CONTENUTI SPECIALI

ODESSA STAR – intervista a Herman Koch – La Repubblica

Postato in CONTENUTI SPECIALI il March 3, 2014 da admin01 – Sii il primo a commentare

di LEONETTA BENTIVOGLIO – La Repubblica

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HERMAN KOCH: “SIAMO BORGHESI ANNOIATI PERCIO DIVENTIAMO CATTIVI”

Prosa sferzante, sarcasmo feroce, perfidi giochi di relazioni che sembrano dissezionati al di là di una lastra di ghiaccio. E Odessa Star, un thriller satirico, in uscita per Neri Pozza, firmato dall’olandese Herman Koch, autore del bestseller La cena (edito in Italia nel 2010).
Stavolta guida la partita Fred, un cinquantenne “qualsiasi” che nell’arco di una divorante metamorfosi perde la testa per Max, suo ex compagno di scuola divenuto un gangster. Qualcosa di acido e adrenalinico pulsa nella scrittura di Koch, che già ne La cena, tradotto in 21 lingue e reduce da un plauso di quasi trecentomila copie nei Paesi Bassi, fece scalpore illuminando una velenosa ragnatela affettiva non dissimile da quella di Carnage (il film di Polanski tratto da Il dio del massacro dì Yasmina Reza). Due coppie s’incontravano in un ristorante per svelare, nel tratto dall’aperitivo alla mancia, le mostruosità dei figli adolescenti, che avevano dato fuoco a un barbone.

In Odessa Star (pubblicato in Olanda ne12003, molto prima de La cena, e ripescato grazie al successo di Koch) siamo catapultati in un vortice narrativo che registra con spietatezza le crepe della morale convenzionale: fulcro della vicenda è la perversa attrazione per il proibito del cosiddetto “uomo normale”.
Eccola sferrare un altro attacco all’ipocrisia borghese, Mister Koch.
«I miei personaggi vogliono testare le norme sociali per capire quanto possano spingersi oltre nella trasgressione senza inguaiarsi. Il problema della classe media è la noia. Perciò si va a fare bunjee-jum-ping, si parte per le vacanze in Cambogia e roba del genere».
Anche lei appartiene alla classe media? Da che tipo di famiglia proviene?
«I miei genitori erano dei socialdemocratici col senso della giustizia. Mio padre lavorava in un giornale socialista e mia madre creava gioielli. Entrambi insistettero che io andassi all’università per poter trovare un lavoro e non morire di fame come scrittore. Invece a diciott’anni ho deciso di evitare gli studi universitari e di morire di fame come scrittore».
La trama di Odessa Star, centrata sulla voglia di Fred di dare una svolta alla propria sorte adottando un progressivo cinismo, può ricordare l’acclamata serie tv Breaking Bad. Sembra piantata nel presente l’idea d’individui comuni che rinunciano all’etica per compensare le loro frustrazioni.
«La differenza tra Breaking Bad e il mio libro sta nel disinteresse di Fred per il denaro e per qualsiasi problema morale. Il suo scopo è diventare una persona più affascinante per il figlio, il quale lo trova noiosissimo, come pure sua moglie Cristina. Si allea con un pericoloso criminale per accendere la propria vita portandoci dentro un po’ di Tarantino».
A proposito di Tarantino: il suo cinema sembra aver molto influenzato il clima di Odessa Star.
«Mi hanno ispirato film di Scorsese come Quei bravi ragazzi e Casinò, e anche Le Iene di Tarantino. A scuola ebbi un compagno che poi divenne un famoso criminale. Fu ucciso nel 1992. Non siamo mai stati amici, ma ho tanto sognato un’amicizia, convinto che i gangster si annoiassero molto meno dei borghesi».
Ammette sprazzi di misoginia? A volte è cattivissimo nel delineare le donne.
«Di solito nelle mie storie le mogli sono più intelligenti dei mariti, il che non vuol dire che siano simpatiche. D’altra parte non le descrivo come esseri sacri e privi di difetti, come fanno certi scrittori per compiacere il pubblico femminile. Si scambia la mia obiettività per misogma».
È esilarante il modo in cui Odessa Star narra l’idiozia di un quiz televisivo. Pensa che la tv abbia contribuito al declino culturale?
«Forse. Quindi va usata poco. Io la utilizzo solo per programmi in diretta, come partite di calcio e rivoluzioni. Le serie e i film li guardo in dvd o sul computer. Sono ottimista: i ragazzi di oggi, come mio figlio di 19 anni, compiono le loro scelte sui canali senza subirle. Se si stabilizza questa tendenza, la tv avrà presto la funzione che in passato aveva il camino: sarà sempre accesa ma non la guarderà nessuno».
Colpisce in Odessa Star la lunga descrizione dell’accoppiamento ripugnante del professor Biervoort con la moglie, immaginato dai suoi allievi. Una delle chiavi dei suoi libri è la mancanza d’indulgenza nell’osservare i corpi e le loro manifestazioni, come mangiare e far l’amore.
«È qualcosa su cui io e i miei amici, a scuola, ci divertivamo a fantasticare. La visione del nostro professore nudo, o in gabinetto, o mentre copulava, lo rendeva disgustoso e quindi meno potente. Ci sono persone che non ci piace guardare mentre mangiano, e a volte davanti a una coppia penso: possibile che questi due vadano a letto insieme?».
In tanta letteratura nordica contemporanea c’è un algido umorismo e una dichiarata estraneità a ogni romanticismo. È d’accordo?
«Sì. Le società nordiche sono fatte da individui con legami familiari meno importanti rispetto a quelle del sud. Il che può portare alla solitudine o a forme di follia che inducono a mettersi a sparare in scuole e supermercati. Non a caso certi massacri non avvengono in Spagna, Italia o Grecia, ma negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Finlandia, in Norvegia, in Germania e in Olanda. Il nostro humour freddo ha a che fare con questo. Vediamo i nostri connazionali con più distacco e ci è più facile prenderli in giro».
Spesso lei evoca la diffusione del razzismo e della xenofobia. È forte in Olanda? Tra l’altro il protagonista di Odessa Star parla con enorme disprezzo dei belgi.
«Agli olandesi non piacciono, così come i portoghesi non amano gli spagnoli i quali detestano i francesi. Non so se anche in Italia sia così, ma in Olanda i nordici non gradiscono i meridionali e a nessuno vanno a genio i rumeni. Il mio paese vanta una tradizíone di tolleranza. Ma secondo me questa è una parola scivolosa. Serve solo ad affermare che si è superiori alle persone che teoricamente dovremmo tollerare. Da noi è un tabù anche solo cominciare a dubitare della tolleranza. Per questo nei miei romanzi esprimo apertamente dubbi sul vero significato del termine».

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Su Repubblica Franco Marcoaldi recensisce magnificamente “La porta” di Natsume Soseki

Postato in CONTENUTI SPECIALI il October 14, 2013 da admin01 – 2 Comments

Su Repubblica Franco Marcoaldi recensisce magnificamente “La porta” di Natsume Soseki

L’inetto Sosuke e quella soglia insuperabile
di Franco Marcoaldi

Se ogni grande libro è connotato da un timbro e un umore particolari e riconoscibili, nel caso de “La porta” di Natsume Soseki – per la prima volta tradotto in italiano da Antonietta Pastore – quel timbro e quell’umore rimandano sicuramente al sentimento della malinconia. Non una malinconia epica, eroica; ma ordinaria, quotidiana. Che riflette in pieno la natura e l’accidentato tragitto esistenziale dei due protagonisti: Sosuke e Oyone, una coppia di sposi che con il passare del tempo, e l’accumularsi delle frustrazioni patite, si rinserra via via in una dimensione compiutamente simbiotica.
La vita è andata diversamente da come poteva andare. Sosuke, rampollo di una famiglia benestante, era destinato a una brillantissima carriera. Ma il patrimonio familiare si è dissolto in un battibaleno e lui ora deve accontentarsi di un impiego modesto, mentre Oyone, da parte sua, non ha mai sanato la terribile ferita interiore della mancata maternità.
Se il mondo circostante è minaccioso e non regala mai niente di buono, tanto vale rinchiudersi in casa. E scambiarsi vicendevolmente il proprio affetto, quel dolce sentimento di mutuo soccorso legato al succedersi di eventi quotidiani condivisi nella loro eterna ripetizione.
Ma neanche la strada di una mesta rassegnazione è facilmente percorribile. Perché premono i problemi economici, perché si è comunque chiamati ad assumersi le proprie responsabilità, perché il passato, con il suo carico di sensi di colpa, in realtà non passa mai. Sosuke ha un fratello minore, Koroku, che data la precaria condizione familiare, è ormai sul punto di abbandonare gli studi. Eppure il primogenito non trova mai la forza necessaria per compiere quegli atti piccoli eppure indispensabili che consentirebbero, forse, di superare tale situazione di stallo.
Né, a pensarci bene, potrebbe essere altrimenti, visto che a trovarsi in uno stato di stallo perenne è, prima ancora, la vita stessa di Sosuke. La sua ignavia e la sua irresolutezza rappresentano l’altra faccia della medaglia di un egoismo inane, che ogni sera viene illusoriamente dimenticato grazie al tenero abbraccio con la sua dolce metà.
Ma un certo giorno tutto sembra franare. Il padrone di casa, un uomo ricco e cordiale, preannuncia l’arrivo dalla lontana Manciuria di suo fratello e di Yasui, amico del cuore di Sosuke nei lontani anni universitari. La passione amorosa tra Sosuke e Oyone sbocciò proprio a suo danno e da allora la coppia avverte un senso di malcelato e lancinante rimorso verso quell’uomo di cui, da allora, ha perso ogni traccia. Sosuke, che ha sempre vissuto cercando di aggirare ogni ostacolo senza mai prenderlo di petto, non è in grado di affrontare questo fortuito quanto drammatico incontro, che lo costringerebbe a fare i conti con un passato doloroso e rimosso.
Ma non può neppure voltare la testa dall’altra parte e far finta di niente. Così, in preda a un’indicibile angoscia, decide di provare a percorrere un’ulteriore, ultima strada: la pratica della meditazione, in un tempio zen.
Nelle pagine che raccontano questo episodio, con cui di fatto si chiude il romanzo, la maestria di Natsume Soseki – padre della letteratura moderna giapponese e riconosciuto maestro di Tanizaki, Kawabata, Mishima – raggiunge il suo apice. Il povero Sosuke, uomo imbelle e superfluo, sta cercando il modo per ritrovare la perduta serenità. Ma l’illuminazione non è un regalo piovuto dal cielo. Gli esercizi di meditazione comportano una fatica psicofisica e una concentrazione che non gli si confanno. E il koan, il quesito paradossale che il Maestro propone a lui come a ogni altro allievo per suscitare il risveglio della coscienza, gli risulta ostico, arduo, enigmatico. Assolutamente insormontabile. Tanto che la sua risposta verrà valutata dal Maestro come penosamente superficiale.
Conclusi i giorni di permanenza al tempio, Sosuke è costretto a tracciare un bilancio di tale, fallimentare esperienza.
Ha bussato a lungo e vanamente a una porta che avrebbe potuto aprirsi su una vita finalmente diversa: serena, priva di angosce, improntata alla sapienza. C’è poco da bussare, gli ha rammentato da subito il monaco guardiano: sta a te entrare.
E lui non ne è stato capace. Ma non è stato capace neppure di sorvolare su quella che resta comunque un’impellente necessità: l’aspirazione alla saggezza. La conclusione è sconsolante.
Scrive Soseki: «Guardò avanti: i battenti inamovibili della porta gli nascondevano per sempre la vista che si apriva al di là di essa. Non era un uomo in grado di superare quella barriera, ma neanche capace di rinunciarvi serenamente. Era un infelice che poteva soltanto restare impietrito davanti a essa, in attesa che i giorni trascorressero». Ed è con questo peso nel cuore che Sosuke torna verso casa, a Tokyo. Nulla è cambiato e la sconfitta è cocente. Certo, a casa, lo attende ancora il miracolo di un amore coniugale che riuscirà comunque a confortarlo e a tenerlo in vita. Peccato che si tratti di una vita amputata e negletta.
copyright la Repubblica

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Il Book Club incontra la Casa Editrice

Postato in CONTENUTI SPECIALI il July 25, 2013 da Francesco Elli – 7 Comments

Milano, Biblioteca Sormani, lunedì 22 luglio 2013.

Per chi c’era, e per chi non c’era (ma è sempre e comunque nei nostri cuori libreschi), un piccolo riassunto dell’incontro del Neri Pozza Book Club, per l’occasione congiunto in un unico gruppo, con il direttore editoriale della Cassa Editrice Neri Pozza dott. Giuseppe Russo e la editor della narrativa straniera Sabine Schultz.
Prima di tutto, il dott. Russo ha espresso piena soddisfazione per l’iniziativa del Book Club, che ha consentito alla Neri Pozza di avvicinare i lettori, coinvolgerli e scambiare con loro pareri interessanti e sicuramente arricchenti. Anche le discussioni ed eventuali pareri negativi sono accolti con favore, nella convinzione che sia giusto e bello avere la libertà di esprimere la propria idea. Sempre, però, con la dovuta cortesia e i toni appropriati, anche perché è solo in questo modo che le critiche possono essere davvero costruttive. La cortesia costringe ad argomentare, a sostenere il proprio parere sottolineandone le motivazioni: questo è il giusto modo per discutere di un libro e di un’iniziativa editoriale, amplificando, attraverso i pareri (argomentati) di tutti, la comprensione e la visione di un testo.

A proposito di critiche, molto ci si è soffermati su quelle ricevute dal libro Il mondo di Belle.
Innanzitutto è stato sottolineato come la Casa Editrice Neri Pozza abbia nel suo DNA la vocazione per la narratività, ovvero il raccontare una storia che riesca ad avvincere il lettore aprendogli un piccolo mondo diverso e ben argomentato. Questa vocazione si esprime sia attraverso libri che possono definirsi di grande letteratura (anche se, come più volte rimarcato da tutti i presenti, definire cosa sia “grande letteratura” non è per nulla semplice e non avrà mai una risposta univoca), sia con romanzi che rimangono nell’ambito dell’intrattenimento. Intrattenimento che, però, significa anche apertura di nuove prospettive; significa portare i lettori in un piccolo mondo storicamente ambientato facendoli incontrare con personaggi credibili e ben disegnati, che portino avanti una storia coinvolgente.
Questo è ciò che accade ne Il Mondo di Belle. Nel libro c’è la questione, reale, della condivisione, da parte degli uomini e le donne bianche arrivati per diversi motivi nelle piantagioni dell’America schiavista, del destino degli schiavi neri. C’è il problema della loro convivenza, dei rapporti che si creano e, nel libro della Grissom, anche del ribaltamento dei ruoli, quando Lavinia, cresciuta nella casa degli schiavi, si ritrova a diventarne la padrona.
C’è la questione, altrettanto storicamente vera, dei figli nati dai rapporti tra schiavisti e schiavi.
C’è, insomma, un piccolo pezzo di mondo sul quale l’autrice si è ben documentata e che nella sua storia riesce a comunicare e trasmettere al lettore.

Per quanto riguarda le critiche alla traduzione, la Casa Editrice era consapevole che questo sarebbe potuto succedere, ma ha tenuto a sottolineare quanto il lavoro non sia stato per nulla agevole.
Il paragone con Via col Vento che molti hanno fatto regge fino a un certo punto, in quanto il periodo in cui è ambientata la vicenda di Belle è il mondo afroamericano della fine del Settecento e non quello del 1861, anno in cui comincia la storia degli O’Hara. Una differenza notevole, anche dal punto di vista linguistico, perché, nel mondo che la Grissom ha studiato a lungo, la lingua parlata dagli schiavi neri era veramente un idioma di difficile comprensione, lontanissimo dal parlato di settant’anni dopo e a maggior ragione da quello di oggi. La traduzione che inizialmente era stata fatta non aveva convinto fino in fondo, così la scelta è stata quella di utilizzare una lingua che favorisse il ritmo della narrazione, consapevoli della possibilità di andare incontro a qualche possibile critica dei lettori. D’altra parte in Italia non esiste una lingua popolare condivisa e orientarsi verso qualche dialetto (ovvero la lingua popolare che, nel nostro Paese, assume subito caratteristiche diverse e peculiari a seconda delle diverse zone), è apparsa immediatamente una scelta impropria.

Per il titolo, invece, vista la sostanziale povertà di una traduzione che avesse cercato di rendere letteralmente l’originale The Kitchen House, si è pensato a Il Mondo di Belle perché, fondamentalmente, è lì che è ambientata la vicenda. È vero che la voce preponderante del romanzo è quella di Lavinia, ma il mondo in cui si svolge la storia è quello delle piantagioni, è la casa degli schiavi, è la cucina di Mamma Mae. È, in sostanza, “Il mondo di Belle”.

Un ultimo aspetto su cui ci si è soffermati (o almeno in cui ci si sofferma in questo riassunto per forza di cose non completamente esaustivo… si fa quel che si può) è l’appunto mosso da qualcuno sul perché Neri Pozza abbia scelto di pubblicare questo romanzo. In parte le motivazioni sono già state espresse all’inizio, ma vale la pena tornarci un attimo.
Le linee della Casa Editrice nella scelta di un testo da pubblicare si possono sommariamente riassumere in tre punti (in Casa Editrice mi perdoneranno per l’estremità della sintesi e la semplificazione nello spiegare un lavoro che racchiude dinamiche difficilmente riassumibili qui).
Un libro deve, innanzitutto, avere una storia ben costruita, credibile, che sappia intrattenere il lettore.
Un libro deve anche avere dei personaggi ben delineati, nei quali ci si possa immedesimare e il cui destino illumini lo spirito di un’epoca.
Il terzo punto è quello che raggiunge l’apice, ovvero quando un libro, unendo le due caratteristiche precedenti, arriva a toccare il mondo dell’arte e della letteratura (con tutte le difficoltà di definizione di cui si è già detto). In questo caso si hanno i capolavori.
Avere due su tre di queste caratteristiche è già un motivo sufficiente per pubblicare un libro, anche perché, nell’arco di un anno, sicuramente non esistono 100 romanzi che possano arrivare ad essere opere d’arte, e il catalogo di un editore non può certo vivere di soli, indiscutibili, capolavori. La letteratura è anche intrattenimento. E l’intrattenimento, quando è di qualità, come nel caso dell’opera della Grissom, è sempre un buon motivo per pubblicare, e leggere, un libro.

Ci sono state, poi, una serie di domande e di altri spunti interessanti. Riassumerli tutti è davvero difficile. Due ultime considerazioni, però, vale la pena sottolinarle. La prima è quella di chi ha ringraziato il Book Club perché permette di ri-leggere i libri anche attraverso gli occhi degli altri: condividere i pareri riguardo un testo, scambiarsi opinioni, spiegare i motivi del proprio gradimento o della propria delusione, sempre con la cortesia di cui si diceva all’inizio e le corrette argomentazioni, è qualcosa che non può che arricchire tutti i lettori e la stessa casa editrice stessa.
La seconda è che, date queste premesse, se ben argomentato ed espresso con pacatezza e semplicità, ogni parere ha lo stesso valore e lo stesso diritto di esistere ed essere espresso, in piena libertà. Quindi, nessuno si faccia intimidire da chi non la pensa come lui e da chi sostiene con più forza, per carattere e indole, il proprio punto di vista. Vale sempre la pena “lottare” per un’idea. Anche quando questa riguarda un semplice romanzo.

Buone letture a tutti.

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Tracy Chevalier – testo inedito per La Milanesiana 2013

Postato in CONTENUTI SPECIALI il July 5, 2013 da admin01 – 1 Comment

Tracy Chevalier – “Noi scrittori bugiardi perché la verità annoia”

Gli autori sono dei bugiardi. I romanzi pullulano di menzogne e di segreti. Ne hanno bisogno per funzionare. Ciò mi diventò molto chiaro alla stesura del mio ultimo romanzo, L’ultima fuggitiva, quando capii quanto sia difficile creare un personaggio che non mente mai. L’eroina della storia, Honor Bright, è una quacchera- membro di una piccola setta cristiana fondata in Inghilterra nel XVII secolo. I quaccheri credono che ci sia una  parte di Dio in tutte le persone. I quaccheri credono in altri saldi principi: sono pacifisti, credono nell’uguaglianza di tutte le persone e, cosa più importante sono onesti e dicono la verità.
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Amitav Ghosh – testo inedito per La Milanesiana 2013

Postato in CONTENUTI SPECIALI, GLI AUTORI, INCONTRI CON L'AUTORE il July 4, 2013 da admin01 – Sii il primo a commentare

Amitav Ghosh, Letteratura e emergenza ambientale.

traduzione di Anna Nadotti

 

Il mondo è arrivato a una congiuntura senza precedenti nella storia: l’ambiente del nostro pianeta sta cambiando con una rapidità mai sperimentata prima dagli esseri umani. Tutti abbiamo dovuto, in maggiore o minor misura, confrontarci con gli effetti dei cambiamenti climatici nella nostra vita quotidiana, abbiamo visto inondazioni anomale, insolite ondate di calore, uragani capricciosi e prolungate siccità. Non starò a compilarne una lista dettagliata perché sono fatti  universalmente noti. Basti dire che, perfino se le emissioni di carbonio fossero drasticamente tagliate oggi stesso, le conseguenze dei cambiamenti già in atto continuerebbero a farsi sentire per secoli. Ma naturalmente il taglio delle emissioni non è all’ordine del giorno, al contrario, se ne registra il rapido incremento, dovuto soprattutto all’Asia, e in particolare all’India e alla Cina.

Quando si supererà il livello di guardia nessuna area del mondo sarà colpita gravemente quanto quella da cui io provengo. Il Bengala – con ciò intendendo lo stato indiano del Bengala occidentale e il Bangladesh – è una pianura alluvionale di bassissima altitudine. È anche una delle aree del mondo più densamente popolate, ci vivono duecentoquarantun milioni di persone. Malgrado una simile densità di popolazione, il  Bengala ha finora contribuito relativamente poco alle emissioni che hanno scatenato i mutamenti di clima del pianeta – tuttavia, essendo un delta a livello del mare, è una regione assai vulnerabile. Si stima che nel solo Bangladesh  cento milioni di persone vivano in basse zone costiere. Un pur modesto aumento del livello del mare, basterebbe a  colpire gravemente milioni di persone. Un processo già in atto. Nelle foreste di mangrovie dei Sundarban (dov’è ambientato il mio romanzo Il paese delle maree ), varie isole sono state sommerse negli ultimi anni, con centinaia di migliaia di sfollati.

Il Bengala non è l’unica area vulnerabile della regione. Se nel futuro prossimo il livello del mare crescerà, come molti scienziati prevedono, di un metro, i delta dei grandi fiumi dell’Asia saranno i primi a risentirne gli effetti. Come il Bengala, i delta dell’Indo, dell’Irrawaddy e del Mekong sono densamente popolati e intensivamente coltivati.  Con l’alzarsi del livello del mare, fasce sempre più estese di terra fertile saranno invase dall’acqua salata e milioni di persone perderanno i loro mezzi di sostentamento.  La ragione per cui queste aree saranno le prime a risentire l’impatto dei cambiamenti climatici è che i delta si abbassano con un ritmo quattro volte superiore al ritmo con cui sale il livello del  mare. Ciò significa che l’aumento di un metro del livello del mare si tradurrà in un aumento di quattro metri per le popolazioni che vivono in queste aree – in altre parole, perfino in assenza di attività sismica, molte megalopoli asiatiche, quali Calcutta, Bangkok, Ho Chi Minh City e Manila, si troveranno dinanzi alla prospettiva di essere inondate dalle maree. Ma non è tutto: le acque asiatiche hanno anche provocato alcuni dei più spaventosi uragani delle storia: si stima che il ciclone Bhola (o Agunmukha), che colpì il Bangladesh nel 1971, abbia ucciso 275.000 persone. Gli scienziati prevedono che il riscaldamento degli oceani e la maggiore umidità dell’aria provocheranno nel prossimo futuro perturbazioni  molto più numerose e violente. Lo scorso ottobre abbiamo visto cosa può fare un uragano come Hurricane Sandy a una città come New York, dotata di infrastrutture relativamente buone. In tutte le città asiatiche che corrono i maggiori rischi di essere colpite da uragani analoghi  vivono grandi masse di poveri: gli effetti sarebbero devastanti. Le zone costiere dell’Asia non sono tuttavia le sole destinate a subire i disastrosi effetti dei cambiamenti climatici.  Le zone centrali dei due paesi più popolosi del continente, l’India e la Cina, si troveranno quanto prima  ad affrontare catastrofiche carenze d’acqua. Le falde acquifere del Punjab, che contribuisce in modo sproporzionato all’approvvigionamento di cibo sia dell’India sia del Pakistan, sono praticamente esaurite. (Da ricercatori attivi nella parte indiana del  Punjab ho saputo che i contadini stanno già abbandonando le loro terre a causa delle sempre più ridotte risorse idriche). Fatto ancora più grave,  queste regioni dipendono dai sistemi fluviali alimentati  dai ghiacciai himalayani.  Questi grandiosi serbatoi d’acqua si vanno rapidamente assottigliando, e c’è la concreta possibilità che nell’arco di un paio di  decenni  grandi fiumi come il Gange, la Jamuna e l’Indo si riducano, in certe stagioni, a rivoli sottili. La Cina si trova di fronte a un’analoga penuria d’acqua, e il tentativo di affrontare tale penuria deviando il corso dei fiumi con imponenti progetti di ingegneria idraulica provocherà nuovi problemi, per il paese e per i suoi vicini.

Inutile aggiungere che le alterazioni climatiche sono foriere di conflitti, tra paesi, tra gruppi etnici e tra comunità religiose. Potrei continuare, ma non ce n’è bisogno. Credo che si debba riconoscere che il mutamento climatico segna una profonda rottura. Rottura di cui stiamo solo cominciando a intuire le implicazioni per l’economia, l’industria e i modelli di consumo del mondo: ciò che significherà per le arti e la letteratura ancora non lo sappiamo. In un mondo in cui l’approccio ‘business-as-usual’ non è solo insostenibile ma anche immorale, potranno le arti proseguire per la loro strada, senza valutare il proprio contributo alla definizione del modello di desideri che ci hanno condotto alla catastrofe davanti alla quale ora ci troviamo? Non credo. È ogni giorno più evidente che ogni aspetto della cultura sarà travolto dalla rottura in agguato, la nostra autoconsapevolezza, i nostri desideri, l’arte e le modalità di espressione di ognuno di noi. Qui m’interessa riflettere su un aspetto di tale rottura, un aspetto che mi sta molto a cuore – vale a dire il fatto di scrivere, e più specificamente, di scrivere in Asia.

Le questioni che hanno animato, ossessionato e tormentato l’Asia del XX° secolo riguardavano il ‘moderno’, tanto in campo letterario e artistico quanto in campo politico ed economico. Il più potente motivo di fascino del moderno risiede nella sua pretesa universalità. Essendo fondato su schemi universali di ragionamento, sembrava promettere libertà, uguaglianza e prosperità per tutti.

In questo senso l’abbraccio che l’Asia ha riservato al moderno è stato un test case, un gigantesco esperimento che si poteva condurre solo in quel continente, dove i numeri della popolazione sono tali da poter letteralmente muovere la terra. E come con ogni esperimento, i risultati sarebbero apparsi incredibili, per gli asiatici o per chiunque altro, se non fossero stati precisamente ciò che sono stati. Infatti i risultati  contraddicono tutti i principi su cui la nostra vita, i nostri pensieri e azioni si sono basati per più di un secolo. Vale a dire che l’assunto centrale della modernità industriale è falso: essa non può garantire uguaglianza e libertà universale – i modelli di vita che ne derivano sono praticabili solo per una piccola parte della popolazione mondiale. La struttura del pianeta in cui viviamo, infatti,  impone limitazioni materiali tali da impedire che tali modelli di vita siano adottati da ogni essere umano sul pianeta.

Alcuni scrittori asiatici lo capirono molto presto. Rabindranath Tagore, per esempio, aveva una consapevolezza del mondo naturale debitrice tanto del passato asiatico quanto, se non di più, della sensibilità europea del XIX° e XX°. Si dice che abbia vissuto un’epifania quando, durante un viaggio in nave verso il Giappone, vide sul mare una chiazza di nafta. Ciò acuì la sua consapevolezza dei danni che le macchine infliggevano agli elementi e sarebbe ritornato molte volte sull’argomento, nei suoi testi teatrali e nei suoi saggi: fu un ambientalista avant la lettre.

Alla fine del ventesimo secolo questi aspetti della sensibilità di  Tagore apparivano quasi arcaici. Oggi, alla luce delle lezioni che ci sta dando il pianeta, sembrano piuttosto visionarie. E Tagore non è stato il solo:  un’intensa consapevolezza delle continuità fra il naturale e l’umano si manifesta nell’opera di molti scrittori e scrittrici indiani – per esempio Mahasweta Devi, che scrive in bengalese, Sivarama Karanth (in kannada), e Gopinath Mohanty (in oriya). Nel mio paese, il Bengala, il “romanzo di fiume” ha una lunga tradizione, profondamente attenta al rapporto tra la vita umana e l’acqua  – anche il mio romanzo Il paese delle maree si inscrive in tale tradizione.

Alla fine del XX° secolo, quando l’Asia si precipitava verso la meta promessa di un’Utopia industriale universale, opere di questo tipo  sembravano incongrue rispetto alle traiettorie culturali del mondo. Forse per questo Salman Rushdie una volta liquidò come ‘arretrati’ rispetto all’avanguardia occidentale coloro che scrivono nelle lingue nazionali indiane. Tale giudizio viene ora confutato dalla più autorevole critica letteraria: la terra stessa. Alla luce di quanto il pianeta è andato mostrandoci, è chiaro che scrittori come Mahasweta Devi e Sivarama Karanth erano in realtà assai più avanti dei loro omologhi ovunque nel mondo.

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Il mondo di Belle tra i 100 Must-Read della Southern Literature

Postato in CONTENUTI SPECIALI il June 23, 2013 da admin01 – 3 Comments

“Il mondo di Belle” (The Kitchen House) di Kathleen Grissom tra i 100 libri da leggere della Southern Literature americana insieme a Carson McCullers, William Faulkner, Truman Capote, Cormac McCarthy e altri grandi

http://bookriot.com/2013/06/20/100-must-read-works-of-southern-literature/#.UcRcqw77Dxw.twitter

BookRiot

100 Must-Read Works of Southern Literature

A Riot reader from the Midwest was so intrigued by my love letter to Flannery O’Connor, she tweeted me and asked if I had a copy of my Southern literature class reading list. She always wanted to dig into Southern lit, but didn’t know where to start. I suddenly realized that if you aren’t exposed to Southern lit, you really don’t know where to start. Sure, you’ve read To Kill a Mockingbird, and yeah… that Faulkner guy was from Mississippi (let’s face it, Faulkner’s words ain’t easy on the brain). But what else is there?

william-faulknerI started to make a list of Southern books I had in my personal library, and I had around 70 that I would be willing to tell a stranger to read. Bookseller extraordinaire Joe Hickman of Lemuria Books in Jackson, Mississippi helped me fill in some gaps, and we exchanged a few notes on upcoming releases. Lemuria is by far the best bookstore in the South because they have a huge staff full of people who know their stuff. Plus, they have ALL THE BOOKS. Seriously. The books overflow off the shelves all over the floor. Great place.

A few notes: some authors have so many good books, I just listed the ones I liked the most. In the case of Faulkner, I picked his more accessible novels. There is some really great nonfiction included and a lot of really great nonfiction NOT included. I had to cut it off at some point.

I suggest you pour yourself a glass of single barrel bourbon, make a batch of cheese straws, and start reading.

 

  1. A Childhood: The Biography of a Place – Harry Crews
  2. A Confederacy of Dunces – John Kennedy Toole
  3. A Death in the Family – James Agee
  4. The Adventures of Huckleberry Finn – Mark Twain
  5. Airships – Barry Hannah
  6. A Land More Kind Than Home – Wiley Cash
  7. A Lesson Before Dying – Ernest Gaines
  8. All Over But the Shoutin’ – Rick Bragg
  9. All the King’s Men – Robert Penn Warren
  10. Apostles of Light – Ellen Douglas
  11. As I Lay Dying – William Faulkner
  12. A Streetcar Named Desire – Tennessee Williams
  13. A Time to Kill – John Grisham
  14. The Awakening – Kate Chopin
  15. Bastard Out of Carolina – Dorothy Allison
  16. Bats Out of Hell – Barry Hannah
  17. Big Bad Love – Larry Brown
  18. Black Boy – Richard Wright
  19. Blues All Around Me – B.B. King
  20. Brother to a Dragonfly – Will Campbell
  21. Burning Bright: Stories – Ron Rash
  22. Before Women Had Wings – Connie May Fowler
  23. Blood Meridian – Cormac McCarthy
  24. Can’t Be Satisfied: The Life and Times of Muddy Waters – Robert Gordon
  25. Child of God – Cormac McCarthy
  26. The Civil War: A Narrative (I-III) – Shelby Foote
  27. Cold Mountain – Charles Frazier
  28. Cold Sassy Tree – Olive Ann Burns
  29. *The Collected Stories of Eudora Welty – Eudora Welty
  30. The Color Purple – Alice Walker
  31. The Complete Stories – Flannery O’Connor
  32. The Courting of Marcus Dupree – Willie Morris
  33. Crooked Letter, Crooked Letter – Tom Franklin
  34. Daisy Fay and the Miracle Man – Fannie Flagg
  35. Deep Blues – Robert Palmer
  36. Deliverance – James Dickey
  37. Delta Wedding – Eudora Welty
  38. Ellen Foster – Kaye Gibbons
  39. The End of California – Steve Yarbrough
  40. Every Day By the Sun – Dean Faulkner Wells
  41. The Fall of the House of Zeus – Curtis Wilkie
  42. Father of the Blues – W. C. Handy
  43. Fire in the Morning – Elizabeth Spencer
  44. Geronimo Rex – Barry Hannah
  45. Give My Poor Heart Ease: Voices of the Mississippi Blues – William Ferris
  46. Gone with the Wind – Margaret Mitchell
  47. The Great Santini – Pat Conroy
  48. The Heart is a Lonely Hunter – Carson McCullers
  49. Hell at the Breech – Tom Franklin
  50. House of Prayer No. 2 – Mark Richard
  51. I Hate to See That Evening Sun Go Down – William Gay
  52. It Wasn’t All Dancing and Other Stories – Mary Ward Brown
  53. Joe – Larry Brown
  54. The Keepers of the House – Shirley Ann Grau
  55. The Kitchen House – Kathleen Grissom
  56. Known World – Edward P Jones
  57. Lanterns on the Levee – William Alexander Percy
  58. The Last Gentleman – Walker Percy
  59. The Last Girls – Lee Smith
  60. The Last of the Southern Girls – Willie Morris
  61. Light in August – William Faulkner
  62. The Little Friend – Donna Tartt
  63. Long Time Leaving: Dispatches from Up South – Roy Blount Jr.
  64. Look Homeward, Angel – Thomas Wolfe
  65. The Mind of the South – W.J. Cash
  66. The Moviegoer – Walker Percy
  67. Mudbound – Hillary Jordan
  68. The Mysterious Secret of the Valuable Treasure – Jack Pendarvis
  69. Native Guard – Natasha Trethewey
  70. North Toward Home – Willie Morris
  71. Oldest Living Confederate Widow Tells All – Allan Gurganus
  72. Once Upon a Time When We Were Colored – Clifton Taulbert
  73. One Foot in Eden – Ron Rash
  74. One Mississippi – Mark Childress
  75. The Optimist’s Daughter – Eudora Welty
  76. Other Voices, Other Rooms – Truman Capote
  77. Poachers – Tom Franklin
  78. The Prince of Tides – Pat Conroy
  79. Provinces of Night – William Gay
  80. The Quiet Game – Greg Iles
  81. Raney – Clyde Edgerton
  82. Rising Tide: The Great Mississippi Flood of 1927 – John Barry
  83. Run with the Horseman – Ferrol Sams
  84. Salvage the Bones – Jesmyn Ward
  85. Salvation on Sand Mountain – Dennis Covington
  86. The Secret Life of Bees – Sue Monk Kidd
  87. Serena – Ron Rash
  88. The Sharpshooter Blues – Lewis Nordan
  89. Shiloh and Other Stories – Bobbie Ann Mason
  90. The Sound and the Fury – William Faulkner
  91. Southern Belly: A Food Lover’s Companion – John T. Edge
  92. Sweet Soul Music: Rhythm and Blues and the Southern Dream of Freedom – Peter Guralnick
  93. Their Eyes Were Watching God – Zora Neale Hurston
  94. To Kill a Mockingbird – Harper Lee
  95. Victory Over Japan – Ellen Gilchrist
  96. Walking Across Egypt – Clyde Edgerton
  97. Welding with Children – Tim Gautreaux
  98. Wise Blood – Flannery O’Connor
  99. Work Shirts for Madmen – George Singleton
  100. Zeitoun – Dave Eggers
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Sulla lingua degli schiavi neri in “Il mondo di Belle”

Postato in CONTENUTI SPECIALI il June 23, 2013 da admin01 – 3 Comments

In numerose interviste, Kathleen Grissom ha svelato la minuziosa ricerca che c’è dietro la composizione e la scrittura di “The Kitchen House”, “Il mondo di Belle” . Sul suo sito si può, ad esempio, leggere: “I studied slave narratives from that time period and interviewed African American people whose ancestors had been slaves. I spent hours in local libraries, the Black History Museum, the Virginia Historical Society and Poplar Forest. I visited Colonial Williamsburg many times over”.
Il problema fondamentale della Grissom era rendere il modo di parlare degli afroamericani del tempo, un “dialect” complicato e difficile da trasportare nella pagina di un romanzo moderno.
“At the very beginning – dice la Grissom – of my research I read two books of slave narratives: Bullwhip Days: The Slaves Remember and Weevils in the Wheat: Interviews with Virginia Ex-Slaves. Soon after, the voices from The Kitchen House began to come to me. My original draft included such heavy dialect that it made the story very difficult to read. In time I modified the style so the story could be more easily read”.
La scelta definitiva è stata sì un inglese in qualche modo accessibile per il lettore, tuttavia  un inglese fortemente  sgrammaticato e altro dalla lingua parlata dagli schiavisti bianchi.
Come rendere in italiano questa lingua altra dall’inglese, altra anche dall’inglese parlato dalla working class bianca del tempo? Una possibile soluzione era renderlo con un italiano, per così dire, “popolare”. Tuttavia, come sanno tutti i traduttori più avveduti, questa scelta può risultare in molti casi grottesca, se non ridicola. Non esiste infatti un italiano popolare medio che non sia contaminato dai nostri diversi dialetti. Il rischio era rendere il modo di parlare degli schiavi neri con inflessioni dialettali nostrane a dir poco incongrue.
Si è scelta perciò la strada di farli parlare come stranieri, come soggetti parlanti una lingua non propria. Il che corrisponde esattamente al testo originario di “The Kitchen House”. Uniformare il loro modo di parlare a Lavinia e ai protagonisti bianchi del romanzo avrebbe significato tradire completamente il testo originario, rendere incomprensibili brani del romanzo in cui si accenna palesemente al “bizzarro modo di parlare” dei neri (“Faticavo a comprendere quello che mi diceva a causa del suo bizzarro modo di parlare”, “Non cominciare a parlare in quel modo. Tu non sei una di loro”).
Naturalmente, eravamo certi che si sarebbe levata qualche voce contro questa scelta, qualche velata o palese accusa in nome del politically correct o di altro.
redazione Neri Pozza

 

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Questo suono è una leggenda

Postato in CONTENUTI SPECIALI il May 7, 2013 da Francesco Elli – Sii il primo a commentare

es Questo suono e  una leggenda_esecutivo SnobRecensione a Questo suono è una leggenda, Esi Edugyan.

Da una parte la magia della musica jazz, dall’altra il delirio senza scampo del nazismo. È su questi due campi inconciliabili che Esi Edugyan, nel suo libro Questo suono è una leggenda, fa svolgere la partita della vita di Hieronymus Falk, eccezionale talento della tromba, segnato dal drammatico destino che inevitabilmente spettava, nella Germania del 1940, ai figli di donne tedesche e dei neri provenienti dalle colonie francesi. Preciso nella ricostruzione storica, evocativo nell’intreccio di passato e futuro, emozionante nell’emergere di verità mai confessate, il pluripremiato romanzo parte mettendo sul piatto quello che di Hieronymus la storia ha sancito: ovvero il possesso di un talento inimitabile, inutilmente fuggito da Berlino a Parigi e finito a Mauthausen lasciando dietro di sé solo una registrazione rattoppata. Abbastanza, però, per essere consacrato come il “Louis Armstrong tedesco” e per spalancare i palcoscenici più prestigiosi a tutti gli altri componenti della band. Proprio a uno di loro, l’ormai ottantenne Sidney Griffiths (voce narrante del romanzo), è affidato il compito di riannodare i fili della vicenda: tornato in Europa in occasione del lancio di un documentario su Hieronymus con l’amico di sempre Chip Jones, è attraverso i suoi ricordi che la pagine del passato vengono sfogliate di nuovo, rivivendo le paure degli anni della guerra, la dolce storia d’amore con la bella Delilah, ma facendo anche emergere verità diverse da quelle tramandate dalla storia. Come se la vita fosse una jam session di jazz, in cui ogni refrain non può mai essere uguale a quello che lo ha preceduto.

Pubblicata sul mensile Class, maggio 2013

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