GOOD PEOPLE – Un racconto inedito di Richard Russo

Perfino alla luce soffusa del bar affollato, i capelli rosso fuoco di Tana erano come un riflettore. Avvicinandomi mi domandai (e non era la prima volta) cosa ne sarebbe stato nel futuro non troppo lontano in cui avrebbero cominciato a ingrigire. Un rosso come quello non si trova nelle boccette di tintura. Si sarebbero smorzati gradualmente, oppure si sarebbero spenti in un batter d’occhio, come la fiamma di un faro?

Infilandomi a sedere accanto a lei dissi: “Come hai fatto ad aggiudicarti il posto migliore del locale?” Era l’ultima settimana di lezioni e il bar era zeppo di gente.

“Alle persone buone succedono cose buone” mi rispose fissando con evidente comprensione il mio orribile sfregio. Anche a quelle cattive: be’, non c’era certo bisogno di specificarlo. Poi continuò: “Cazzo, quello sì che è un occhio nero”.

La ignorai e dalla brocca coperta di condensa al centro del tavolo mi versai una birra. “Dov’è coso?”

“Indovina”.

“Di già?” dissi. “Da quant’è che siete qui? Un quarto d’ora?”

“Ha la vescica di una sessantenne con dieci figli”.

Proprio in quel momento la porta del bagno degli uomini si spalancò e ne emerse Bobby che, con una giacca di tweed sfilacciato sopra la sua maglietta preferita, quella su cui c’era scritto E mi sarei rasato le palle per questo?, si asciugava le mani sui jeans. Evidentemente nel bagno degli uomini dello Sweet Spot avevano di nuovo finito gli asciugamani di carta. Fino a poco tempo prima c’era un asciugatore elettrico, ma si era rotto, e visto che non l’avevano mai riparato qualcuno l’aveva scardinato dalla parete. Il buco che era rimasto non era il solo, anche se gli altri erano più piccoli e a forma di pugno. Lo Spot era quel tipo di bar frequentato da dottorandi e biker insieme, due categorie che nella Florida meridionale potevano anche convivere, non come succedeva altrove. Lì prendere a pugno il muro del bagno degli uomini era un’attività contemplata, anche se dopo averlo fatto bisognava firmare sotto il buco. Forse perché a quello scopo era stato fornito un pennarello indelebile, appeso a uno spago legato alla maniglia di un orinale, c’era un sacco di gente che lo faceva. In agosto, prima dell’inizio del successivo anno accademico, avrebbero riapplicato e reintonacato il cartongesso, e il processo di demolizione sarebbe ricominciato.

“Vuoi sederti vicino a tua moglie?” domandai a Bobby.

“Non necessariamente” rispose lui inclinando la testa per potermi osservare meglio l’occhio.

“Non cominciare” lo ammonii.  “Cazzo, non è proprio il momento”.

“Cristo, Guy,” rispose.  “Dovresti proprio farti vedere da uno bravo”.

“Passerà”.

“Sì, ma la sai una cosa?” disse. “Dovresti farti vedere tutta la testa, mica solo l’occhio. Una rissa da bar? Alla tua età?” Non riuscii a fare a meno di sorridergli. Al mondo esistono due tipi di persone: quelli che credono a quello che gli dici e quelli che non ci credono. Bobby apparteneva alla prima categoria. Mi rivolsi a sua moglie, che faceva decisamente parte della seconda, e dissi: “Mi pareva di avergli detto di non cominciare”.

Lei si strinse nelle spalle come a dire, Benvenuto nel mio mondo.

“Hai vinto, almeno?” volle sapere Bobby.

“Vincere non è tutto” risposi. “L’importante è partecipare”.

“In altre parole, ti hanno asfaltato”.

“Sì, ma è non è stato un combattimento alla pari”.

“E come mai?”

“Quella pesava almeno cinquanta chili più di me”. Questa frase gli strappò un sorrisetto.

“Poverino” disse Tana, costringendomi a girare di nuovo la testa. “Com’è cominciata? Aveva un cappellino con su scritto MAGA?”

“Possiamo cambiare argomento?”

“Certo” rispose lei, fissandomi. “Dov’è Cloe?”

“A trovare sua madre”.

“Un momento” disse Bobby scuotendo vigorosamente la testa, come se contenesse un sonaglio. “Ma sua madre non è …”

“Morta?” risposi, voltandomi verso di lui. Perché in effetti era vero. “Ma perché devi mettere in discussione tutto quello che dico? Non possiamo starcene seduti qui tranquilli a bere una birra? A festeggiare l’arrivo del weekend?”

“Ma è giovedì”.

“Siamo accademici. Nessuno frequenta mai le lezioni, di venerdì”.

“Quand’ero al triennio” disse lui in tono nostalgico “si faceva lezione anche di sabato. Ve lo ricordate?”

“In realtà no” replicò Tana. “Dov’è Cloe?”

“Sei sicuro che non vuoi sederti vicino a lei?” ripetei a suo marito. Il problema di quei séparé era che chi stava in mezzo aveva sempre la peggio. “Mi sembra di avere la testa montata su uno sgabello girevole”.

Lui fece finta di non sentire. “Allora, cosa fate? Andate da qualche altra parte, dopo che ce ne siamo andati da qui?” Evidentemente c’era rimasto male.

“Cosa? Credi che possa bere soltanto con te?”

“Okay, ma ci avevi detto che tornavi a casa. Avevi detto…”

“Forse mi piace raccontarti delle balle” suggerii. “Ci hai mai pensato? Ma lo sai che mestiere faccio?”

Tana mi diede di gomito. “Adesso mi è venuto in mente cosa volevo chiederti”.

“E cioè?”

“Dov’è Cloe?”

“E come faccio a saperlo? Mandale un messaggio”.

“L’ho fatto. Non risponde”.

A quella notizia finsi stupore. “Ha consegnato i voti stamattina. Per quanto ne so potrebbe essere su un aereo per Madrid”.

“Davvero?” fece Bobby. “Ha già finito?”

“Cosa vuoi che ti dica? Gli istruttori di tennis non hanno tanti compiti da correggere”.

Chiaramente scoraggiato, lui scosse la testa. “Io ho ancora due mucchi di portfolio così”.

Sbuffai. “Poesia”.

“Non sbuffare. Sei odioso quando lo fai”.

“Okay, ma descrivimi un portfolio standard” insistetti. “Che cosa contiene? Tre sonetti? Cento parole in totale?”

Bobby, indicandomi con il dito, interpellò sua moglie. “E poi si stupisce che la gente lo prende a pugni”.

“Poverino” ripeté Tana, stavolta massaggiandomi le spalle. “Deve leggere tante, tante parole! E i suoi portfolio sono così grossi e spessi, rispetto ai nostri così gracilini! Non è giusto! Dovrebbe guadagnare molto, molto più di noi!”

“Ma io guadagno molto più di voi”.

Lei smise subito di massaggiarmi. “Solo perché quegli idioti di Hollywood continuano a rinnovarti l’opzione su quel film” puntualizzò. Il mio primo romanzo, pubblicato decenni prima, all’epoca aveva suscitato un certo interesse. Un produttore l’aveva opzionato e poi se n’era subito disamorato. Però continuava a rinnovare l’opzione ogni anno, una piccola rendita a cui ormai mi ero abituato.

“E poi è il proprietario di questo posto” le ricordò Bobby.

Naturalmente non era vero, ma ogni autunno lui e Tana raccontavano questa storia a una nuova infornata di studenti e visto che mi chiamo Guy Sweet e quello era il nostro bar di fiducia, quasi tutti ci credevano, nonostante io continuassi a negare.

“Anzi” continuò Bobby puntando un dito. “Quelli non sono tuoi studenti?”

“Difficile dirlo con un occhio solo” risposi, ma in effetti in fondo al bar avvistai quasi tutti gli iscritti al mio seminario del mercoledì sera.

“Oh, guarda!” esclamò Tana, nella sua migliore imitazione di Sally Field. “Ti stanno salutando, Guy! Gli stai simpatico! Gli stai proprio simpatico!”

“L’anno prossimo” proclamai alzando il bicchiere nella loro direzione “dobbiamo trovarci un nuovo bar”.

“Oddio” mugolò Tana; Sally Field era scomparsa con la rapidità con cui si era materializzata. “Un altro anno qui. Non riesco neanche a pensarci”.

“Ma dai” commentò suo marito. “Non è poi così male”.

Lei lo ignorò come se non avesse aperto bocca. “Aspettate! Forse il riscaldamento globale è peggio di come ce lo immaginiamo. Forse l’autunno prossimo l’intera università verrà travolta da un’inondazione”.

Bobby scuoteva la testa. “Vi ricordate com’eravamo felici quando abbiamo ottenuto questi incarichi?”

“E perché dovrei aver voglia di ricordarmi una cosa del genere?”

“Ci eravamo appena sposati. Tutti i nostri amici poeti erano invidiosi delle nostre cattedre. Dicevano che avevamo preso la vita per le palle”.

“Invece poi abbiamo capito che era l’esatto contrario”.

“Sì, ma quand’è stata l’ultima volta che un poeta ha preso la vita per le palle?” obiettai.

“Fammici pensare” disse Tana, fingendo di prendere sul serio la questione. “Rod McKuen?”

Suo marito sospirò. “Io volevo solo dire che la felicità è una scelta”.

Tana si infilò un dito in bocca e simulò un conato di vomito.

“È anche una conquista” aggiunsi “insieme alla vita e alla libertà. Oltre che un diritto costituzionale. Qualcuno sosterrebbe perfino che è una responsabilità”.

“Be’” disse Bobby, rivolto più a sua moglie che a me. “Io scelgo di essere felice”.

“Perfetto” risposi. “Fai pure”.

Richard Russo

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VERSIONE IN LINGUA ORIGINALE

Even in the dim light of the crowded tavern, Tana’s flaming red hair was a beacon.  Making my way toward it, I wondered—and not for the first time—what would happen in the not too distant future when it began to gray.  Red like that didn’t come in a bottle.  Would she grow dull by degrees or wink out all at once, like a lighthouse flame?

Sliding in next to her, I said, “How’d you manage to snag the best booth in the joint?”  It was the last week of classes and the place was heaving.

“Good things,” she said, studying my gruesome injury without visible sympathy, “happen to good people.”  And bad things: well, no need to say it.  “That,” she continued,is one big-ass ugly eye.”

I ignored her and poured myself a beer from the sweating pitcher in the middle of the table. “Where’s what’s-his-name?”

“Guess.”

“Already?” I said.  “You’ve been here, what?  Fifteen minutes?”

“He has the bladder control of sixty-year-old woman with ten kids.”

Right on cue the men’s room door swung open and Bobby, dressed in jeans and threadbare tweed jacket over his favorite t-shirt—the one that read I Shaved My Balls for This?—emerged, drying his hands on his jeans.  Evidently The Sweet Spot’s men’s room was out of paper towels again.  Until recently there’d been a hand drier in there, but it had fritzed and when it went unrepaired somebody’d yanked it out of the wall.  The hole it left was one of many, though the others were all smaller and fist-shaped.  The Spot was the sort of dive bar that was popular with both grad students and bikers, two groups that in southern Florida were not as mutually exclusive as they were most other places.  Punching the men’s room wall wasn’t even particularly discouraged here, though when you did you were supposed to sign your name beneath the hole.  Perhaps because a Sharpie had been thoughtfully provided for this purpose—it dangled from a string that had been tied to the handle of a wall urinal—a surprising number of people did.  Come August, in preparation for the new academic year, the wall would be re-sheet-rocked and plastered over, and the process of its destruction would commence all over again.

“You want to sit next to your wife?” I said when Bobby arrived.

“Not particularly,” he said, cocking his head for a better look at my eye.

“Don’t start,” I warned him.  “I’m in no fucking mood.”

“Jesus, Guy,” he said.  “You should definitely see somebody.”

“It’ll heal.”

“Yeah, but the thing is?” he said.  “It’s your whole head that needs examining, not just your eye.  A bar fight?  At your age?”  I couldn’t help grinning at him.  There were really only two kinds of people in the world: those who believe what you tell them and those who don’t.  Bobby belonged to the first category.

Turning to his wife, who was definitely in the second, I said, “I could’ve sworn I warned him not to start.”

She shrugged, as if to say, Welcome to my world.

“Did you win, at least?” Bobby wanted to know.

“Winning isn’t everything,” I told him.  “The important thing is to compete.”

“In other words you got your ass kicked.”

“Yeah, but it wasn’t a fair fight.”

“How so?”

“She outweighed me by a hundred pounds, easy.”  This did elicit a grudging smile.

“Poor baby,” Tana said, causing me to rotate and face her again.  “How did it start? Was she wearing a MAGA hat?”

“Can we change the subject?”

“Sure,” she said, fixing me now.  “Where’s Cloe?”

“Visiting her mother.”

“Wait,” Bobby said, shaking his head vigorously, as if it contained a rattle.  “Isn’t her mother…”

“Dead?” I said, turning back to him.  Because yeah, she was.  “Why do you have to find fault with every single thing I say?  Can’t we just sit here quietly and drink beer?  Celebrate the weekend?”

“It’s only Thursday.”

“We’re academics.  No one signs up for Friday classes.”

“When I was an undergraduate,” he recalled nostalgically, “there were Saturday classes.  Remember those?”

“No, really,” Tana said.  “Where’s Cloe?”

“Are you sure you don’t want to sit next to her?” I said to her husband.  The trouble with half-moon booths was that whoever occupies the middle seat gets ganged up on.  “I feel like my head’s on a swivel.”

He ignored this.  “So, what’d you do?  Go someplace else after we left here?”  Clearly his feelings were hurt.

“What?  I’m not allowed to drink except with you?”

“Okay, but you told us you were heading home.  You said–”

“Maybe I enjoy lying to you,” I suggested.  “Did you ever think of that?  I mean, what do I do for a living?”

Tana nudged me in the ribs.  “Now I remember what I wanted to ask.”

“What’s that?”

“Where’s Cloe?”

“How should I know?  Text her.”

“I did.  She isn’t responding.”

I feigned surprise at this.  “She turned in her grades this morning.  She could be on a flight to Madrid, for all I know.”

“Really?”  Bobby said.  “She’s all done?”

“What can I tell you?  Tennis coaches don’t have a lot of exams to grade.”

Clearly dispirited, he shook his head. “I’ve still got two batches of portfolios.”

I snorted.  “Poetry.”

“Don’t sneer.  I hate it when you sneer.”

“Okay, but describe a typical portfolio,” I said.  “What would it contain?  Like, three sonnets?  A hundred words total?”

Bobby, pointing his index finger at me, appealed to his wife.  “And he wonders why people punch him.”

“Poor baby,” Tana said again, this time massaging my shoulders.  “So many, many words he has to read!  How big and thick his portfolios are compared to our puny ones!  It’s not fair!  He should earn much, much more money than we do!”

“I do earn more money than you do.”

She abruptly left off the massage.  “Only because those Hollywood idiots keep renewing that movie option,” Tana pointed out.  My first novel, published decades earlier, had gotten some attention at the time.  A producer had offered an option on it, then promptly lost interest.  He dutifully continued to renew it every year, though, a small annuity I gotten used to.

“Plus he owns this place,” Bobby reminded her.

I didn’t of course, but every fall he and Tana told a fresh crop of grad students that I did, and because my name is Guy Sweet and this was our go-to watering hole, most of them believed it, never mind my repeated denials.

“Actually,” said Bobby, pointing, “Aren’t those your students over there?”

“Hard to tell with just the one good eye,” I said, but sure enough, there on the other side of the tavern sat most of my Wednesday evening seminar.

“Oh, look!” Tana said, doing her best Sally Field. “They’re waving, Guy!  They like you! They really like you!”

“Next year,” I said, raising my glass in their direction. “We’re going to have to find a new place to drink.”

“God,” Tana groaned, Sally Field vanishing as quickly as she’d appeared.  “Another year here.  I don’t want to think about it.”

“Oh, come on,” her husband said.  “It’s not so bad.”

She ignored this as if he hadn’t spoken.  “Here’s a thought!  Maybe global warming is worse than we imagined. Maybe by next fall the whole university will be under water.”

Bobby was shaking his head.  “Remember how happy we were when we landed these jobs?”

“Why would I want to be reminded of that?”

“We came here as newlyweds?  All our poet friends were jealous because we had tenure track jobs.  They said we had life by the balls.”

“Whereas the opposite proved true.”

“Yeah, but when was the last time a poet ever had life by the balls?” I pointed out.

“Let me think,” Tana said, pretending to take the question seriously.  “Rod McKuen?”

Her husband sighed.  “Happiness is a choice, is what I’m saying.”

Tana put her index finger in her mouth and made a gagging sound.

“Also a pursuit,” I added, “along with life and liberty.  Not to mention a constitutional right.  Some would even say a responsibility.”

“Well,” Bobby said, more to his wife more than to me.  “I choose to be happy.”

“Fine,” she told him.  “Do that.”

 Richard Russo

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