Category Archives: CONTENUTI SPECIALI

Tutti i racconti di fantasmi sono simili, ma ogni fantasma è diverso a modo suo.

Roberto Cotroneo

È proprio inevitabile che le famiglie stiano comode dentro i romanzi. Per certi versi il genere del romanzo nasce proprio per questo: per raccontare un mondo borghese, figlio della rivoluzione industriale. E se è vero che sulle famiglie le aristocrazie hanno poggiato prestigio, ricchezza e potere, le borghesie, hanno invece messo, dolori e speranze, contraddizioni e passioni, ma soprattutto racconto interiore. Se poi è vero, per citare il celebre incipit di Anna Karenina, che «tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ma ogni famiglia infelice è infelice a suo modo», ecco spiegato il perché i romanzieri non fanno altro che girare attorno alle famiglie, e preferibilmente a quelle infelici (quelle felici si usano solo per le pubblicità dei biscotti).

Va detto che anche quando sembra non ci sia ombra di famiglia in un romanzo, e il protagonista è magari un sociopatico che non ha mai vissuto con nessuno per tutta la sua vita, non ci si deve lasciare ingannare: all’origine c’è un’assenza, c’è una privazione e dunque una sofferenza. E c’è anche quando la famiglia futura è minacciata da eventi contrari, come per i poveri Renzo e Lucia. Ma generalmente è tutta una storia di famiglie un po’ ovunque: le Bennet di Jane Austen, per non dire dei Buddenbrook, e persino i dolori dell’orfanotrofio di Oliver Twist è tutto un’assenza di famiglia. Poi certo, il capitano Achab non è tipo da moglie e figli e da cappone nel giorno del Ringraziamento, ma non dimentichiamoci che era un Quacchero, un calvinista e puritano, e la famiglia, alla fine era tutto. Si potrebbe continuare a lungo: tra famiglie immaginarie, e famiglie magiche come quelle dei Buendía di Márquez, oppure famiglie distratte e assenti come quella dei Caulfield, da cui Holden cerca di provare a fuggire in tutti i modi. Ma va detto che senza l’ossessione della famiglia il romanzo gotico non esisterebbe. È dentro le famiglie che bisogna andare a guardare, ma anche dentro le case, le dimore, le persone. I fantasmi, dopo tutto, sono dei familiari un po’ agé che non si allontanano mai dal luogo in cui hanno vissuto e tormentano i nipoti e pronipoti con apparizioni terrificanti. Terrificanti per i vivi, perché magari loro hanno solo il desiderio di tenere insieme le famiglie anche nei secoli dei secoli.

Ma ironia a parte. È del tutto evidente che una storia di fantasmi si debba basare su luoghi, possibilmente pieni di segreti, e di nuclei familiari che nascondono altre cose. Ed è da qui che sono partito scrivendo Loro: da una casa, fortemente voluta come luogo in cui far crescere una nuova famiglia. E da presenze inquietanti, che sono in quel luogo, e che in un certo senso lo rappresentano. Ma poi ognuno fa la sua parte, ognuno mette un pezzo di infelicità, ognuno si confronta con l’ignoto, in un modo sempre diverso. E più le famiglie appaiono felici, e più l’ignoto spalanca le finestre, urla con il vento, abbassa le luci, e rende le notti niente affatto tranquille.

Loro è un romanzo gotico, ma è un romanzo di romanzi, dove tutto porta a qualcosa che ha a che fare con il legame familiare più forte di tutti. E questo si può e si deve capire soltanto nel finale. Nella casa di vetro che racconta che ogni cosa è visibile, trasparente, ma solo in apparenza. Perché parafrasando Tolstoj: tutti i racconti di fantasmi sono simili, ma ogni fantasma è diverso a modo suo.

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Neve d’ottobre

Angela Nanetti

Si è sfilato la cinghia, e giu’sulle gambe…”

Vengo da un tempo in cui frasi come queste potevano essere pronunciate senza vergogna, quasi con naturalezza, un tempo in cui non pochi erano i padri che si sentivano autorizzati – “quando ci vuole ci vuole” – a farsi giudici e giustizieri dei propri figli. Talvolta però poteva succedere che gli occhi paterni diventassero ciechi, e allora la cinghia saliva e raggiungeva la schiena e le braccia chiuse a uovo, a proteggere la testa.

Le ire dei padri! Nessuno, che io sappia, le contestava, perché servivano non solo a correggere il figlio “storto”, con la coscienza di aver fatto la cosa giusta, ma a sbollire rabbie, frustrazioni e stanchezze, nei ceti più poveri anche l’alcool, di colui che era riconosciuto da tutti come il capo. “È un ribelle, non rispetta le regole, se lo merita!”  

Ma Giulio, il protagonista del romanzo, non è un ribelle, è un irriducibile. Fin da bambino fa parte di quella ristretta cerchia di eletti o di dannati caparbiamente fedeli a sé stessi piuttosto che alle regole, vantate dal padre come “il fondamento del vivere civile”. Regole che lui, giudice presso un tribunale locale, impone piu’ agli altri che a sé, nascondendo dietro il rigore e una sapienza giuridica formale il suo narcisismo inappagato, le sue ambizioni frustrate, i fallimenti e le ombre che lo tormentano.                                         

Inconciliabili il padre e il figlio, per l’irriducibile diversità di Giulio fatta di sensibilità profonda e di inquietudine, che lo spinge a ignorare il tempo e le convenienze e a cercare cieli, boschi e animali, unico habitat in cui si sente pienamente accolto, con un’adesione così totale da sfiorare lo sperdimento. Una diversità la sua che richiederebbe, a fargli da guida, l’attenzione vigile e amorosa che ha per lui la madre, non la durezza venata di disprezzo che padre gli riserva e che porterà alla tragedia. La quale, dapprima sottaciuta e poi sminuita fino a essere rimossa, accentuerà l’estraneità di Giulio e scaverà una incrinatura sempre più profonda nelle relazioni familiari fino alla loro deflagrazione. Il primo a entrare in crisi è il rapporto tra i fratelli e Vittorio, il fratello minore che lo aveva idolatrato, finirà per vederlo con gli occhi stessi del padre, un dio fallito, un pianoforte scordato, uno che ha sperperato da irresponsabile i molti doni ricevuti.                                                

Egli si renderà conto troppo tardi, nel breve tempo che trascorrono insieme, forse un tempo finale, che Giulio è fatto di una materia diversa, che le stimmate sul suo corpo hanno reso più dolente e sensibile: la grande Storia gli passa vicino, ma lui non sembra coinvolto in quella macina che trita uomini e popoli, quanto piuttosto nella storia piccola, che si esercita nel quotidiano con la violenza sui deboli e la cecità del caso. Una diversa materia. La sua irrequietezza non ha niente della inquietudine insoddisfatta del padre e del fratello, non è un puer economicus  Giulio, né  lo sarà da adulto, è l’uomo dei legami disinteressati e duraturi, a cui rimane fedele: i boschi e i piccoli animali da proteggere,  il maso con la sua fatica quotidiana, la donna che ha scelto da bambino, quella creatura dura e fragile che il suo amore arriva a rendere luminosa,  la madre non dimenticata a cui porta gli unici fiori della sepoltura.                                                                                                                                                     

Così nel naufragio finale, dove quella lontana ferita  rimossa dalla famiglia torna protagonista, la silenziosa umanità di Giulio riaffiora misteriosamente fino a toccare chi è chiamato a prendersi cura di lui: i medici, l’ infermiera, la figlia adottiva  e il fratello stesso, per i quali una situazione vissuta come una difficoltà personale o un caso clinico da risolvere, si trasforma nella “seconda opportunità” che la vita talvolta offre, forse effimera come una nevicata d’ottobre o forse portatrice di un diverso futuro.

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Favola familiare

Bérengère Cournut

Due anni fa, quando Di pietra e d’osso è uscito in Francia, mi è stato chiesto se secondo me la letteratura consistesse nel rivisitare la propria vita. Ho avuto l’impulso di rispondere «no», tanto la letteratura è per me sinonimo di un altrove assoluto. Come lettrice sono assetata di universi stranianti, di scritture capaci di farmi penetrare in altre dimensioni dell’esistenza, di sguardi sulla realtà che siano sfalsati. Ecco perché leggo volentieri poesia o opere scientifiche più che romanzi, che troppo spesso mi sembrano narrazioni molto simili a come si svolgono le nostre vite, in qualunque epoca siano ambientati. Perché mi interessino, devono per forza far emergere da qualche parte l’inconsueto, per rivelarmi una realtà diversa da quella immediatamente percepibile. Da qui il mio amore per le leggende o i miti, che costringono i personaggi a incontri o situazioni in grado di rivelarli a se stessi o, perlomeno, trasformarli. Spingendomi anche oltre, dirò che dalla letteratura mi aspetto sempre, più che una rivelazione, una vera e propria «metamorfosi». Continue reading Favola familiare

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Uno scherzo del destino

Massimo Ortelio

La storia avvince fin da pagina uno. Sorridi incredulo: l’immacolata concezione nell’Inghilterra degli anni ’50?  Ma in fondo, perché no? E la narrazione ti cattura.

Bella come una Madonna in Technicolor (la bellezza non è forse un prodigio di per sé?) Gretchen racconta la sua vicenda, assurdamente verosimile, a Jean, inviata di un giornale di provincia. Jean non è bella, e lo sa. Ha una vita scialba e una madre scorbutica, una famiglia infelice, come sono spesso le famiglie “normali”. E conosce quella che appare ai suoi occhi come la famiglia ideale, i Tilbury: Gretchen e la figlia, accomunate da una bellezza abbacinante, e il marito orefice. Ma non è tutto oro quello che luccica.

Come sempre, sarà l’Amore il deus-ex machina. Sulla soglia dei quarant’anni, Jean intravede una promessa di felicità, il vero Piacere, dopo i “piccoli piaceri” che è abituata a centellinare con la parsimonia dei bisognosi. E inizia un nuovo giro di giostra, un imprevedibile gioco delle coppie…

Mentre lo traducevo, questo romanzo me ne ha fatto venire alla mente un altro. Jean è una piccoloborghese come Violet, la ricamatrice di Winchester di Tracy Chevalier. Sono grosso modo coetanee ed entrambe zitelle, queste due donne non più giovani in cerca di un tardivo riscatto sentimentale. Vivono esistenze opache in balia di madri dispotiche. Si innamorano entrambe di uomini più vecchi di loro, imbarcandosi in amori, all’apparenza, impossibili. Sono numerosi i punti di contatto fra le due storie, a partire dall’amore omosessuale al femminile, raccontato in entrambi i casi con efficacia ed eleganza.

Ma è diverso l’epilogo, che non svelerò, ovviamente.

Dirò solo che vi lascerà senza fiato. Clare Chambers racconta una tragedia come se fosse una commedia, con il tono sapientemente ironico che è la cifra della sua scrittura. Ci rammenta che il destino è pur sempre in agguato, che la vita vera, la vita reale è un’autrice spregiudicata che non si perita di mescolare, senza sosta, il registro funebre alla frivolezza.

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Buon vicinato

di Therese Anne Fowler

Come dei soldati che combattono la loro prima battaglia, spesso non sappiamo come reagire a una minaccia finché non ce la troviamo concretamente davanti. Saremo in grado di affrontarla con coraggio? O sceglieremo di scappare? Oppure di mettere in atto una manovra subdola? Decideremo di difenderci oppure capitoleremo e lasceremo che sia qualcun altro a determinare il nostro destino? Forse crediamo di conoscere la risposta a queste domande, ma la sicurezza ce l’avremo soltanto quando la battaglia sarà iniziata.

Nel mio nuovo romanzo, A Good Neighborhood, (Un bel quartiere, il titolo dell’edizione italiana), Valerie Alston-Holt, ecologista e residente da molti anni in un vecchio quartiere, Oak Knoll, si trova di fronte un avversario inatteso: il nuovo vicino, Brad Whitman, che ha appena acquistato una nuova casa per sé, sua moglie e la sua famiglia, e che per avere più spazio ha fatto demolire la casa preesistente e tutti gli alberi che crescevano sul terreno.

Valerie è nera e ha un figlio birazziale, quindi cerca di non formulare sui Whitman giudizi basati su idee preconcette; conosce fin troppo bene il male che idee del genere possono causare, perché ne è vittima da tutta la vita. Dal canto suo, Brad Whitman, bianco e ricco, è così sicuro di non nutrire pregiudizi da non averci mai riflettuto con attenzione ed è quindi convinto di essere amico di tutti.

Valerie cerca con grande attenzione di essere una buona vicina, mentre Brad si comporta senza alcun riguardo. Ma questa differenza non significa che siano destinati a diventare nemici: in fondo molte persone convivono pacificamente con vicini molto diversi da loro.

Quando si presentano, però, spesso i problemi nascono da questioni riguardanti oggetti di valore. In questo caso l’oggetto è una quercia antichissima che cresce nel giardino di Valerie, un albero il cui sistema radicale è rimasto danneggiato dalla costruzione della casa e della piscina dei Whitman e comincia a dare segnali di malessere. E le cose si complicano quando gli adolescenti delle rispettive famiglie si innamorano.

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La tigre di Noto

di Simona Lo Iacono

Un estratto del romanzo La tigre di Noto

Quando mi presentai al collegio delle suore Misericordiose, a Roma, era il 1915.

Il campanello stridette, arrochito. Dallo scalino su cui sostavo, sentii un risuonare metallico che valicava i chiostri e i corridoi.

Avevo poche cose con me. Una valigia di pelle, con dentro i ricambi d’abiti e due paia di scarpe. La cassetta delle lenti e dei materiali ignifughi. Un manuale sulle intuizioni di Albert Einstein, che avevo letto in treno per accertare se il tempo avesse davvero stretto parentela con la velocità e con lo spazio.

Era un settembre in fuga.

Nelle orecchie pulsava ancora il ritmo delle rotaie che dalla Sicilia mi avevano portato fin lì. Un vagone di terza classe stipato di famiglie, con i sedili cigolanti e appiccicosi, su cui sedevamo facendo dondolare le teste.

Sotto di noi sdirupavano i fianchi di Taormina, i valichi dello stretto, le bocche infernali di Scilla e Cariddi. Salire verso il continente era un viaggio che ci separava e ci allungava, mentre alle spalle ci lasciavamo l’isola, e ne sentivamo il calore, ma anche il dolore.

Tutto dava un lamento.

I pacchi stipati ai nostri piedi. I vasi di provviste che si sbeccavano contro i fiaschi. La gabbia in cui si consumava la lotta di due gallinacci in amore, pronti a ferirsi.

La suora mi sogguardò dallo spioncino, poi aprì con cautela, accertandosi che fossi Marianna Ciccone, la siciliana venuta a studiare matematica alla Sapienza. Si accomodi,

signorina, disse nello sferragliare di un groppo di chiavi. Mi segua.

Quando le porsi la mano mi sorrise, aveva la pelle liscia come quella di un neonato. Nel suo sguardo, invece, lessi riguardo e compassione. Che una donna sola si avventurasse in tempo di guerra a frequentare un ateneo, le pareva non solo pericoloso, ma anche inutile, una sfida alla legge della necessità.

Sospirò e mi introdusse nella mia nuova stanza con lentezza.

La cella che mi assegnarono era la numero tre, aveva un letto e un lavabo, i bagni si trovavano al piano. Dalla finestra che si apriva nel cortile si slargavano i raggi romani, una qualità del sole che aveva molto a che fare con la pietra e con le catacombe.

Aprii la valigia per sistemare le mie cose, erano così poche che impiegai solo qualche minuto. Tre abiti in tutto e un cappotto per quando sarebbe arrivato il freddo.

Calze, un solo paio. E per la toilette, una spazzola a setole grosse.

La suora mi consegnò gli asciugamani puliti, disse di non spaventarmi se durante la notte qualche spiffero maligno avesse ululato tra le tegole. È perché stiamo rifacendo

il soffitto, mi rassicurò. Ma le anime penitenti stanno alla larga dai collegi clericali.

Diedi uno sguardo al giardino.

Una novizia vangava l’orto. Un’altra potava una siepe e raccoglieva l’erba secca. Un roseto brillava più in là come una ferita. E poi. Aiuole di spiree, panchine di marmo rosa, filari di aceri, frassini, noci.

L’occhio buono tremò leggermente, s’incantò di bellezza. L’altro, che aveva l’abitudine di legarsi alla stravaganza delle cose, colse il fumo che sconfinava dalle cucine e puzzava di rape macinate.

Le campane davano il segno, sfioccavano supplici ed esaudienti, richiamando per il pranzo.

Non sembrava di essere in guerra.

L’indomani mi presentai alla facoltà di matematica da matricola, il mio numero era il diciassette.

La strada che dal convento portava all’università era ingolfata da tram e carrozze, studenti chiassosi e signori a passeggio.

Qualche ragazza si riparava sotto l’ombrello, altre prendevano a braccetto la vicina e borbottavano contro il fango che schizzava la strada.

Erano le otto, e io pensai che in quel momento a Noto si recitavano le lodi. Che le gazze intorpidite del Duomo svolazzavano verso il mercato per becchettare gli avanzi.

Mi strinsi nella camicia legata al collo, cercai di riportare l’occhio storto a una direzione più ordinaria. Quel difetto aveva acuito in me ogni passaggio, dall’infanzia all’adolescenza, frenando ogni mia vera partecipazione al mondo.

Troppo difficile fingere di avere uno sguardo sommesso, che non forzasse la vita, che si adeguasse a essere naturale.

La mia pupilla virava, seguiva i pensieri, fiutava gli enigmi matematici e decideva di sottrarsi al corpo. Non era mai stata un’alleata della mia età, mi aveva fatta sbocciare su un altro pianeta, disadorno, inattuale.

Anche nella moda, non mi aveva mai aiutata. Mettevo la gonna sempre un po’ di sghimbescio, sbagliavo la direzione del cappellino, capovolgevo i guanti. Ciò che per gli altri era dritto, per me era incrinato, pronto a sfiorire.

Ma in compenso, riuscivo a penetrare il pulviscolo atmosferico, a cogliere le variazioni del sole, a stanare la luce là dove altri vedevano il buio. L’occhio mi chiamava ad altri spazi, solitari e tempestosi, a domande che esigevano impellenti soluzioni.

Perché l’aria sconfinava nel cosmo? Cos’era che ci guidava verso l’eterno? Dove, dove correvano le stelle?

Quando entrai in aula e presi posto, gli interrogativi pressavano, ghermivano l’aria, svolavano sulle teste degli studenti.

Finsi di non accorgermene e feci attenzione a calare la veletta fino al naso, in modo da nascondere quel mio segno inopportuno.

Il professore entrò, salutò, ci contò velocemente.

Si soffermò su di me e sorrise.

Ero l’unica donna.

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Donna sulle scale

Donna sulle scale

di Bernhard Schlink

Un estratto dal nuovo romanzo Donna sulle scale.

Mi venne in mente anche qualcos’altro: avevo da poco iniziato a lavorare nello studio Karchinger&Kunze quando assunsi la difesa di un ex compagno di scuola e d’università che era andato nella nostra vecchia scuola per convincere alcuni studenti a partecipare a una manifestazione e stava lasciando il cortile insieme a loro quando un professore si era messo in mezzo. Ne nacque una rissa, durante la quale quest’ultimo cadde facendosi male. Quel mio ex compagno non aveva i mezzi sufficienti per pagarsi un avvocato? Mi aveva sfidato, dicendo che la sua difesa era troppo impegnativa per me? O, al contrario, mi aveva lusingato facendomi capire che ero particolarmente adatto alla sua difesa?

In ogni modo, decisi di occuparmi del caso e di farlo gratuitamente, informandone solo la segretaria, ma non Karchinger e Kunze. Loro però lo vennero a sapere e si arrabbiarono. Difendevo una persona che aveva turbato l’ordine pubblico: che cosa avrebbero pensato i nostri clienti provenienti dal mondo dell’industria e del commercio? Dovetti rinunciare alla sua difesa e, benché gli avessi trovato un sostituto, quel mio ex compagno fu condannato. Il fatto che avessi rinunciato a rappresentarlo proprio dopo che il professore era stato di nuovo ricoverato in ospedale e quindi dopo che l’imputazione poteva cambiare da turbamento dell’ordine pubblico semplice in turbamento dell’ordine pubblico grave, era apparso come una mia presa di distanza dall’imputato, e ciò non aiutò la sua difesa.

Sarei riuscito a farlo assolvere? Ero ottimista; intendevo vincere la mia prima e probabilmente unica causa penale e avevo assunto un investigatore privato, il quale aveva scoperto che la rissa era stata scatenata da un bidello adirato e che il professore, in passato, aveva sofferto di attacchi epilettici. Tutto questo l’avevo comunicato all’avvocato che mi sostituì, ma non era stato abbastanza bravo. Un altro forse sarebbe stato migliore, ma anche più costoso. Al mio ex compagno avevo promesso che alle spese avrei pensato io. Lui non si sarebbe potuto permettere nemmeno l’avocato che gli avevo trovato, figuriamoci uno migliore. Non gli dovevo niente. A scuola e nei primi semestri all’università eravamo stati amici, ma da allora era trascorso tanto di quel tempo. Lui era un eterno studente, io invece non volevo passare la mia vita a non far niente, perciò ben presto avevamo preso due strade diverse.

Nelle cause penali di natura politica le sentenze di allora erano draconiane, e fu condannato a una pena senza condizionale. Forse per lui non era poi tanto grave, forse davvero non gli faceva una gran differenza perdere tempo fuori o dentro la prigione. Non sono mai andato a trovarlo in carcere e lui non si è fatto sentire mai piú.

Chissà cosa ne è stato. Non devo niente a nessuno, nemmeno gratitudine.  Se ricevo un favore, lo restituisco. Se qualcuno si dimostra generoso verso di me, lo ripago del doppio o del triplo. Mi sento di dire che, a guardare le mie amicizie e conoscenze, c’è un pareggio di bilancio. Nel lavoro la situazione è diversa, ma in quel mondo il bilancio positivo non lo si deve tanto alla generosità altrui, bensì alla propria bravura.

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Israele, gli amici, Amir Gutfreund ed Eshkol Nevo

A cura di Raffaella Scardi, traduttrice dei romanzi di Eshkol Nevo e Amir Gutfreund

Gli scrittori israeliani sanno narrare grandi amicizie.

Il tema dell’amicizia pervade tutti i romanzi di Eshkol Nevo e spesso i suoi racconti brevi. È centrale ne La simmetria dei desideri, ma rappresenta un elemento cardine in tutte le sue opere, incluso il recente L’ultima intervista. Bastano spesso pochi tocchi delicati per trasmetterci la profondità di questo sentimento.

Nel romanzo Per lei volano gli eroi, Amir Gutfreund racconta l’amicizia di una vita tra cinque ragazzi uniti fin da bambini: giocano e crescono insieme, insieme vanno a scuola, insieme conoscono l’amore, la guerra e la morte. Amicizia e vita scorrono intrecciate alla storia di Israele, dalla guerra dei Sei giorni nel 1967 all’assassinio di Rabin 1995. L’amicizia, i suoi cambiamenti e la sua forza invincibile sono il fil rouge che tiene uniti i frammenti di un mondo in cui avvengono sommovimenti epocali.

I cinque sono Yoram, Benni, Gideon, Zion e Arik, la voce narrante. Nei loro caratteri e nelle famiglie da cui provengono troviamo gli elementi costituitivi del melting pot di Israele dagli anni Cinquanta a fine Novecento. L’amicizia resiste, permane a dispetto delle differenze, dei tradimenti, delle rotture, persino di quella definitiva, la morte.

Arik, il protagonista e narratore, è figlio unico, la mamma è “sabra”, israeliana nata in kibbutz, il padre è arrivato dalla Polonia, sopravvissuto alla Shoah, un uomo semplice, lavoratore instancabile, sionista, orgoglioso del suo paese. Yoram ha due anni più degli altri ragazzi del gruppo. Suo papà è violento, la madre lo abbandona per fuggire in America. Sogna di diventare milionario, è ingegnoso, sfiora il cielo, poi cade e di nuovo si rialza. Zion Nachmias, di famiglia greco-turca, futuro giocatore di basket, amico fedele e amato, morirà nell’Operazione Pace in Galilea, la prima guerra del Libano, che lascia un trauma indelebile anche su Arik e Gideon. Quest’ultimo, di famiglia ashkenazita, è l’amato rampollo di un primario di ospedale e di una docente universitaria. Benni Abadi appartiene a una famiglia di commercialisti di origini irachene, grande, calda, avvolgente.

In Israele i ragazzi sono (e ancora di più erano negli anni Sessanta e Settanta) molto liberi e uniti; il servizio militare obbligatorio è un momento di distacco dalla famiglia, un’esperienza dura e formativa che diventa il collante alla base di amicizie che durano una vita.

Gutfreund e Nevo, ci regalano l’immersione in uno dei valori più preziosi per gli israeliani: l’amicizia.

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Nuovi autori giapponesi

di Gianluca Coci, traduttore del romanzo La fabbrica (giugno 2021)

Care lettrici e cari lettori,

ormai si esce poco la sera, ma c’è una grossa novità… La narrativa giapponese, che nonostante tutto gode di ottima salute e si conferma come uno dei centri più interessanti e innovativi del panorama letterario mondiale, ci propone una nuova autrice che sta facendo e continuerà a far parlare molto di sé: Hiroko Oyamada.

Classe 1983, nata a Hiroshima, Oyamada si è laureata in letteratura giapponese del periodo premoderno e ha scritto finora due romanzi e una raccolta di racconti contraddistinti da notevole originalità e uno stile davvero peculiare, che la pongono con sorprendente rapidità e a pieno titolo al vertice di una nuova generazione di scrittrici che coniugano sapientemente realtà e fantasia, problematiche sociali e ricerca di forme di espressione artistica all’avanguardia, accanto alle quasi coetanee Mieko Kawakami e Sayaka Murata, tanto per citare due nomi già noti anche in Italia.

Neri Pozza, casa editrice da molti anni attenta alla letteratura che viene dal Sol Levante, pubblicherà quest’estate il suo romanzo d’esordio: La fabbrica, una satira molto sui generis del mondo del lavoro nipponico, ma al contempo un romanzo onirico e proletario dai toni fiabeschi e darkeggianti, in cui si intrecciano echi carrolliani e kafkiani. Le storie di tre giovani alla disperata ricerca di un impiego e figli del cosiddetto “ventennio perduto” si intersecano in una serie di vicende ai limiti dell’assurdo, entro i confini di una fabbrica/città accentratrice e spersonalizzante “mastodontica come Disneyland”.

Già, il “ventennio perduto”, ovvero quel periodo di recessione e stagnazione economica che corrisponde grossomodo ai due decenni a cavallo del nuovo millennio e che è seguito allo scoppio della grande bolla speculativa giapponese degli anni Ottanta, segnando tra l’altro il tramonto del sogno del posto fisso e la nascita di una generazione di freeter, lavoratori precari che si adattano alla nuova situazione socio-economica dedicandosi a impieghi perlopiù a breve termine e aspirando a una certa autonomia e libertà personale.

Freeter o giù di lì sono i tre protagonisti de La fabbrica, assunti da questa mostruosa e grigia entità dopo colloqui a dir poco grotteschi: una neolaureata in Linguistica che finisce nella bislacca “Squadra distruttori” di un non meglio definito “Reparto servizi di stampa”, in qualità di addetta a misteriose macchine distruggidocumenti; un ricercatore impossibilitato a proseguire la carriera universitaria e costretto a raccogliere campioni di muschio per un progetto di inverdimento delle centinaia di tetti della fabbrica/città; un tecnico informatico licenziato in tronco a seguito di una ristrutturazione aziendale, che dovrà riciclarsi come correttore di bozze di strani documenti a uso interno. In un limbo sospeso tra incubo e realtà, relazionandosi con una serie di personaggi stravaganti che sembrano indossare di volta in volta abiti da Cappellaio Matto e completi da perfetti impiegati o tute da operai, i tre giovani si muovono in una sorta di ecosistema a sé stante popolato da curiosi animali (enormi nutrie dal dorso grigio, “lucertole delle lavatrici”, “cormorani della fabbrica” dal piumaggio nero e lucido come petrolio) e in cui non manca nulla (perché la fabbrica produce tutto ciò di cui si ha bisogno per sopravvivere), dominato dal grigio e dal verde. Al grigio cupo e rigoroso degli edifici della fabbrica, delle tute e dei grembiuli degli operai e di macchine e automezzi su cui campeggia il logo aziendale, fa da contraltare una patina verdeggiante che talvolta ricopre le pareti e i tetti delle costruzioni, come una speranza green che aleggia tra le pieghe di un mondo in disfacimento e tutto da ricreare.

Il mondo di Hiroko Oyamada, che con questo romanzo si è aggiudicata il premio Oda Sakunosuke e con il successivo Ana (“Il buco”) – romanzo in cui agli echi carrolliani si aggiungono visioni tra David Lynch e Miyazaki Hayao – il premio Akutagawa, è sorretto da una qualità e uno spessore letterario notevoli, da una scrittura densa, precisa e allo stesso tempo fluida e avvincente, ricca di salti temporali e dialoghi e pensieri incastonati nel corpo del testo.

È un mondo che rappresenta una scoperta continua, frutto di un processo creativo che spesso, come sottolinea la stessa autrice in un’intervista, non si basa “su schemi prefissati e un progetto ben definito, bensì su blocchi di scrittura indipendenti e riposizionati a posteriori come in una sorta di magico gioco a incastri”.

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Natsuo Kirino

Chi ancora non conoscesse Natsuo Kirino dovrebbe fare molta attenzione accostandosi alle sue opere. Lo stile dell’acclamata autrice giapponese, ritenuta in patria «l’unica vera voce innovativa della letteratura giapponese degli ultimi venti anni» (Daisuke Hashimoto), è infatti in grado di avvolgere il lettore a poco a poco e trasportarlo, senza che neppure se ne accorga, nel lato oscuro del Giappone contemporaneo al punto tale da farlo sentire completamente immerso e senza via di fuga.

Considerata una star nel suo paese già dagli anni Novanta, Kirino è diventata un caso internazionale dopo la pubblicazione di Out, apparso nelle nostre edizioni col titolo Le quattro casalinghe di Tokyo. Da quel momento in poi non si è più fermata e, in quasi trent’anni, non ha mai smesso di tessere le trame di quei libri che l’hanno resa la protagonista incontrastata del noir giapponese in tutto il mondo. Una macchina narrativa che procede senza esitazioni, chirurgica, fredda e letale. Da Pioggia sul viso a Grotesque e a Morbide Guance, da L’isola dei naufraghi a Una storia crudele, da Real World a IN.


Regina dell’intreccio narrativo, la Kirino adora soffermarsi sui rapporti di potere tra uomini e donne, sul sesso e sulla violenza che li permea e sulla loro rappresentazione nella cultura giapponese. Chi la conosce sa che, grazie a una magistrale descrizione delle atmosfere claustrofobiche e torbide in cui si svolgono le sue storie, è riuscita a dar vita a situazioni al limite con la sua fervida immaginazione.

Romanzo dopo romanzo, la sua attenzione si è poi progressivamente concentrata sulla dinamica delle relazioni umane con un crescente interesse per la violenza interna ai rapporti famigliari, e più in generale, affettivi. Se, in Pioggia sul viso, opera d’esordio datata 1993, agiscono segretarie doppiogiochiste in una storia in cui la colpa esteriore è sempre il risultato di una sconfitta interiore, ne Le quattro casalinghe di Tokyo la frustrazione serpeggia tra le colleghe di una catena di montaggio impegnate a fare a pezzi il marito di una di loro. Se nelle pagine di IN la medesima frustrazione esplode in una violenza che finisce col coinvolgere tutti quelli che hanno a che fare con i protagonisti, in Real World sono quattro adolescentiimmerse in una vita di chat, sms e reality TV, a scoprire un mondo scabroso e brutale.
Se, infine, in Morbide Guance la scomparsa di una bambina illumina la futilità di una relazione clandestina, in Grotesque la morte crudele delle bellissime Yuriko e Kazuo mostra lo stato della società giapponese. Insomma, descrizioni della condizione umana senza filtri, analisi e sentimenti che travalicano spazio e tempo, storie colme di dettagli realistici.


Leggere Natsuo Kirino significa non soltanto essere irresistibilmente attratti dal fascino dell’oscuro, della zona d’ombra dell’esistenza, ma anche gettare uno sguardo profondo sulla società giapponese odierna, e sui torbidi intrecci che un’antica cultura genera a contatto con la modernità.

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