Il libro del mese di novembre: Le stanze buie, di Francesca Diotallevi

Si possono coltivare le passioni in un tempo ingeneroso?
Qualcosa di torbido e inesprimibile affiora alla superficie di questo romanzo. Ed è indefinito, difficilmente afferrabile eppure persistente, come il profumo che porta addosso Lucilla Flores, protagonista di questa storia fosca e al tempo stesso delicata e malinconica. Francesca Diotallevi, con una capacità di raccontare fuori dal comune, ci porta in una piccola provincia del Piemonte della seconda metà dell’Ottocento, dentro la casa di un aristocratico dedito a vigneti e poco d’altro. Dove la servitù inganna il tempo di un lavoro sempre uguale con qualche ingenuo pettegolezzo, e dove arriva a servizio un maggiordomo che prende il posto del vecchio zio appena scomparso.
Ma nessun dio oscuro e severo sarebbe stato capace di tanto dolore e di tanta ingiustizia: verso una bimba innocente, e verso la moglie del conte, Lucilla, una donna con il volto «velato di oscurità», smarrita dentro un segreto che non le si addice, che non dovrebbe appartenerle, lei, la creatura più lieve, sospesa e innocente che si possa immaginare.
Le stanze buie è una dichiarazione d’amore alle passioni, alla poesia, alla bellezza della natura, a quel femminile che ci meraviglia ogni volta che si rivela a noi. La storia di un amore negato, la prepotenza di un mondo chiuso e meschino, capace soltanto di nascondere, di reprimere, di lasciare che esistenze intere si lascino coprire dalla polvere della storia senza riscatto e senza futuro.
Tra queste stanze ferite dal pregiudizio e dall’indifferenza, Francesca Diotallevi trova, però, una luce e una delicatezza quasi preraffaelita e in questo contrasto affila una lama che taglia sempre perfettamente. E mostra che la felicità non è nelle cose del mondo, se il tempo è ostile.

Francesca Diotallevi è nata a Milano nel 1985. È laureata in Scienze dei Beni Culturali. Tra le sue opere Amedeo, je t’aime (Mondadori Electa, 2015), Dentro soffia il vento (Neri Pozza, 2016), vincitore della seconda edizione del Premio Neri Pozza sezione giovani e Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018), candidato al Premio Strega e vincitore del Premio Comisso sezione giovani, del Premio Manzoni e del Premio Mastronardi. Le stanze buie, oggi ripubblicato in questa versione profondamente rivista, apparve, come suo romanzo di esordio, per Mursia nel 2013.

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1 thought on “Il libro del mese di novembre: Le stanze buie, di Francesca Diotallevi

  1. Il romanzo ci offre una lettura suggestiva e coinvolgente, benché alcuni aspetti della trama non convincano del tutto, con una grande ricchezza di rimandi psicologici, letterari, sociali e di costume che colorano la narrazione, insieme alla sensibilità dell’autrice nel descrivere la cornice degli elementi naturali. Quello del protagonista Vittorio Fubini non è magari il migliore dei mondi possibili, ma almeno è chiaro, ordinato e dotato di regole precise per distinguere il lecito, l’opportuno, l’accettabile da ciò che non lo è; lui vi si muove con sicurezza e competenza, ottenendo un successo professionale in grado di riscattarne le origini modeste e di assicurargli il rispettabile status di maggiordomo; e, a differenza del personaggio femminile, Fubini non si rende conto, o perlomeno non si cura, di essere solo. Circondata com’è dalla disapprovazione generale, la vita della signora Flores risulta molto più complicata e faticosa, perché a quel medesimo insieme di regole la donna non sa adattarsi, come non sa conformarsi al ruolo previsto per lei: ma sarà proprio la consolidata identità del maggiordomo ad uscire sconvolta, trasformata e impensabilmente arricchita dal loro incontro. Con “Le stanze buie” il romanzo gotico si trasferisce tra i vigneti delle Langhe, in un’antica dimora con tanto di fantasmi che sembra rappresentare non solo lo sfondo ma uno dei personaggi stessi della vicenda, un personaggio che conserva e ricorda le storie oscure accadute tra le sue mura: e l’oscurità delle stanze chiuse rende sempre molto difficile, come sappiamo, liberarsi dagli errori e dai fantasmi del passato. Solo al termine della sua vita l’anziano maggiordomo arriverà, infatti, ad una sorta di liberazione: “La chiave della stanza di Lucrezia è diventata, con gli anni, anche il simbolo della mia prigionia. L’ho portata con me sempre, custodendola come ho custodito il mio dolore. Ma adesso basta. Non si può vivere chiusi in stanze buie.

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