Dal ventre della balena, di Michael Crummey

In questo bellissimo romanzo, Michael Crummey dipinge un affresco corale della vita a Terranova nel 19esimo secolo, raccontandoci la vita delle comunità inglese ed irlandese in continua lotta fra di loro, ma impossibilitate a staccarsi l’una dall’altra perchè ognuna ha bisogno dell’altra per sopravvivere. Se gli irlandesi non pescassero il pesce nelle gelide acque dell’oceano, potrebbero gli inglesi commerciarlo?

I personaggi sono moltissimi, ben delineati nelle loro caratteristiche psicologiche, poco o nulla nelle loro caratteristiche fisiche (Mary Triphena, una delle protagoniste,  ha lunghi capellli neri, è alta, bella…ma…che altro?), come se fossero degli archetipi senza tempo e realtà fisica. Eccezione a questo sono gli odori, forti, penetranti: quello di Giudeo Devine, il Grande Bianco nato dal ventre della balena proprio all’inizio del romanzo,  o dei cacciatori di foche di ritorno dopo la stagione (come non immaginarsi questo odore: i pescatori non si cambiano mai durante i 3 mesi della stagione, rimangono sempre con gli stessi vestiti con cui dormono, mangiano, lavorano).

L’ambiente fisico è eccezionale: nel romanzo irrompe la Natura dura di Terranova con la sua bellezza aspra e selvaggia, che chiede il suo contributo a chiunque voglia vivere lì – dolori, fame, freddo, pazzia.

Il continuo riferimento alla Bibbia potrebbe far presupporre una grande fede: in realtà la fede –cattolica, anglicana, metodista– è solo un modo di caratterizzare le persone, di aggregarle (gli uomini Devine diventano metodisti perchè altrimenti alla domenica la famiglia è separata) e di separarle (le divisioni più forti fra le due comunità nascono dopo l’arrivo del pastore anglicano).

La storia narrata è un vero arcano: come non ricollegarla all’episodio biblico di Giona inghiottito dalla balena, al mito della rinascita dopo la morte? Chi è veramente Giudeo: è il suo stesso pronipote Abel? Morto, ritornato nel grembo della madre e poi ritornato a vita nuova? Qual’è il tempo? O meglio cos’è il tempo, un circolo di avvenimenti continui che ritornano su sè stessi, oppure una spirale, che progredisce verso qualcosa di indefinito? Nel racconto sembra esservi un progresso materiale, un miglioramento delle condizioni di vita, ma vediamo chiaramente che le problematiche umane sono le stesse, non evolvono. Mary Triphena sembra la rincarnazione della Vedova Devina; e chi è Esther? E’ lei la fanciulla della canzone?

Nulla è lasciato al caso: ogni singolo elemento del racconto ha molteplici risvolti, si specchia in un altro e le vicende, se non si risolvono, si ripresentano uguali a sè stesse (la signora Gallery, il fantasma del marito morto e Padre Phelan).

La non accettazione del diverso ritorna continuamente: diversi per il colore della pelle, per la fede, per il ruolo sociale o per le abitudini sessuali. Non solo Giudeo il Grande Bianco, viene imprigionato perchè diverso, ma anche Ralph il Nero vive lontano, tollerato solo perchè separato dalla comunità.

Come non rimanere affascinati da tutto questo? La tentazione di leggere il romanzo tutto d’un fiato per conoscere la vicenda narrata e poi ritornarci, lentamente, per gustare ogni singola parola, ogni fatto, ogni collegamento: sicuramente un’avventura affascinanante, che consiglio vivamente.

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