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La tigre di Noto, di Simona Lo Iacono

Un testo di Simona Lo Iacono racconta la genesi del suo nuovo romanzo (in uscita ad aprile) su Marianna Ciccone, la professoressa di matematica e fisica alla Normale di Pisa che nel 1945 respinse da sola un attacco nazista all’università.

Il destino di certi personaggi è iscritto in un codice inaccessibile, che bisogna decifrare. Non si palesano. Si nascondono. Restano in ascolto. Poi, improvvisamente, basta una parola, un segno, persino uno sguardo, ed eccoli. Si presentano. E a quel punto è come se ci fossero sempre stati.

E’ avvenuto così, tra me e Marianna Ciccone, professoressa di fisica e matematica della Normale di Pisa.

Molto prima di sapere della sua esistenza, vagheggiavo una donna che sapesse leggere sui libri come sui numeri. E sulle righe storte come su quelle dritte. Amavo appassionatamente la sua convinzione che per interpretare l’universo servisse non solo la scienza, ma anche la poesia. Mi entusiasmavo se la sentivo dire che nell’armonia del creato, il più piccolo, il più debole, reggeva il più forte. Mi commuovevo se nell’incrocio tra una nebulosa e una meteora, non vedeva una traiettoria matematica, ma un gesto d’amore.

Avevo un solo rammarico.  Pensavo che una donna così non esistesse. Invece esisteva. E mi seguiva da tempo, era lì a interpretare ogni mio passo. Fino a che è venuta allo scoperto.

Era un pomeriggio del 2019. Rientravo dalla casa circondariale di Bicocca, dove stavo mettendo in scena I civitoti in pretura, con un gruppo di detenuti minori. Lo spettacolo si inseriva in uno dei miei progetti rieducativi. Da qualche anno infatti prestavo servizio nelle carceri minorili, dove l’urgenza educativa era più forte, e avevo sperimentato che il teatro, la parola, la poesia, dava gioia, liberava, curava. In quella occasione avevo coinvolto l’avvocatessa Rina Rossitto, attrice del teatro di Noto. Dato che i “miei” detenuti erano tutti uomini, mi serviva una donna che interpretasse le parti femminili. E lei era bravissima.

Proprio mentre rientravamo a Siracusa, Rina mi disse: “Sai, sto recitando a teatro un piccolo monologo, che parla di una donna straordinaria, nata a Noto alla fine dell’Ottocento, divenuta professoressa di matematica e fisica alla Normale. Nel 1945 respinse da sola un attacco nazista all’università”. Rimasi sconcertata.   Le chiesi: “Ma come si chiamava?” 

Rina disse: “Marianna Ciccone, ma è conosciuta come “La tigre di Noto”, per la forza e il coraggio con cui si scagliò contro i nazisti in difesa della biblioteca di Pisa”. Una volta a casa mi misi freneticamente alla ricerca. Internet. Biblioteca. Saggi. C’erano pochissime notizie. Allora chiamai l’assessore alla cultura di Noto. Telefonai alla professoressa che aveva scritto il monologo teatrale. Cercai, rovistai.

La trovai. Era proprio lei. La donna che da anni vagheggiavo, quella che pensavo non esistesse.

Marianna nasce a Noto il 29 agosto del 1891 (secondo quanto risulta dai documenti più attendibili, quelli dell’anagrafe e del casellario giudiziario, mentre in alcuni documenti presenti nella sua cartella personale nell’archivio universitario l’anno di nascita è spostato di un anno, al 1892). Proviene da una famiglia agiata, il padre è un ricco commerciante e lei cresce come le buone signorine dell’epoca. Viene educata per allevare una famiglia. Però. Marianna legge. Sui libri e sui numeri. Sul nascosto e sul visibile. Sa che i raggi stellari hanno un andamento logaritmico, e che i segni – le parole, le formule matematiche – comunicano una verità: tutto è collegato con tutto. Dunque, Marianna Ciccone non esclude nulla nella sua ricerca scientifica. Né la letteratura, né i numeri. E il suo percorso è miracoloso per una donna della sua epoca, soprattutto siciliana, costretta in un ambiente poco incline alla crescita professionale di una ragazza. 

Dopo aver conseguito il diploma per l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole elementari presso la Scuola Normale di Noto, Mariannina frequenta l’Istituto Tecnico di Modica, dove, nel 1914, consegue la Licenza Fisico-Matematica. Questo titolo di studio le è necessario per accedere all’università. Si iscrive infatti alla Sapienza di Roma e poi alla Normale di Pisa, contro il volere della famiglia.

Mariannina sfida da sola un mondo accademico interamente maschile. A Pisa si laurea infatti in Matematica nel 1919, è una entusiasta allieva di Einstein, diventa prima “assistente aggiunto” dell’Istituto di Fisica, diretto da Luigi Puccianti, e poi a partire dal primo dicembre “assistente effettivo”. Prende una seconda laurea in fisica e nel 1935 trascorre un periodo di ricerca nell’Istituto di Fisica della Scuola di Ingegneria di Darmstadt, dove viene in contatto con il futuro Premio Nobel Gerhard Herzberg.

Il suo occhio è allenato alla luce. La scandaglia, la interpreta, la intuisce. Applica i suoi studi di spettroscopia ai primi macchinari in grado di fissare l’immagine, anzi li inventa lei stessa. Con i suoi allievi ha un approccio didattico fuori dal comune, insegna loro che il cielo è un immenso essere vivente che respira, che l’apprendimento è lettura di tutte le cose, dei libri come dell’universo.

Quando i nazisti mettono in atto il programma di razzia delle biblioteche e la c.d. Judenforschung ohne Juden (“scienza degli ebrei senza ebrei”, che prevedeva che il primo passo per eliminare un popolo fosse distruggere i suoi libri) si scaglia come una tigre – completamente sola – verso il drappello di tedeschi che vuole depredare la biblioteca della Normale, perché sa che una aggressione ai libri è una violenza perpetrata ai danni non della cultura, ma della stessa natura.

E’ controcorrente, coraggiosa, visionaria. A distanza di più di un secolo dalla sua nascita, e alla luce degli eventi attuali, possiamo dire che tutte le sue intuizioni sull’armonia delle cose, sul profondo legame tra realtà diversissime tra loro, era fondato e radicato in una vera legge non solo scientifica ma soprattutto morale.

Marianna indagava i fotoni e la legge di gravità, sapendo che non si trattava di equilibri diversi dal comportamento dell’uomo. Non si sposò mai, per non trascurare i suoi studi, e non le fu mai conferita la cattedra, nonostante avesse vinto il relativo concorso, perché donna. Giunta alla pensione, tornò a Noto, dove morì dimenticata.

Eppure, ha avuto la forza di raggiungermi. Nell’anno della pandemia, è stata lei a sostenermi, durante la stesura del mio ultimo romanzo: La tigre di Noto.

Simona Lo Iacono

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Autotrasportarsi in un altro mondo

Elena Dal Pra è la traduttrice del libro Nel paese degli algoritmi di Aurélie Jean. In questo testo racconta la sua esperienza di traduzione.

Quando ho avuto tra le mani le “copie staffetta” dell’edizione italiana – ossia quelle mandate prima che il volume approdi sugli scaffali fisici e virtuali delle librerie – ho pensato che fosse perfetta: quelle catenelle un po’ acquoree che stingevano nella profondità del blu, un po’ numeri un po’ bollicine, evocavano bene lo stato dei miei mesi di immersione nel libro.

Perché se è sempre vero che quando si traduce ci si autotrasporta in un altro mondo, e non se ne esce – quasi neanche fisicamente – fino alla parola “fine”, con il libro di Jean questo è accaduto in una maniera diversa. Perché non si trattava solo di un mondo sì immaginario, o comunque raccontato, ma sempre fatto di persone, storie e accadimenti; si trattava proprio di un’altra dimensione: quella della formalizzazione numerica dietro gli schermi dei nostri device e delle sue catene-reti, così perfettamente rese nel blu sottomarino della copertina. Un “paese delle meraviglie” in cui Aurélie ragazzina si è inoltrata come una novella Alice.

Traducendo, e leggendo, si ha l’impressione che Jean, raccontandoci le tappe della propria vita di scienziata, ci prenda per mano e ci faccia tuffare nelle profondità multistrato di quel mondo. Chiamata a studiare e poi ad applicare gli algoritmi in ambiti sideralmente lontani tra loro, Jean usa le sue esperienze di ricerca come una sorta di obiettivo che si apre e si chiude su paesaggi diversi, dando in parte conto della vastità e varietà di un continente. Così, nel mio lavoro, altrettanto varia è stata la rosa di amici-consulenti che ho mobilitato (e che ringrazio): il medico, il fisico, l’ingegnere, il chimico, il banker, e, ahilui sopra tutti, l’informatico – il lavoro del traduttore si avvale spesso di strumenti umani, oltre che di dizionari cartacei o digitali, non per nulla in inglese esiste l’espressione “walking dictionary”! Ognuno di loro mi ha fornito qualche chiave per approcciare quei mondi, anche se il linguaggio non è mai usato in maniera così tecnica da risultare respingente, e anzi il libro è denso di esempi che danno un corpo molto concreto anche ai concetti astratti. Ogni tanto mi è capitato anche di dover “tradurre al contrario”: dato l’argomento, infatti, mi è successo di imbattermi nel francese in termini tradotti dall’inglese, e che in genere in Italia si usano direttamente nell’originale; in effetti, Jean ringrazia i revisori dell’originale per la pazienza con cui hanno sostituito gli anglicismi, e però auspica l’uso dell’inglese come lingua franca, in una comunità scientifica che vuole linguisticamente “pervia”, a garanzia dell’immediata osmosi del sapere.

Il libro, del resto, nasce proprio da una pulsione etica all’accessibilità della conoscenza. Della comprensione delle dinamiche del mondo digitale (il nostro!) anche da parte dei non addetti ai lavori, Jean ha fatto ormai, con la sua società In Silico Veritas, il suo obiettivo professionale. Si rivolge a noi per trasformarci in “utilizzatori illuminati”, nella convinzione che solo una relativa alfabetizzazione tecnologica – o almeno una consapevolezza dei meccanismi di base – possa difenderci dalla manipolazione, e far sì che siamo noi a governare gli algoritmi e non viceversa. Perché con i loro bias, intenzionali o meno, possono finire per giocarci pesantemente contro o a favore. Quello di Jean è un appello a tutte le componenti della società: politici, regolatori, formatori, cittadini. Ed è un appello che ha il carattere dell’urgenza.

Rispetto ai bias, in particolare, Jean insiste sulla necessità di diversity nei gruppi che concepiscono e sviluppano algoritmi. Solo così si può abbattere il rischio che contengano bias discriminatori nei confronti di alcuni gruppi o categorie, e gli esempi concreti che porta sono lampanti. Qualche riga fa, scrivendo, mi sono resa conto che tutti gli amici che ho consultato nel corso della traduzione – l’ingegnere, il chimico, il fisico, l’informatico, come in una sfilata di piccoli personaggi di Richard Scarry – sono maschi. Unica eccezione è stata un’amica filosofa che si occupa, tra l’altro, di tematiche di genere. Non è un caso: è proprio perché il filo rosso di questo testo è un’avventura di vita e professionale nelle scienze dure, e troppo poche sono ancora le donne che se ne occupano. È uno dei temi forti di Jean, che parla di se stessa come di una femminista naturale, cresciuta dai suoi nonni lontano da stereotipi e appartenenze limitanti.

Questa newsletter esce nella Giornata internazionale delle donne e delle ragazze della scienza: che la potenza e l’energia di Aurélie Jean siano di ispirazione, e ad maiora!

Elena Dal Pra

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Sull’inoculazione del vaiolo a Costantinopoli, di Lady Mary Wortley Montagu

Lady Montagu scrisse questo resoconto, che venne pubblicato in forma anonima, in risposta agli abusi dei medici inglesi che pensavano più a guadagnare che a curare i pazienti. Nel 1721 aveva fatto sottoporre il figlio all’inoculazione, in Turchia, e, in seguito, quando l’epidemia dilagò in Inghilterra fece praticare l’“innesto” anche alla figlia.

Lady Mary Wortley Montagu, “Sull’inoculazione del vaiolo a Costantinopoli”, Flying Post, 13, settembre, 1722. Traduzione di Massimo Ortelio

Mossa a compassione dal gran numero di vittime della furfantaggine e insipienza dei nostri medici, ho deciso di fornire un resoconto verace del metodo dell’inoculazione, così come viene praticato a Costantinopoli con costante successo e senza alcuna conseguenza nociva. Non venderò medicinali, né chiederò parcelle, qualora riuscissi a persuadere la pubblica opinione circa l’assennatezza e innocuità di questa semplice operazione. Non ho alcun interesse (nel senso che siamo soliti attribuire alla parola) nel convincere il Mondo dei suoi errori, ovvero non ne ricaverò alcun profitto, se non l’intima soddisfazione di avere fatto il bene dell’Umanità, e non conosco nessuno che consideri una tale soddisfazione come parte del proprio interesse.

La materia va prelevata da una persona in giovane età e di sana costituzione, affetta dalla forma più benigna del vaiolo e in fase di remissione. L’anziana infermiera che funge da medico in questa contrada di Costantinopoli, raccoglie la materia in un guscio di noce che ne contiene abbastanza da innestare cinquanta persone, contrariamente alla famigerata abitudine che vige qui, ossia di riempire il sangue del malato con tanta materia da mettere a repentaglio la sua stessa vita o quanto meno rendere il decorso del morbo più severo del dovuto. Costei incide le braccia, o talvolta le gambe, con uno spillo e vi inocula la materia con la punta del medesimo spillo mescolandola con la goccia di sangue fuoruscita dalla piccola incisione. La ferita viene subito bendata e la benda viene rimossa dopo dodici o sedici ore, quando compare l’infiammazione, più o meno viva, a seconda che il sangue sia più o meno disposto a ricevere l’infezione.

A quel punto il paziente è confinato in una stanza calda e sottoposto a una dieta leggera, da cui sono tassativamente esclusi il vino e la carne. L’eruzione compare, in genere, sette o otto giorni dopo. Qui non somministrano cordiali per far aumentare la febbre, lasciano che la Natura faccia il suo corso, e conseguono il successo che arride a chi agisce in modo razionale. Quanto ai due sventurati deceduti in seguito a tale pratica, essi non possono che essere vittima dei nostri dotti medici, verso i quali nutro troppa ammirazione per pensare che non sapessero ciò che stavano facendo, mentre indebolivano corpi in procinto di affrontare la malattia. E la mia opinione ha trovato conferma nel modo inverosimile con cui le due morti sono state presentate dai fogli quotidiani.

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