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Autotrasportarsi in un altro mondo

Elena Dal Pra è la traduttrice del libro Nel paese degli algoritmi di Aurélie Jean. In questo testo racconta la sua esperienza di traduzione.

Quando ho avuto tra le mani le “copie staffetta” dell’edizione italiana – ossia quelle mandate prima che il volume approdi sugli scaffali fisici e virtuali delle librerie – ho pensato che fosse perfetta: quelle catenelle un po’ acquoree che stingevano nella profondità del blu, un po’ numeri un po’ bollicine, evocavano bene lo stato dei miei mesi di immersione nel libro.

Perché se è sempre vero che quando si traduce ci si autotrasporta in un altro mondo, e non se ne esce – quasi neanche fisicamente – fino alla parola “fine”, con il libro di Jean questo è accaduto in una maniera diversa. Perché non si trattava solo di un mondo sì immaginario, o comunque raccontato, ma sempre fatto di persone, storie e accadimenti; si trattava proprio di un’altra dimensione: quella della formalizzazione numerica dietro gli schermi dei nostri device e delle sue catene-reti, così perfettamente rese nel blu sottomarino della copertina. Un “paese delle meraviglie” in cui Aurélie ragazzina si è inoltrata come una novella Alice.

Traducendo, e leggendo, si ha l’impressione che Jean, raccontandoci le tappe della propria vita di scienziata, ci prenda per mano e ci faccia tuffare nelle profondità multistrato di quel mondo. Chiamata a studiare e poi ad applicare gli algoritmi in ambiti sideralmente lontani tra loro, Jean usa le sue esperienze di ricerca come una sorta di obiettivo che si apre e si chiude su paesaggi diversi, dando in parte conto della vastità e varietà di un continente. Così, nel mio lavoro, altrettanto varia è stata la rosa di amici-consulenti che ho mobilitato (e che ringrazio): il medico, il fisico, l’ingegnere, il chimico, il banker, e, ahilui sopra tutti, l’informatico – il lavoro del traduttore si avvale spesso di strumenti umani, oltre che di dizionari cartacei o digitali, non per nulla in inglese esiste l’espressione “walking dictionary”! Ognuno di loro mi ha fornito qualche chiave per approcciare quei mondi, anche se il linguaggio non è mai usato in maniera così tecnica da risultare respingente, e anzi il libro è denso di esempi che danno un corpo molto concreto anche ai concetti astratti. Ogni tanto mi è capitato anche di dover “tradurre al contrario”: dato l’argomento, infatti, mi è successo di imbattermi nel francese in termini tradotti dall’inglese, e che in genere in Italia si usano direttamente nell’originale; in effetti, Jean ringrazia i revisori dell’originale per la pazienza con cui hanno sostituito gli anglicismi, e però auspica l’uso dell’inglese come lingua franca, in una comunità scientifica che vuole linguisticamente “pervia”, a garanzia dell’immediata osmosi del sapere.

Il libro, del resto, nasce proprio da una pulsione etica all’accessibilità della conoscenza. Della comprensione delle dinamiche del mondo digitale (il nostro!) anche da parte dei non addetti ai lavori, Jean ha fatto ormai, con la sua società In Silico Veritas, il suo obiettivo professionale. Si rivolge a noi per trasformarci in “utilizzatori illuminati”, nella convinzione che solo una relativa alfabetizzazione tecnologica – o almeno una consapevolezza dei meccanismi di base – possa difenderci dalla manipolazione, e far sì che siamo noi a governare gli algoritmi e non viceversa. Perché con i loro bias, intenzionali o meno, possono finire per giocarci pesantemente contro o a favore. Quello di Jean è un appello a tutte le componenti della società: politici, regolatori, formatori, cittadini. Ed è un appello che ha il carattere dell’urgenza.

Rispetto ai bias, in particolare, Jean insiste sulla necessità di diversity nei gruppi che concepiscono e sviluppano algoritmi. Solo così si può abbattere il rischio che contengano bias discriminatori nei confronti di alcuni gruppi o categorie, e gli esempi concreti che porta sono lampanti. Qualche riga fa, scrivendo, mi sono resa conto che tutti gli amici che ho consultato nel corso della traduzione – l’ingegnere, il chimico, il fisico, l’informatico, come in una sfilata di piccoli personaggi di Richard Scarry – sono maschi. Unica eccezione è stata un’amica filosofa che si occupa, tra l’altro, di tematiche di genere. Non è un caso: è proprio perché il filo rosso di questo testo è un’avventura di vita e professionale nelle scienze dure, e troppo poche sono ancora le donne che se ne occupano. È uno dei temi forti di Jean, che parla di se stessa come di una femminista naturale, cresciuta dai suoi nonni lontano da stereotipi e appartenenze limitanti.

Questa newsletter esce nella Giornata internazionale delle donne e delle ragazze della scienza: che la potenza e l’energia di Aurélie Jean siano di ispirazione, e ad maiora!

Elena Dal Pra

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Sull’inoculazione del vaiolo a Costantinopoli, di Lady Mary Wortley Montagu

Lady Montagu scrisse questo resoconto, che venne pubblicato in forma anonima, in risposta agli abusi dei medici inglesi che pensavano più a guadagnare che a curare i pazienti. Nel 1721 aveva fatto sottoporre il figlio all’inoculazione, in Turchia, e, in seguito, quando l’epidemia dilagò in Inghilterra fece praticare l’“innesto” anche alla figlia.

Lady Mary Wortley Montagu, “Sull’inoculazione del vaiolo a Costantinopoli”, Flying Post, 13, settembre, 1722. Traduzione di Massimo Ortelio

Mossa a compassione dal gran numero di vittime della furfantaggine e insipienza dei nostri medici, ho deciso di fornire un resoconto verace del metodo dell’inoculazione, così come viene praticato a Costantinopoli con costante successo e senza alcuna conseguenza nociva. Non venderò medicinali, né chiederò parcelle, qualora riuscissi a persuadere la pubblica opinione circa l’assennatezza e innocuità di questa semplice operazione. Non ho alcun interesse (nel senso che siamo soliti attribuire alla parola) nel convincere il Mondo dei suoi errori, ovvero non ne ricaverò alcun profitto, se non l’intima soddisfazione di avere fatto il bene dell’Umanità, e non conosco nessuno che consideri una tale soddisfazione come parte del proprio interesse.

La materia va prelevata da una persona in giovane età e di sana costituzione, affetta dalla forma più benigna del vaiolo e in fase di remissione. L’anziana infermiera che funge da medico in questa contrada di Costantinopoli, raccoglie la materia in un guscio di noce che ne contiene abbastanza da innestare cinquanta persone, contrariamente alla famigerata abitudine che vige qui, ossia di riempire il sangue del malato con tanta materia da mettere a repentaglio la sua stessa vita o quanto meno rendere il decorso del morbo più severo del dovuto. Costei incide le braccia, o talvolta le gambe, con uno spillo e vi inocula la materia con la punta del medesimo spillo mescolandola con la goccia di sangue fuoruscita dalla piccola incisione. La ferita viene subito bendata e la benda viene rimossa dopo dodici o sedici ore, quando compare l’infiammazione, più o meno viva, a seconda che il sangue sia più o meno disposto a ricevere l’infezione.

A quel punto il paziente è confinato in una stanza calda e sottoposto a una dieta leggera, da cui sono tassativamente esclusi il vino e la carne. L’eruzione compare, in genere, sette o otto giorni dopo. Qui non somministrano cordiali per far aumentare la febbre, lasciano che la Natura faccia il suo corso, e conseguono il successo che arride a chi agisce in modo razionale. Quanto ai due sventurati deceduti in seguito a tale pratica, essi non possono che essere vittima dei nostri dotti medici, verso i quali nutro troppa ammirazione per pensare che non sapessero ciò che stavano facendo, mentre indebolivano corpi in procinto di affrontare la malattia. E la mia opinione ha trovato conferma nel modo inverosimile con cui le due morti sono state presentate dai fogli quotidiani.

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