, allora Tarantino, che offre la lettura più complessa e completa del ‘problema’), e poi le discussioni sulla riscrittura ei grandi classici togliendo la N-word… Insomma, dopo anni di rimozione, ci si sono messi di impegno.

Tuttavia, mi pare che Il mondo di Belle sia solo in parte una riflessione profonda sulla schiavitù, quanto più che altro melodramma ben riuscito in cui i climax (raggiunti con maestrale escalation: l’autrice sa preparare bene il lettore alla tragedia incombente) e le vicende sono ‘fornite’ dalla frizione tra schiavi e uomini liberi tra bianchi e neri. Non mi pare sia una storia d’amore nel senso classico: il grande amore, quello vero, è il legame che unisce Mae e George! Ma certo è un romanzo di amore materno, di amore tra gli esseri umani che soffrono e sanno che non ci sarà per loro altra realtà se non quella in cui sono nati.

Il romanzo di Kathleen Grissom pesca a piene mani dalla tradizione del romanzo classico in lingua inglese, e si salva dagli stereotipi grazie alla scelta di una struttura narrativa particolare, oltre che a una scrittura attenta e raffinata: due punti di vista per una stessa storia, quello di Lavinia e quello di Belle; uno bianco e uno (quasi) nero; uno al passato e no al presente; uno giovane, che cresce e scopre, uno maturo (dati i tempi), che vede solo la storia ripetersi sempre uguale; uno che racconta quello che vede perché non ha strumenti per decodificare e interpretare, l’altro che racconta quello che desume da ciò che vede. Nonostante il titolo citi Belle, che è anche la più grande, è il personaggio di Lavinia a scuotere quella cucina della casa padronale in cui le due donne (anche se ora sarebbero una bambina e una ragazzina, per i nostri standard) si scontrano, si conoscono, si prendono cura l’una dell’altra, si sostengono. Belle e Lavinia sono legate da un sentimento che muta e paradossalmente si consolida tanto più quanto le circostanze sembrano loro avverse. Più il Destino si ostina a creare situazioni che dovrebbero metterle una conto l’altra, più Belle e Lavinia diventano madre e figlia, sorella maggior e sorella minore, e alla fine le parti quasi si invertono: ma in guerra non lo saranno mai.

Lavinia cresce, recupera in parte il suo passato che entra nel suo presente in punta di piedi (qualche nome ricordato all’improvviso; un colore; una bambola; un sapore) e da bimba timida, afasica, insicura, denutrita, diventerà la locomotiva che trascinerà nel futuro i sopravvissuti, novella Mosé sul Monte Ararat che indica la via al suo sparuto equipaggio.

Sicuramente, il telling supera di gran lunga lo showing: sia perché si tratta appunto dei racconti in prima persona delle due figure principali; sia perché in ogni caso al dialogo è preferita la descrizione, per cui il lettore gioca un ruolo piuttosto passivo, In questo, appunto, il romanzo è senza dubbio un romanzo classico: il lettore può anche solo limitarsi a guardare, non deve sforzarsi di dedurre, non è mai chiamato in causa: solo all’inizio, quando non sa di chi sono i piedi penzolanti del cadavere appeso. Non ci sono colpi di scena, la storia è molto ben costruita ma fondamentalmente prevedibile e avanza senza scosse, cosa che potrebbe fare del romanzo un buon successo di vendite. Se non nelle scene più violente, è difficile provare trasporto, entrare in empatia con i personaggi che pure sono coerenti, ben strutturati, verosimili e, appunto, facilmente comprensibili. Si sente la mancanza di dialoghi e confronti forti e diretti.

Come vuole la tradizione, nel romanzo ci sono molti personaggi, anche perché molti sono i morti, e bisogna creare uno ‘spazio’ sufficiente per intrecci di storie amorose, vendette trasversali, c’è persino l’orfana irlandese, nonostante l’Europa sia solo marginalmente toccata nell’opera (non c’è il Beethoven di Tarantino a  ricordarci che tutti gli uomini sono fratelli, l’Illuminismo è sconosciuto).

Le descrizioni sono attente e realistiche; là dove Lavinia, soprattutto quando è ancora molto giovane, non arriva a capire bene cosa succede e si limita a descrivere e a comunicare la propria perplessità, al lettore viene in aiuto Belle che, per es. nei capitoli 12, 14, 18, 22, spiega quello che Lavinia non ha potuto capire: lo spiega con una maturità che ora fa sorridere, perché anche Belle è molto giovane, e che deriva da una vita che è lotta per la sopravvivenza da quando si nasce.

Belle e Lavinia sono entrambe un po’ fuori posto: Lavinia è bianca e non ha nessun segreto innominabile legato alla classe dirigente, come invece capita a Belle. I racconti di Lavinia mostrano la perplessità della bambina che non riesce ad appartenere pienamente a nessuno dei due gruppi. Interessante e triste è che la consapevolezza della diversità, della superiorità dei bianchi avvenga, per Lavinia, in chiesa, nella Casa del Signore, che viene adorato e pregato dai bianchi come anche dai neri e sicuramente dalla disperazione dei neri raccoglie più amore, più dedizione, e una grande fede a cui abbandonarsi data l’impossibilità di vivere una vita degna e rispettosa, figuriamoci felice, nella realtà.

Sarebbe però superficiale limitarsi al colore della pelle di Belle e Lavinia come motore del romanzo: in realtà, mi sembra molto interessante da un lato il rapporto che verrà a crearsi tra Lavinia e Miss Martha; e dall’altro quello tra Lavinia e Marshall. Ora, che Lavinia sappia farsi benvolere, è indubbio, ma certo è notevole come per Martha, Marshall e i Marden, quindi per i padroni, Lavinia diventi quasi naturalmente una cameriera, una dama  di compagnia, un’amica (per Meg), su su fino a sostituire una sorella e una figlia morte e a diventare la moglie dell’erede del capitale. Non mi pare però che si possa parlare di una storia a lieto fine alla Dickens: anzi, mi verrebbe da dire che l’ascesa di Lavinia poggi sulla perversione di rapporti che diventano innaturali. Marshall, che proprio Lavinia vede per sbaglio uscire sanguinante e pesto dalle latrine insieme al viscido istitutore, non è un bambino cattivo in sé. Le violenze subite da Mr. Waters non solo creano un disagio patologico in Marshall, ma lo isolano dalla sua famiglia, che non sa o non vuole capire cosa gli sia successo. Il trauma subito da Marshall rovinerà la sua vita e quella di chi gli è accanto: la violenza verso gli altri e l’autolesionismo diventano il tratto caratteristico del ragazzo che pare conoscere solo questa modalità nel suo interagire con la società. Nonostante gli orrori commessi da Marshall, è difficile definirlo “cattivo”, cosa che invece viene naturale per Rankins e Waters. Il male che agisce attraverso Marshall va ben oltre la volontà del ragazzo e quando Lavinia diviene dipendente dall’oppio, come già Miss Martha, viene da chiedersi se non sia una sorta di rimedio per poter sopportare la malvagità che, quasi suo malgrado, emana da Marshall.

Marshall è di nuovo un grande scoglio su cui potrebbero naufragare il rapporto tra Belle e Lavinia, ma onestamente qui c’entra anche molto la scelta del melodramma. Aver taciuto che Belle è la sorellastra di Mr Pike, marito di Martha, padre di Marshall, ingenera una serie di equivoci che in fondo una breve spiegazione nemmeno tanto sconvolgente avrebbe tranquillamente evitato. L’odio di Marshall e di Martha nei confronti di Belle dipende unicamente dall’errata convinzione che il padre/marito abbia un relazione con Belle. E forse se Lavinia avesse saputo subito che Marshall ha violentato Belle e l’ha messa incinta, anche per lei le cose sarebbero andate diversamente.

Tuttavia, il coraggio di Belle, in questo ancor più grande di Lavinia (anche Lavinia è il futuro), non si lascia piegare nemmeno dalle violenze subite, dai lutti… Il suo legame con Ben e l’accettazione della moglie di Ben fino a diventare quasi sua amica e a considerare i figli dell’una con Ben pari a quelli dei figli dell’altra con Ben, è un grande esempio di Wille zum Leben, e non zur Macht: la volontà di vivere è così forte da superare quella di dominare.

La maternità è intesa tra gli schiavi come quella di una grande famiglia allargata (Mae è la Grande Madre, George è Il Padre e sono loro che accolgono i nuovi venuti nella famiglia, loro che fanno sentire figli tutti i nuovi arrivati, come accade nella bella scena in cui Lavinia è con il pulcino). Un nido che accoglie tutti e che ha un Dio con tanti nomi, come a dire che la tolleranza inizia dalla cucina: importante l’immagine del nido e della covata, che vuol dire appartenenza, comunità, ma anche difficoltà di spiccare il volo, legami forti nel bene e nel male. Significativo che anche Meg, bianca e benestante e culturalmente molto elevata (tra l’altro una donna emancipata, una scienziata che si interessa delle ferite e non di asciugare le lacrime dell’uomo ferito). Ma l’uccellino in gabbia di Meg è così diverso dagli schiavi?! Siamo ancora in una società in cui la fortuna sta nel nascere nella famiglia giusta; e se si nasce in quella sbagliata, allora si può solo sperare nel buon cuore di chi comanda. La libertà, la dignità, sono sì valori noti anche a chi non li può esercitare: ma non ci si può aspettare che Mae e George diventino dei rivoluzionari. Anche l’atto estremo di Mae non è insubordinazione, è solo l’ultimo tentativo di ottenere il consenso del padrone, per quanto folle. In fondo, Will Stephens rappresenta questo: il padrone buono, che per amore di Lavinia (bianca), tratta bene i suoi schiavi e compra loro la libertà. Certo, il suo disagio dinnanzi agli schiavi brutalmente picchiati, fa ben sperare; e Lavinia, che si è sempre sentita tanto parte della famiglia di Mae e George come anche della propria, quella vera, biologica, persa in nave, e infine quella di Miss Martha, chiude il romanzo con una speranza nel futuro che ricorda il famoso “Domani è un altro giorno”. Ma la consapevolezza dell’uguaglianza davanti alla legge, il rispetto dei diritti dell’essere umano, è ancora lontana.

 

Tematiche:

Isolamento

La storia si ripete uguale a se stessa

Schiavitù: quella vera, terribile dei neri. Ma anche quella dal laudano; quella da un marito violento; dai ricordi, che non lasciano mai Lavinia

La cucina di Belle: la dimensione corale

Il nido e gli uccelli

Maternità (Mae; Belle; Lucy; Dory; Miss Martha, che la vive in tutti i modi compresi i più terribili; Lavinia) e paternità (sia quella bella, presente ed universale di George e quella affettuosa e responsabile di Will; sia però soprattutto quella assente di Mr. Pyke o di Marshall)

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Dal Ventre della Balena di Micheal Crummey: quando l’abbondanza non è una benedizione

“Was mich nicht umbringt macht mich stärker“ (F. Nietzsche)

Techinalities
: Narratore onnisciente, terza persona, prospettiva interna (reflector character). Il lettore non percepisce la mediazione del narratore che si colloca nella testa del personaggio attraverso cui lascia che il lettore creda di percepire la realtà. Pur nella sua onniscienza, il narratore olimpico è retratto: non ci sono anticipazioni o commenti, la sostenuta frequenza dei dialoghi mantiene un buon equilibri con i passaggi introspettivi, in cui l’autore può esprimere al  meglio il buon livello letterario della sua scrittura (uso delle immagini; metafore; aggettivazione ricercata senza perdersi in fastidiosi manierismi…).

Il riferimento più immediato che viene alla mente è quello al realismo magico di Garcia Marquez: anche a livello di materiale, non è difficile pensare ad una grande saga familiare, di carattere corale, in cui magia e realismo si condizionano a vicenda, come Cent’anni di Solitudine (con le dovute distanze). Per il suo oscillare tra mito, storia, individuo, universale, il romanzo è vicino alla produzione epica: è quasi impossibile identificarsi con i personaggi, che sono fuori dal quotidiano sentire, e anzi in essi troviamo forze e sentimenti(e storie) che prescindono dal contingente. Come per la trilogia di Jon Kalmann Stefansson (ed. Iperborea), siamo davanti ad un’opera che potrebbe essere una saga della tradizione orale, in cui spesso più che persone o cose, agiscono categorie universali. L’ironia, la distanza, che Crummey riesce a tenere per tutto il romanzo fa sì che, però, il senso della tragedia incombente, della Natura matrigna, non schiacci il lettore ma al contrario chi legge si senta catapultato in un mondo magico e tuttavia credibile ed emozionante.

“Dal ventre della balena” è un titolo strepitoso, che non tradisce, nel suo allontanarvisi completamente, la potenza dell’originale. Il romanzo è un continuo riferimento alle Sacre Scritture, e un titolo così ci costringe a pensare a Giobbe (e a Pinocchio), alla sua pazienza e a un Dio capriccioso, che si permettere di scommetter sulla pelle di Giobbe e della sua famiglia. Giobbe è la sofferenza che non cede, il pugno teso contro il Cielo… Tutta questa sofferenza è il filo rosso che attraversa il romanzo (capisco un po’ meno perché Judah diventi Giudeo…). Tuttavia, a me piace anche quello originale, che in italiano si sarebbe perso, e che mette in evidenza altri aspetti di questo romanzo così complesso che sembra una matrioska.
Galore è un titolo interessante ed estremamente ironico: significa abbondanza, ma di cosa? Certo, le reti colme di pesci e calamari che porta Judah. Ma davvero ciò di cui abbonda la vita dei protagonisti sono stenti, miseria e sfortuna.

Però c’è manche la componente “lore”: tradizione. Questo romanzo ci ricorda il terreno paludoso che esiste tra mito e storia, con quest’ultima che prende inesorabilmente il sopravvento sul primo (forse anche per questo la parte finale è meno affascinante degli inizi): se il tempo ha un andamento circolare, il futuro arriva per forza, il movimento in avanti non si ferma e lo notiamo nell’incursione progressiva del nuovo in ciò che è statico (arriva Giudeo, arriva il nuovo prete cattolico, arriva il dottore dall’America, arriva il sindacalista); avvicinandosi al presente compaiono le date, il tempo si misura in maniera più ‘razionale’ , la magia viene sostituita da soggetti un po’ più riconoscibili, come ad esempio i sindacati, e con l’irrompere della Grande Guerra la ‘realtà’ irrompe nella fiaba, anche se il soldato che ritorna dalla Guerra poi decide di rigettarsi nel mito prima di arrivare a destinazione.

Si comincia con sirene e fantasmi (bellissima ed esilarante la vicenda del fantasma di Gallery, con gli annessi e connessi di P. Phelan); ci sono le maledizioni, le preveggenze, gli incantesimi della Vedova Devine (che deve cedere a vivere come gli altri si aspettano che lei viva, sapendo bene di non possedere in realtà alcun potere sovrannaturale); c’è il miracolo del novello Giobbe che sbuca dalla balena…

In tal senso, non c’è da stupirsi di trovare elementi quasi di mystery play, di medioevo cupo, in cui Dio tace:  le maschere, cittadini sotto mentite spoglie che rivelano segreti imbarazzanti durante le maggiori feste religiose (Mary Tryphena e Absalom; Eli e Hannah e soprattutto Eli e Tryphie), assumono una dimensione soprannaturale, svolgendo persino una sorta di funzione di coro, per ricordare che la città vede e sente tutto.  Come nei mystery plays, i personaggi potrebbero anche appartenere anche ad un altro diagramma, non solo all’albero genealogico iniziale e cioè quello delle sacre scritture. La Vedova Devine non può non farci pensare al divino, lei che è una via di mezzo tra un oracolo e una strega, che pratica arti divinatorie, appunto. Absalom, Lazzaro, Tryphena, Amos, Martha, Hannah, Levi… E Judah, ovviamente!
Interessante anche la coppia Abel e Esther: Abel, che come Judah scrive solo brani dalla Bibbia, ha una predilezione per il Cantico dei Cantici, che è spesso utilizzato dagli innamorati e che infatti Abel cita come chiusa alle lettere dalla Guerra che scrive a Esther. Ora anche Esther è un libro, uno dei più amati soprattutto nella lettura ebraica, visto che per una volta finisce bene per il popolo ebreo difeso da Esther appunto contro il perfido Aman. Magari è un caso, ma il libro di Esther e il Cantico dei Cantici sono gli unici due libri delle sacre Scritture in cui non è mai nominato Dio, curioso!

Ci sono anche nomi non biblici che pure hanno un senso preciso:  Ann fa Hope, speranza, di cognome, e il modo in cui affronta la vita, la sua missione, sembra esserne la concretizzazione. Anche Bride lo è di nome e di fatto: non tanto con il vero marito, quanto nei confronti di Newman. E poi c’è Virtue che, ironicamente, viene quasi ammazzata dal marito che non la crede affatto virtuosa, mentre lo è realmente; ma poi, per liberarsi del fantasma del marito, deve anche lasciar perdere la propria virtù e sottoporsi agli appetiti sessuali anche stravaganti di p. Phelan.

Le feste religiose scandiscono anche la vita del Newfoundland: messa, battesimi, funerali, e poi la guerra tra protestanti e metodisti e cattolici, a colpe di scomuniche e invettive (anche se non pare che agli abitanti sia molto chiaro dove stia la differenza). La ripetitività delle feste e delle scadenze liturgiche di nuovo sottolinea la circolarità della struttura del romanzo, costruita su una precisa concezione del tempo.

Il libro inizia e finisce con la Festa di San Marco, come se  fosse passato un anno solo. In verità, le generazioni vanno e vengono. I personaggi travasano il loro sangue da una generazione all’altra : Mary Tryphena si confonde con sua nonna, la vedova di Devine, e ci riesce difficile distinguere Levi da King-me Sellers o Abel da Giudeo. L’albero genealogico che Crummey fornisce come necessario riferimento, in realtà nella seconda parte può essere utile solo in parte, perché l’autore costruisce così tanti parallelismi tra personaggi separati da 40 o 50 anni che il lettore arriva alla stessa conclusione di Newman e di Bride: qui non si avanza nel tempo, ma è lo stesso istante che gira continuamente su se stesso. L’arrivo inspiegabile dell’albino Giuda nel primo capitolo del romanzo riecheggia circa 100 anni più tardi, alla fine della narrazione, quando il suo discendente Abel, lasciato dalla guerra senza parola e senza memoria, avvista una balena e intuisce ciò che la sua eredità miracolosa esige da lui. E’ l’espressione locale “Fra un domani”/”Now the once”, p. 364, che, richiamando con forza la lingua di Garcia Marquez, che sintetizza la circolarità del tempo, così ben catturata dalla struttura estremamente curata e coerente del romanzo.

 

Se il tempo è una dimensione fondamentale, anche il luogo,  in particolar, Paradise Deep, è in sé un personaggio, sia dal punto di vista più ‘geografico’, che come sineddoche (la gente che sta dentro il paese).

Gli occhi del dottore americano Newman sono un p’ quelli del lettore (pp. 171 segg.): il Newfoundland (giusto lasciarlo in originale, rende il luogo ancora più remoto e misterioso) sembra troppo severa e formidabile, troppo provocante, troppo stravagante e singolare e straziante per essere vera. Ma il freddo che sferza la riva, modellata dai colpi di vento, è fin troppo reale per i suoi abitanti (p. 214). La costa del Labrador, un luogo affascinante, sconosciuto alla maggior parte dei lettori, permette di costruire emozionanti e agghiaccianti descrizioni del freddo e di sondare le profondità della desolazione del profondo nord.

In effetti, la razza di pescatori combattivi  della favola multi-generazionale di Michael Crummey (“A volte aveva la sensazione di essere finito in un mondo medievale dai tratti fiabeschi” p. 179)

è l’incarnazione dell’estremismo brutale che il medico osserva, un riflesso delle forze primordiali di una natura selvaggia, senza margini, come l’oceano: il mare travolge la riva e le navi così come le passioni, le pulsioni più incontrollate travolgono e stravolgono le vite dei personaggi del romanzo. I terranoviani del XVIII sec. si sudano le loro povere esistenze segnate da lotte fisiche, faide familiari, superstizioni e macabre fortune. Tutti gli anni gli inverni artici portano lunghi periodi di inedia e fame, in cui le navi languono, bloccate tra i ghiacci, per mesi e mesi. Con la prosperità di un sogno lontano, la vita si riduce ad una prova di resistenza, di perseveranza.

Il muto Judah (che scrive solo brani della Bibbia) è al centro del romanzo, ma emerge presto che la sua forza non è più trainante di quella di qualsiasi altro abitante eccentrico dell’abitato: il patriarca spietato King-Me Sellers e la sua nemesi, la Vedova Devine, furiosamente orgogliosa,che sono i fondatori delle due dinastie rivali, di cui i discendenti – comprendendo le loro nuove famiglie – popolano le pagine del libro. Sostituire una intera comunità che cambia con un piccolo nucleo di personaggi centrali è un’impresa rischiosa e ambiziosa ma Crummey, che ha l’occhio di un acuto osservatore e l’orecchio di un poeta lirico, vi si getta sopra con stile formidabile. Gli abitanti della costa sono dei pesci davvero strani e curiosi: furfanti, costruttori fai da te di sottomarini (uno scorfano, di nuovo un uomo nel ventre di un pesce), sindacalisti omosessuali (sodomiti), le casalinghe martiri e cantanti d’opera alcolizzate. Commettono adulteri e omicidi, sono in baia di preti affamati di sesso o di pastori metodisti severissimi. I loro corteggiamenti muti e angosciosi finiscono in proposte di matrimonio sconsiderate, pronunciate senza riflettere sconsideratamente o in matrimoni forzati che naufragano non appena è concepita la generazione successiva. Rovinati dalle verruche, con le dita palmate, mutilati dal congelamento o dalla caduta accidentale in una tinozza di liquido bollente, sono vittime della balbuzie, della narcolessia e di vergognosi impulsi sessuali, e ogni anno sopportano gli scherni di un gruppo di uomini mascherati che  rivelano i segreti dei più vulnerabili in un’orgia di insinuazioni rauche.

Umanità varia e variegata, lontana dalla normalità del continente (Esther lascia l’Europa e torna a casa quando non è più ‘normale’…), i personaggi sono dei microcosmi interessantissimi e molto ben costruiti (purtroppo a volte ci piacerebbe conoscerli meglio): la vedova Devine – Mary Tryphena – Esther sono donne streghe che a volte senza nemmeno volerlo condizionano le vite dell’intera comunità;  Selina – Ann Hope – Bride (e anche Virtue) sono donne mogli, che devono trovare un’altra strada per sopravvivere nonostante gli uomini e le streghe; King-me Sellers rimane un essere a parte, paragonabile nella sua grandezza solo alla Vedova devine, che salta un po’ di generazioni per riemergere in Levi Sellers; Callum – Absalom – Patrick – Eli – Tryphie sono uomini a cui non basta essere pescatore e nascere e vivere come il sole sorge e tramonta; e poi c’è Giudeo, il primo grande determinate fattore esterno che sconvolge la comunità.

Tanti gi spunti interessanti a livello dei personaggi: la scoperta che il bigliettino a Mary Tryphena è di Giudeo e non di Absalom; il sesso che ha la forma dolce nella scena tra Lizzie e Callum (p. 122),e  l’ironia delle scene tra p. Phelan e Virtue per punire il fantasma di Gallery; la complessità di una unione come quella tra Absalom e Ann, che alla fine lo libera (ma se ne libera anche) fingendosi Mary Tryphena sul suo letto di morte (p. 232); l’amicizia omosessuale tra Eli e Harold; Bride che è così modernamente vicino al suo ‘dottore’ e capisce così bene il luogo in cui vive;  Abel, che parte e lascia il paese per tornarci nella maniera più profonda, dopo che Esther gli ha svelato la propria storia (svelando materialmente il suo corpo), una eredità che si perde nei decenni ma da cui non può scappare(lo sappiamo dall’affermazine di Mary Tryphena appena prima di morire, p. 297; e pure Esther in fondo glielo aveva detto, p. 350); il sindacalista omosessuale Coaker, che è falegname e parla come Gesù; Patrick e la sua fame di libri…

 

Crummey è molto bravo nel formulare domande a cui poi risponde tre, cinque o dieci capitoli dopo, e la sua orchestrazione di pettegolezzi, storie di vecchie comari e pseudo-miracoli ha il ritmo delle maree, e, insieme al realismo magico da cui lo scrittore pesca a piene mani (per rimanere in tema), tutto ciò fa sì che almeno le prime 130 pagine si leggano d’un fiato. Ma più la sua popolazione cresce, col passare del tempo, più al lettore servono bussola e mappa (che con lungimiranza Crummey ha posto da subito all’inizio del romanzo). Troppe volte il lettore deve controllare chi ha sposato chi, chi generò chi, chi fu la pietra dello scandalo, chi venne assassinato o chi uccise, chi concupì chi… Il sovraffollamento del romanzo e la mancanza di una direzione precisa verso cui  si orienti la storia crea una sorta di una frustrazione che invece non si prova nel leggere romanzi  altrettanto ‘popolosi’, anche più lunghi, che però non richiedono ‘apparecchiature di navigazione’. Il ritmo della prima parte rallenta notevolmente nella seconda, nonostante la bellezza del finale che chiude il cerchio, con una potente immagine struggente.

Forse è un po’ il destino di ogni narrazione corale che comprende due famiglie allargate (anzi, qui sono quasi due paesi interi!) e che attraversa due secoli, quello di soffrire di una caratterizzazione dei personaggi sì ben congeniata ma non esplorata completamente, e l’assenza di una singola trama che racchiuda tutti gli avvenimenti in un unico grande disegno ci lascia un po’ smarriti (come vanno a finire le storie di tutti gli altri?).

Parola per parola, pagina per pagina, e il capitolo per capitolo, Galore è davvero un bel romanzo: dall’architettura quasi perfetta, con un’attenzione stupefacente ai dettagli e ai rimandi(suggestivi, ben costruiti, con tanti rimandi, struttura circolare, ricchezza simbolica, stile vicino al realismo magico, una mappa di nomi che copre la Bibbia intera…), con una giustificazione per ogni nome e quasi per ogni aggettivo. Per questo, il romanzo di Crummey mi sembra un po’ un capolavoro mancato per la questione del ‘sovraffollamento’: come se alla fine ci si perdesse nei dettagli e ci sfuggisse il senso completo, come se Crummey guardasse un grande dipinto di Brueghel troppo da vicino… Ma un appunto ci può stare in tanti complimenti, no?!

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