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Sul giudicare

Postato in Uncategorized il February 12, 2014 da Paola Rinaldi – 1 Comment

Waltz e i criteri del giurato – ZDF

Breve intervista a Christoph Waltz, membro della giuria della Berlinare 2014 (già membro della giuria a Cannes, tra l’altro).

Traducendo ‘al volo’: per Waltz ciò che rende fantastica una giuria e il farne parte è poter vedere nuovi film insieme agli altri giurati con intensa concentrazione e discuterne poi ad alto livello. Jo Schückt chiede a Waltz quali siano i criteri di giudizio, al di là delle caratteristiche tecniche della pellicola, perché a volte a Schückt capita di vedere un film che lo travolge, da cui è preso, coinvolto, senza saperne bene il perché. Può essere questo un criterio per premiare un film? Waltz risponde che “non sapere il perché” non può essere un criterio e che il sentirsi preso da un film semmai è una possibilità, anche se naturalmente questo è un aspetto importante dell’esperienza del vedere un film. Tuttavia, non c’è niente di più insopportabile di esperti presuntuosi che si ritengono tali solo per aver letto un libro o studiato sull’argomento. E’ DOVERE del pubblico reagire come pubblico e non come esperti. Frasi come “mah, non l’ho trovato un gran ché ma è ben fatto” non significano nulla per il pubblico: a volte ci sono splendidi film che di per sé sono ‘fatti male’. “Mi è piaciuto?” “L’ho apprezzato?” “L’ho trovato buono?”… Ecco questi sono i punti di vista che, secondo Waltz, sono importanti per il pubblico, e per il giurato, che è parte del pubblico

Niente di trascendentale ma ascoltando Waltz che insiste sul giurato innanzitutto come spettatore, come parte del pubblico, e non sopporta il critico che invece pensa di essere diverso dal pubblico, m’è venuto naturale pensare al bookclub e ai suoi membri un po’ come alla giuria della Berlinale (a me basterebbe essere brava la metà di Waltz, sia chiaro), e mi è venuta voglia di condividere queste riflessioni con i colleghi giurati Neri Pozza (soprattutto quando Waltz dice che le cose funzionano solo se la giuria è di qualità :) ). Viel Spaß!

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Herman Koch, ODESSA STAR – “Breaking Bad” all’olandese

Postato in Uncategorized il February 11, 2014 da Paola Rinaldi – 2 Comments

Fred Moorman ha 47 anni e li sente tutti: profondamente in crisi, sogna una Jeep Cherokee nera  o qualcosa che lo  riscatti agli occhi di sua moglie e suo figlio adolescente. Se dall’esterno Moorman mostra un sorriso di facciata, nel suo intimo si scatena un massacro alla Tarantino per ogni sciocchezza. Fred si imbatte per caso nel suo vecchio compagno del liceo, Max G., e capisce cosa manca alla sua vita miserabile: blindato da guardie del corpo, Max è un maschio alfa, aggressivo, brutale, assertivo, circondato di belle donne su belle auto. Insomma, tutto quello che Fred vorrebbe essere. La lamentatio delle sue sfortune, che Fed propina a Max come a tutto il mondo, sortisce il suo effetto e gli ‘amici’ di Mad Max si occupano di risolvere i problemi di Fred (sparisce la vecchietta che lascia la cacca del cane nel giardino dei Moorman…), ma Max non fa beneficenza e in cambio chiede a Fred di essere suo complice in una truffa a Chi vuol essere miliardario? E Fred ci prende gusto, perdendo inibizioni e scrupoli per strada. Come poi ne La cena e Villetta con piscina (scritti più tardi), anche qui il rispettabile stile di vita borghese si avvicina pericolosamente a quello criminale e il male contamina l’esistenza dell’innocuo, noioso uomo medio: il Tarantino che c’è in ognuno di noi si fa strada ed sale con prepotenza in superficie, noi tutti bastardi senza gloria…

(http://chooze.it/blog/2014/02/sunday-books-il-ritorno-del-king/ mi scuso per l’auto-citazione ma prendo atto con rammarico che sempre e solo 24 ore sono quelle che compongono la giornata)

Trovo sempre molto stimolante seguire il percorso di un artista, perché a stare bene attenti si rischia di cogliere qualche lampo di genialità, di intuire quale sia il processo creativo che culmina nell’opera.

Ecco, leggendo Odessa Star, che è stato scritto una decina di anni fa da Koch, ho trovato anche questo: come si arriva poi a La cena.

I romanzi di Koch mi fanno pensare ad una forma narrativa del dramma borghese, da Harold Pinter a Roland Schimmelpfennig passando da Yasmina Reza: una situazione piuttosto normale anzi banale viene sconvolta da un evento altrettanto ordinario e si innesca una reazione a catena che scoperchia il vaso di Pandora della borghesia, della condizione media e consolidata dell’individuo nella società occidentale oggi.

Che ciascuno di noi, nel nostro intimo, possa anche solo immaginare di formulare pensieri malvagi, immorali, al di là di ogni limite lecito… Beh, è certo un’esperienza da capogiro.

Più la situazione presentata nel romanzo è vicina alla nostra quotidianità, più la ‘metamorfosi’ (e non è che diventiamo un gran ché meglio degli scarafaggi di kafkiana memoria) ci terrorizza, perché davvero ci chiediamo se e dove stai la differenza, almeno in apparenza, tra noi e i protagonisti dei romanzi di Koch.

Tuttavia, Odessa Star, a differenza de La cena, ci offre un alibi iniziale: Fred è un inetto (a casa nostra, si veda Svevo) da cui possiamo legittimamente prendere le distanze, almeno un po’; almeno all’inizio. E’ in questo che percepisco Odessa Star come uno dei gradini che Herman Koch sale per arrivare alle sue opere della maturità. L’io narrante, Fred appunto, non è così ricco di sfumature e di contraddizioni come Paul (come dire, parte già perdente) e le sue emozioni sono unidirezionali: odio, odio e ancora odio; o malvagità; anche il sesso è violenza nelle espressioni usate per descrivere le fantasie sull’insegnante di francese (ecco, su come ci immaginiamo gli altri in situazioni intime, mi ci sono ritrovata tanto; ma non sono pericolosa, lo giuro). Se dunque Odessa Star mi sembra u po’ il fratello minore della prole letteraria di Koch, in esso si trovano già le grandezze dei romanzi futuri: l’incrocio tra romanzo familiare e thriller, la costruzione narrativa raffinata a scatole cinesi (che confonde e sorprende insieme), l’incedere per allusioni e rimandi, e soprattutto la scelta di un narratore inaffidabile che ammette con attendibilità di essere totalmente inattendibile. Koch crede nell’intelligenza del suo lettore, e non è poca cosa.

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Su Odessa Star

Postato in Uncategorized il February 7, 2014 da rosalba fontana – Sii il primo a commentare

Koch descrive con  ferocia la quotidianità di un uomo di mezza età senza qualità, se non la sua capacità mnemonica. Con particolari crudeli,  spesso di cattivo gusto,  scardina la morale conformista attraverso lo stile del thriller psicologico e una narrazione che procede zigzagando.

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Il teschio e l’usignolo, in bilico tra modernità e morale vittoriana

Postato in Uncategorized il February 3, 2014 da Diego Rossi – Sii il primo a commentare

Michael Irwin, stimato docente di letteratura inglese, nel suo “Il teschio e l’usignolo” riesce in un progetto ambizioso e senza precedenti, ricostruire la Londra del diciottesimo secolo, interrogandosi sulla questione morale, sulle aspirazioni e sui desideri nascosti di un giovane orfano, Richard, di gradevole aspetto, ma privo di risorse economiche, che asseconda per denaro la curiosità ossessiva del suo anziano protettore Mr. Gilbert, con cui intrattiene una dettagliata e minuziosa corrispondenza. Mr. Gilbert, uomo potente e di straordinario successo, attraverso le lettere del suo protetto trova il modo di vivere a distanza le più licenziose e pericolose esperienze, violando i limiti e le regole della comune moderazione. La narrazione diventa un viaggio per arrivare a comprendere nel profondo, con la mente prima che col cuore, il brivido più crudele e vivido che è la radice stessa dell’esistere.

Un gioco epistolare tra gentiluomini si confonde nel gioco stesso della vita, a tratti sembra emergere dalle pagine di Irwin la perenne contraddizione tra materiale e ideale, anche se l’ambientazione scelta dall’autore è precedente,  resta tangibile il doppio confronto con un tipico romanzo di formazione come quelli di Dickens da una parte e, dalla parte opposta,  con un romanzo come  L’amante di Lady Chatterley di Lawrence che fu messo al bando dalla morale vittoriana e pubblicato solo nel 1960. Queste influenze letterarie si rielaborano nel libro e si ritrovano nei dubbi di Richard, che sarà costretto a risolvere una fondamentale domanda sul suo futuro: scegliere una strada sicura e di moderazione oppure abbandonarsi a una vita più densa e priva di limiti morali!

Il compito di Irwin è anche quello di descrivere in modo a volte atroce, a volte semplice le grandi trasformazioni della coscienza e del mondo. Tra le pagine più toccanti, spicca la descrizione dell’esecuzione di un bandito, Jack Gardiner, acclamato dalla folla e condannato ad essere impiccato.

“L’esperienza, per quanto lugubre, ha offerto molto cibo alla mia mente. Le persone allineate lungo il percorso erano animate da passioni difficili da interpretare. C’era euforia, resa morbosa da quella che ne era la causa principale: la brama di assistere allo spettacolo della morte. C’era gratificazione nel vedere dei criminali soffrire per i reati commessi: i malfattori più noti vengono sonoramente scherniti mentre partono per l’Ade. Al contrario vi sono casi in cui il condannato è tanto popolare – presso alcuni segmenti della folla, almeno –  da essere accolto con applausi fragorosi.[…] Non è stato facile immaginare che presto non sarebbero più stati uomini, ma mere carcasse dondolanti. Gardiner teneva la schiena ben diritta e sorrideva sfrontato,salutando i suoi ammiratori  come un eroe di ritorno dalla guerra. Poiché era rivolto verso di me, mi ha guardato diritto negli occhi e ha annuito, come se fossi un suo vecchio amico. […]”

Irwin riesce a raccontare la vita con le sue aspirazioni, le sue passioni più nascoste, che pone l’uomo di ogni tempo e condizione di fronte a una scelta di prospettiva, atterrito dalle tragedie e dai  teschi e attratto dai dolci canti degli usignoli.

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Il teschio e l’usignolo , di Michael Irwin

Postato in Uncategorized il January 17, 2014 da Gabri – Sii il primo a commentare

Che dire di questo libro? Difficile esprimere un parere, amarlo. Direi che il sentimento giusto è l’odio. Per me è stato come un pugno in pancia: doloroso, dolorosissimo, non finisce, anzi si espande ed il giorno dopo il dolore è ancora lì, in modo diverso, ma c’è.

Michael Irwin è grandissimo: ha saputo costruire un romanzo intenso, scritto molto bene (ma di questo non dubito mai: in questo Book Club si leggono solo libri scritti veramente molto bene) che coinvolge nella scoperta dell’abiezione che può esistere dentro l’essere umano. Penso sia la prima volta in tutta la mia vita che uso questo termine”abiezione”, ma non ne ho altro per definire la caduta della natura umana nel giovane Mr. Fenwich, Dick per gli amici (il nome già la dice lunga sul personaggio) che distrugge la propria vita e quella di tutti quelli che lo circondano per soldi, solo per soldi e non si redime, nemmeno alla fine del romanzo.

Le fasi della caduta sono interessanti, analizzate piano piano dall’autore: all’inizio il protagonista in fondo è solo un ragazzo che si vuole divertire e non vuole impegnarsi nella vita, ma poi piano piano la valanga si fa molto voluminosa e cade sempre più velocemente.

Il romanzo ci apre strade di riflessione interessanti, ma amarlo…difficile. Interessante, ben scritto, personaggi delineati molto bene, ma non l’ho amto.

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Moll (Flanders) incontra Clarissa (Harlowe) e con Richard (Fenwick) vanno al Truman Show – su “Il teschio e l’Usignolo” di Micheal Irwin

Postato in Uncategorized il January 14, 2014 da Paola Rinaldi – 12 Comments

Che grande gioia per l’intelletto e per l’umore leggere un romanzo che annulla quattro secoli di distanza nel primo paragrafo d’apertura. Questo fa, meravigliosamente bene, l’autore, Micheal Irwin (esordiente in Italia a 80 anni, davvero molto meglio tardi che mai!): perché mai, nell’intera lettura, sorge il dubbio che non si tratti di un romanzo veramente scritto più o meno a metà del Settecento, appunto quando vennero pubblicati Moll Flanders, Clarissa, I Viaggi di Gulliver, Tom Jones, che risuonano alti nello stile di Irwin.

La storia è quasi incredibile, eppure, nel momento in cui siamo chiamati ad essere testimoni del patto tra il giovane Richard Fenwick e il padrino James Gilbert, noi per primi non ci tiriamo indietro: Richard sarà il ‘burattino sensoriale’ di Gilbert, che ha deciso di voler provare tutte quelle emozioni, meglio se esagerate, che si è negato in gioventù. Il ricco signore di campagna sovvenzionerà Richard perché seduca, cornifichi, ecceda… e poi stili un resoconto scientifico degli esiti di questo mefistofelico esperimento.

La genialità di Irwin sta, da un lato, nell’aver metabolizzato così bene un periodo letterario da produrre ex novo un romanzo che è storico perché di fatto appartenente ad un’altra epoca; e dall’altro da essere un uomo del XXI secolo, che quindi già sa come dove è andata a finire la letteratura.

Così, Gilbert è sì Machiavelli e Mefistofele, certo Richard è Faust e un po’ Don Giovanni (che delizia le maiuscole per le passioni, come nei morality plays della grande tradizione anglosassone!), ma le certezze del passato si sono lentamente indebolite nel tempo, e in fondo Richard e Gilbert poterebbero, a volte, tranquillamente scambiarsi di ruolo. Se Faust e Don Giovanni si disperano perché sono certi della loro dannazione, Richard non abbassa la sguardo, non desiste, più diabolico del diavolo, o semplicemente più razionale e utilitarista dei suoi compari tremebondi del passato.

Se il XVIII secolo vede la nascita della Royal Society e, nel nome di Newton, l’esperimento è il metro con cui misurare il grado di verità di ogni cosa, di ogni emozione, e giustifica in sé e per sé le azioni che si stanno sperimentando, quasi che il presupposto di essere ‘scienziato’ sollevi l’uomo da ogni remora morale, i secoli successivi sono molto più sospettosi nei confronti della scienza: l’esperimento di Gilbert ci sembra cinico e immorale, Richard stesso (nei passaggi in prima persona che si inseriscono splendidamente tra una lettera e l’altra, fornendo al lettore un altro punto di vista, più partecipato, e una realtà più autentica, non corretta e rimaneggiata, prima di divenire materiale epistolare) a volte ne prende le distanze e si perde tra il suo vero io e il personaggio che interpreta per Gilbert.

Ecco il nuovo senso dell’esperimento di Gilbert che si fa strada ed esplode nella sua prepotente attualità: se nel Settecento la regola diceva che la realtà imponeva di comportarsi secondo schemi precisi che forzavano i comportamenti in maniera innaturale, ora è l’uomo, Faust e Mefistofele insieme, a decidere di vivere in un ruolo preciso, di ‘recitare’ la propria vita, di metterla in scena. E non solo metaforicamente: come ha giustamente sottolineato Francesco Elli all’incontro del venerdì del Bookclub Neri Pozza, quello che fa Richard e sembra così malignamente bizzarro, oggi è la quotidianità dei reality shows, in cui non l’attore di professione, ma l’uomo comune si pone il problema di cosa dire o come agire cercando di indovinare le reazioni che susciterà nel pubblico che lo guarda. E non serve aver letto i classici per ritrovarci, tutti, in questa (dis)avventura, dai numerosi coli di scena ma caratterizzata dalla massima coerenza.

Il teschio e l’usignolo è un romanzo costruito con grande abilità, capace di offrire molti diversi livelli di lettura, e di divertirci garantendo un distacco emotivo che mantiene il nostro senso critico sempre vigile.

Da leggere, dopo Downton Abbey :)

 

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La porta, una storia di amore e dolce malinconia

Postato in Uncategorized il January 10, 2014 da Diego Rossi – 1 Comment

Sosuke e Oyone sono i protagonisti del romanzo “La porta” di Natsume Soseki, uno dei più significativi narratori giapponesi di inizio novecento. È difficile riuscire a descrivere in poche battute le profonde emozioni che uno stile e una storia  così lontani dalla cultura occidentale riescono a suscitare ancora nel lettore moderno. Abituato alla letteratura francese, italiana, inglese e tedesca per me il libro è stato una rivelazione, ho percepito, in modo netto e come mai mi era accaduto, il valore del “non detto”, del “taciuto”, dell’ “assente”;  quasi riuscissi a sentire distintamente la voce del sottofondo delle cose, prestando attenzione a quanto prima per me non era importante. Pur appartenendo al gruppo di lettura di Roma, ho sentito il bisogno di esprimerlo.

In tutte le relazioni umane a cui siamo abituati è, forse, tipico della nostra cultura attribuire un enorme valore allo slancio, alla tensione emotiva, alla passione. Ci avviciniamo alla vita o siamo portati a leggere storie che come imperativo devono stupirci. Una delle regole fondamentali che seguiamo è legata alla curiosità, al cercare di prevedere più o meno consapevolmente cosa succederà.

Ne “La porta”  due sposi, Sosuke e Oyone, non sono più giovanissimi e conducono una vita che è il punto di arrivo e non di partenza di un’avventura amorosa. Per stare insieme hanno tradito, hanno sacrificato le rispettive ambizioni, e tutte le accelerazioni della giovinezza, tutti i sogni di grandezza sono rimasti sullo sfondo, affiorano dalle pagine come ricordi lontani. Il romanzo definisce allora la soglia, la barriera o la porta che separa l’illusione dalla maturità.

Personalmente, grazie a questo libro ho conosciuto la forza di una delle sfumature dell’amore che non avrei altrimenti mai compreso, né considerato; l’amore di due sposi,  cullati dalla dolce malinconia di una vita passata insieme e nella quotidianità, consapevoli che non perderanno mai, malgrado tutte le avversità e gli errori, la semplicità di amarsi, più di ogni altra cosa. Citando l’autore:

“Se ritrovarono la quiete spirituale, fu soltanto grazie alla capacità, di cui ci fa dono la natura, di dimenticare la sofferenza col passare del tempo. […]Stretti nel reciproco abbraccio, erano giunti a disegnare un cerchio perfetto. Conducevano insieme una vita solitaria ma tranquilla. E in quella tranquillità solitaria gustavano una sorta di dolce malinconia. Loro che non sapevano molto di letteratura o di filosofia, non avendo le conoscenze necessarie per comprendere la propria condizione, godevano di quella malinconia in modo ben più puro di quanto avrebbe fatto, nelle medesime circostanze, un poeta o uno scrittore.”

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Chi legge condivide

Postato in Uncategorized il December 28, 2013 da Silvia Costa – Sii il primo a commentare

Sulle pagine bolognesi di “La Repubblica” si parla di circoli di lettura e di un Festival che li vuole esaltare, per far si che si moltiplichino!  Bellissima idea.

Allego articoloimage

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Enon – quando ricordare è un arte (e di arte ne ha da vendere, Paul Harding)

Postato in Uncategorized il December 6, 2013 da Paola Rinaldi – 1 Comment

Trovo l’incipit semplicemente eccezionale (e splendidamente dolorosa la scena nel parcheggio): eccoci qui a confrontarci con la realtà nuda dei fatti; è più facile far fronte a un disastro, un enorme dolore, una tragedia, se si riesce a considerare il tutto come un evento asettico, come se stessimo segnalando una notizia che riguarda qualcun altro. Ci aiuta a rimanere freddi e a dominare il senso di colpa, di solito ingiustificato. Come se fossimo osservatori della tragedia, piuttosto che farne. Le prime righe indicano al lettore tutta la storia e ne definiscono il personaggio (un sopravvissuto, non un eroe che ha vinto la battaglia). Poche parole, un sacco di vite (quella di Charlie, di suo nonno, di Kate…). A pensarci bene, tutte le storie si somigliano e cose simili accadono sempre, ovunque, a molti. Ma diventano uniche nel momento in cui ciascuno di noi le trasforma in ricordo, in memoria. L’atto di ricordare rende uniche ed eterne le cose: ri-cor-dare, cioè dare cuore nuovo alle cose, prenderle e portarle nella nostra intimità emotiva per farle emergere più pesanti perché si sono attaccate ad esse i nostri sentimenti e le nostre sensazioni ad esse legate in qualche modo diretto o indiretto. I ricordi dicono della cosa che ricordiamo ma parlano soprattutto di noi, del nostro legame con essa. Così ho inteso i flashback e le riflessioni che partono sin dall’inizio, non appena Charlie ci dice che Kate è morta. Se il passato e i ricordi sono un luogo sicuro per lasciarsi andare, per lasciare che i sentimenti prendano il sopravvento (e Charlie dice di saper ricordare benissimo), il presente deve essere sottomesso attraverso un distacco sicuro; non per niente Charlie è ironico ed è rivelatore il fatto che nella famiglia di Susan l’ironia non sia compresa, come se quei giganti finlandesi non fossero in grado di fare a meno della tangibilità, della praticità che nasce da una simbiosi con la realtà tangibile.

La morte un figlio sconvolge le leggi della natura (e la natura è uno dei personaggi più potenti del romanzo), l’equilibrio è rovesciato: è il Caos che invade e distrugge l’Ordine (quando arriva la famiglia di Susan, la donna torna ad essere figlia invece che madre lei stessa). I ricordi sembrano essere l’unica bussola rimasta per cercare di non perdersi sulla strada, sempre che ci sia ancora una destinazione comprensibile verso cui fare rotta.

Charlie non è un personaggio che suscita particolare empatia ‘di pancia’, perché il suo dolore non si apre verso l’esterno, ma si riversa verso l’interno. Non permette che abbiamo pena di lui, non piange se non raramente e con vergogna se è in pubblico, non chiede di essere consolato. E’ paralizzato da un dolore che non sa come esprimere o gestire. Per questo semplicemente, non fa. Si ferma, come un orologio che si è rotto perché qualcuno ha voluto muovere le lancette nel senso sbagliato. Quando ci prova, si spezza (la mano – che diventa una ennesima circostanza per un flashback e ricordare Kate viva). Sa però muoversi nel passato, nel “prima”, quando ancora c’era ordine, e appena può fugge via da una realtà in cui il ricordo non è intimità e non porta consolazione (come quando si ritrova con la famiglia di Sue).

In fondo, Charlie è sempre stato più orientato all’indietro o forse solo alla fuga dal qui e ora: la lettura è per lui vero escapism, vuol dire uscire dalla realtà e avventurarsi in un altrove che ama, mentre la scuola è noiosa, Charlie sembra non essere capace di inserirsi nella realtà codificata, pare non essere mai in grado di concentrarsi sulla realtà dell’hic et nunc. Persino per capire la propria stessa esistenza ricorre ad un artificio che Harding costruisce con genialità e porta avanti qua e là nel romanzo: vede la propria situazione da estraneo, è un attore che fa la parte del marito, così come per Sue c’è un’attrice; con un copione, un palcoscenico e un pubblico.  La propria esperienza diventa esperienza teatrale del pubblico che assiste alla rappresentazione. E’ come se Charlie ponesse tra sé e la vita reale sempre più filtri.

La morte di Kate obbliga Charlie a venire a patti con la sua vita fallimentare, a cominciare da un matrimonio senza senso: lo dice il passaggio in cui Charlie descrive se stesso e Sue come due individui uniti dall’amore per Kate. E la vita di Charlie scivola nell’abisso della dimenticanza di sé, dell’auto-annientamento… ma anche della ricerca di una modalità che gli renda sopportabile la vita senza Kate e il ricordo di Kate nella sua vita.

La natura, che è quasi un correlativo oggettivo dello stato d’animo di Charlie, si perde e sparisce con la progressiva decomposizione della coscienza di Charlie. Fino ad arrivare alle pagine finali, in cui la discesa agli inferi è talmente veloce da necessitare un linguaggio altro e una serie di metafore non più ‘naturalistiche’, bensì decisamente oniriche. L’ultima cena nel mondo all’incontrario inventato da Charlie per Kate morta, l’arrivo dell’uragano, sono il segnale che Charlie ha lentamente compreso come devono essere i suoi ricordi per Kate, come gestire questa vita nella morte e morte nella vita. Poco per volta torna la natura, torna la coscienza di Charlie che smette di inventare e torna a ricordare, nel senso in cui dicevo sopra. Allora, seppure la morte rimane morte, l’assenza rimane vuoto, il dolore al massimo diventa un’abitudine ma è lungi dallo scomparire, arriva per Charlie la consolazione:

“As upsetting as these meetings are, there is consolation in them, too—real joy at seeing my daughter—whether they anticipate an eventual reunion or are just figments that comfort me once in a while until I, too, simply cease and there isn’t a soul left in Enon or anywhere else on this awful miracle of a planet to remember either of us”

E Charlie sa che deve farsela bastare.

Da leggere, dopo Un lungo inverno, e prima dell’annunciato volume, ultimo della trilogia della famiglia degli orologiai un po’ sfasati.

PS: speriamo di poterne parare con Harding direttamente, che sarà a Como o da quelle parti a giugno, ho sentito…

 

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Una degna conclusione

Postato in Uncategorized il December 5, 2013 da Eva Barros Campelli – Sii il primo a commentare

Credo che al mondo esistano due tipi di scrittori. Il primo è colui che vive perfettamente il proprio tempo e che quindi, coniugandosi al momento presente, pensa che essere il padrone di una penna il più fluida, limpida e sincera possibile lo renda piacente e concreto agli occhi dei suoi lettori. A questa prima categoria apparterrebbero Nick Hornby, David Nicholls, Matthew Quick e altri brillanti autori a noi contemporanei. Il secondo tipo di scrittore è colui che vive un tempo che non gli appartiene, come il Bob Dylan di Io non sono qui o l’Alex Supertramp di Into the Wild: colui che sforna canzoni folk “puntadito” o rincorre i treni in corsa, scrivendo di qualcosa che è stato superato e tuttavia da lui (e forse solo da lui) interiorizzato a tal punto da dover ripercorrere personalmente la strada di autori che invece – fortunati loro! – quel tempo l’hanno vissuto per davvero. A questa seconda categoria, ecco, io credo che a questa appartenga Edward St Aubyn per nascita e sconvolgente diritto. Perché quella di St Aubyn è un po’ un’utopia dei giorni nostri ch’è finalmente in grado di autorealizzarsi; compiersi – ingenuamente, appassionatamente, perspicacemente –, sempre all’eterno inseguimento di uno stile vecchio e nuovo al contempo. Uno stile che, nel suo caso, sembrerebbe cogliere lo spirito ironico, cinico ma comunque filantropico dell’Inghilterra per come appare ai nostri occhi, nonché macchiarsi di un timbro etereamente ottocentesco, fra Oscar Wilde e Anthony Trollope, passando per La fiera della vanità e un po’ di EM Forster pur dovendo, con una certa spontaneità, ancorarsi a un presente vago, fallibile e più terreno attraverso una voce incalzante e scorrevole che non pecca così, mai, di nostalgica arroganza al modo dello stesso Wilde o di William Thackeray. Classe 1960, nato in Cornovaglia, le coordinate geografiche di St Aubyn si scontrano pesantemente con quelle temporali incontrandosi dunque e infine a metà, in una storia dall’arguzia sottile e la penna vivace, che si tinge di melanconica aggressività maschile laddove il personaggio di Patrick Melrose acquista uno spessore mai visto, capace di trasparire da ogni poro dei suoi filosofici pensieri atemporali – luccicanti, eterni come il sole e le nuvole che si alternano in un cielo affannato ma speranzoso. Un cielo che ci guarda con distacco e bonaria vicinanza intellettuale al medesimo tempo, un po’ come quel secondo tipo di scrittore quando, proprio alla maniera di Patrick Melrose nella splendida copertina neripozziana di Lieto fine, si aggiusta l’elegante cravatta coi suoi capelli studiatamente spettinati e una sigaretta in bocca; lo sguardo intelligente e l’angolo destro delle labbra appena piegato all’ingiù, con un lieve sentore di dovuto trasporto nei nostri confronti, pronto com’è a trascinarci (giù) in un universo – quello dei Melrose – che sarà sempre e soltanto suo e mai sul serio nostro. Se non che per il breve istante, certo, in cui possiamo leggerne, ammirati, le sprezzanti, solide, grigie e immacolate fondamenta letterarie: piccolo, gigantesco capolavoro da non lasciarsi sfuggire, il suo Lieto fine: la degna conclusione di un ciclo narrativo impeccabile e tormentato – buio e irrequieto come le notti più belle.

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